27 Ottobre 2020

Ho ascoltato intensamente e più volte il nuovo album dei Baustelle – L’amore e la violenza -, l’ho fatto svuotandomi da tutti i ricordi e le emozioni che mi legano a questo gruppo e alle loro canzoni, di ogni aspettativa negativa e di ogni accenno dei mesi scorsi. Questo per dare all’ascolto un’impostazione critica. Dopo aver buttato giù una prima bozza di recensione, mi sono andato a leggere buona parte delle interviste rilasciate da Bianconi e gli altri due membri del trio di Montepulciano, questo perché credo sia giusto capire il senso che un autore attribuisce al proprio prodotto.

Che dire, le basi e le melodie pop piacciono ma non affascinano, nel senso che dopo “Fantasma” era difficile fare qualcosa di innovativo anche soltanto per una nicchia italiana, e d’altra parte i Baustelle non hanno mai avuto la volontà di innovare la musica su larga scala, cosa che peraltro in Italia non è mai successa nei recenti tempi, visto che nel mainstream viviamo delle rivisitazioni e adattamenti degli influssi musicali statunitensi e anglo-sassoni, oltre che della riproposizione continua della solita tradizione lirica italiana da musica leggera sviluppata in chiave pop.


No, i Baustelle non hanno innovato dal punto di vista del sound, e anzi sono tornati più verso le origini, mantenendo comunque alcuni influssi emersi in Fantasma e liberando – come detto da Bianconi – la loro anima pop. Il passaggio è evidente nella prima canzone dell’album –Love -, che facendo da intro strumentale sulla scia delle melodie di Fantasma sembra dire “dimenticatevi di quel mondo, adesso inizia qualcosa di nuovo”, e il tutto si dissolve dopo 53 secondi con l’effetto “nastro del disco riavvolto”.

In realtà questo qualcosa non è nuovo, è un ritorno al passato maturo, come quando valutando con nuova coscienza e vena critica degli scritti fatti in gioventù, si sente tutto il peso della maturità artistica di un Bianconi che rispetto ai tempi di Fantasma è diventato padre di una bambina e ha perso, a detta sua, gran parte della capacità di composizione lirica delle vette di Fantasma.

Allora ci si rifugia in un disco auto-definito come “oscenamente pop”.

Ma pop in che senso? Nel senso di lasciarsi fluire liberamente, per quello che sono.

E questo dà onore soprattutto ai loro testi. Attuali, poetici e secondo me pure molto spirituali. Vale davvero la pena di perdersi tra le trame liriche intessute in maniera saggia, e al contempo svergognata, da Bianconi. Un Bianconi maturo, forte dell’appoggio degli altri membri e del successo che ormai li ha consacrati a band generazionale, seppur di nicchia. Ed è forse questo il segreto con cui si può partorire un album senza filtri: qualsiasi cosa avessero messo su disco sarebbe stato difficile deludere fino in fondo il loro pubblico.

Posso dire che seppur meno evocativi di Fantasma, alcune canzoni mi hanno colpito particolarmente per il modo poetico con cui sono riusciti a descrivere l’attualità del nostro tempo con una critica velata e propositiva alla società, affiancata dalla solita abbondanza di citazioni, da D’Annunzio a Foster Wallace.


Che poi se confrontato con Up patriots to arms possiamo asserire che tanto di questo disco Bianconi lo deve a Franco Battiato e non solo, perché a proposito dei testi si percepisce anche un rimando a De Andrè, non un rimando manieristico, ma riattualizzato, con uno stile tutto nuovo, in questo Il Vangelo di Giovanni ne è forse il migliore esempio.

Bianconi e i due compagni hanno definito questo album come “canzoni d’amore in tempo di guerra”, che è un sottotitolo ben azzeccato, forse il migliore possibile per questo album. Amore, cinismo, poesia, violenza, citazioni proprie e improprie, terrorismo, immigrazione, guerra in Siria, gioventù europea, Europa unita e disunita, social network, amore liquido, dive da profilo Instagram, critica alla società, Vangelo, la vita, la morte, l’amore per la bellezza. C’è tutto in questo loro settimo disco.

Si passa dai 15 secondi di rivisitazione in chiave moderna della Pioggia nel Pineto di D’Annunzio, cantata magistralmente in Betty da una Rachele Bastreghi supportata da una sapiente armonia, alle canzoni dalle melodie più synth pop con tanto di synth analogici e vocoder in stile Daft Punk.

Consiglio l’ascolto di tutte le tracce, in particolare Eurofestival, la più tradizionale L’era dell’acquario, La vita ma soprattutto Il Vangelo di Giovanni, per me capolavoro assoluto di quest’ultimo album.

Poi c’è Ragazzina, una canzone di grande valore, soprattutto per Bianconi, devo dire la verità, la prima volta che l’ho ascoltata – complice forse la febbre – mi sono emozionato sul finale inaspettato. Sembra una canzone d’amore ad una figlia, un ragguardo dai pericoli del mondo, e non è un caso infatti che sia la traccia finale dell’album, che chiude il disco con una speranza: quella di non affogare in quella stessa società criticata da Bianconi. Ma si comprende meglio il senso di questa canzone leggendo due risposte dell’intervista rilasciata dai Baustelle a La Stampa:

E come mai il disco si chiude citando Tu scendi dalle stelle?  

Ragazzina è una canzone per mia figlia, per una bambina. In questo disco ricorre spesso l’idea di tranquillizzare, o meglio di incitare chi ascolta a non aver paura. Me lo dico spesso anche da solo, vedrai, passerà. Mi viene in mente Everybody Hurts dei Rem, quel tipo di canzoni che ti danno una pacca sulla spalla e ti invitano a tener duro”. 

Cosa è cambiato con la nascita di tua figlia?  

Non sono mai stato così attaccato alla vita come da quando è nata lei. Ero così felice che sono andato in crisi per la prima volta. Non mi è mai importato di morire, adesso sì, mi sono ritrovato con mia figlia piccola, alcuni amici che hanno cominciato ad ammalarsi, ad avere serie difficoltà in questo 2016 appena finito e io mi sono detto che no, non posso morire, non esiste. È una cosa non da poco: significa che un senso, anche senza cercarlo, alla fine arriva”.

Leggendo queste parole e ascoltando l’album due cose vorrei chiedere a Bianconi, la prima: credi in Dio? La seconda: non capisco se tu sia un’ottimista, oppure se per quanto pessimista la tua sensibilità non riesca a non farti percepire e amare la bellezza del creato.

Queste domande per il momento rimarranno senza risposta, ed io sono già triste perché visto l’andazzo dovremo aspettare almeno altri quattro anni per un nuovo album.

 

“Piove, su immondizia, tamerici,

Sui suoi 5000 amici, sui ragazzi e le città,

Tanto poi ritorna il sole.”

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