27 Febbraio 2024

Lo spettro di una nuova guerra civile incombe sugli Stati Uniti d’America. D’altronde, dopo l’assalto dei sostenitori di Donald Trump al Campidoglio nel gennaio 2021, ritenerlo possibile non è più un esercizio di fantasia. Quel giorno morirono cinque persone ed almeno centosettantaquattro agenti furono feriti. Non era mai accaduto che il risultato delle elezioni presidenziali venisse così clamorosamente avversato da un Presidente uscente e sconfitto nelle urne, che incitò migliaia di suoi sostenitori ad assediare il Parlamento nel giorno in cui avrebbe dovuto certificare la vittoria di Joe Biden. Trump è imputato in tre processi per cospirazione e, come dichiarato dal procuratore speciale Jack Smith, “l’attacco al Congresso della nazione è stato un assalto senza precedenti alla sede della democrazia americana ed è stato alimentato dalle menzogne dell’imputato”.

Soffocata l’insurrezione, l’apparente ritiro di Trump dalle scene e l’insediamento di Joe Biden, che si proponeva la ricucitura dello strappo in seno alla società americana come un obiettivo fondamentale del suo mandato, l’eventualità di a new civil war sembrava scongiurata. D’altronde, la galassia delle formazioni dell’alternative-right (alt-right) era rimasta orfana della propria leadership e si dava alla macchia con l’intensificarsi delle indagini federali: il pericolo di un esacerbarsi della conflittualità è sembrato ai più nient’altro che un incubo finito. Tuttavia, lungi dall’aver rinunciato alle sue ambizioni politiche ed incurante di quale sarà l’esito dei procedimenti pendenti su di lui, con la sua ricandidatura ed i primi risultati conseguiti alle primarie, il tycoon sta riaccendendo una fiamma insurrezionalista che non è mai stata del tutto estinta.

Oggi non sono pochi coloro che credono che un conflitto possa divampare. A ritenerlo davvero possibile sono soprattutto i cittadini statunitensi, che per il 34% affermano di credere che una nuova guerra civile possa iniziare nei prossimi cinque anni e politologi del calibro di Robert Kagan, il quale afferma che “Una dittatura di Trump è sempre più inevitabile, dovremmo smettere di fingere. A sperarlo sono personalità come Dimitry Medvedev, che twittò “[…] l’America può trovarsi di fronte a una crisi costituzionale irrisolvibile e cadere a lungo nell’abisso di un nuovo scontro civile, forse ancora più distruttivo“. Ad immaginarne i contorni è il cinema, con l’imminente uscita di “Civil War” di Alex Garland, prodotto dalla A24. A gettare benzina sul fuoco è Greg Abott, Governatore dello Stato del Texas, che ha “dichiarato ufficialmente che sarebbe in atto un’invasione dal confine col Messico a causa delle politiche di Biden”, dispiegando “la Guardia Nazionale del Texas, la Polizia di Stato e le forze dell’ordine locali” ed impegnandosi in una battaglia politica e legale dal sapore secessionista contro Washington e contro la Corte Suprema.

Secondo un sondaggio un americano su cinque giustificherebbe la violenza “per il raggiungimento di un significativo risultato politico” ed il 64% ritiene che “gli estremisti potrebbero commettere atti violenti se il loro avversario vincesse le elezioni”. Per gli alti funzionari statunitensi dell’antiterrorismo, in un rapporto declassificato citato da Politico.com, il rischio di gravi disordini è ancora presente. Sebbene prevalentemente la violenza politica interna sia perpetrata da attori solitari e la repressione delle forze dell’ordine federali dopo il 6 gennaio 2021 abbia innegabilmente avuto un effetto deterrente, la polarizzazione politica non è mai materialmente diminuita. Una polarizzazione che avrebbe ostacolato la capacità del Governo federale di contrastare l’estremismo interno, visto che la maggior parte dei repubblicani del Congresso rifugge persino dall’accettare che di “terrorismo interno” si parli. Di conseguenza, la strategia federale per contrastare l’estremismo domestico appare tuttora frammentaria e gran parte dell’autorità giurisdizionale spetta ai procuratori eletti a livello locale, riluttanti a pestare i piedi a coloro che li hanno messi in carica.

Federico Leoni, giornalista e caporedattore di Sky TG24, ha affrontato il tema della radicalizzazione della destra statunitense e lo spettro di una nuova guerra civile nei suoi due ultimi libri, editi da Paesi edizioni. In “Fascisti d’America” offre una chiara ed utile guida sull’evoluzione dei movimenti di estrema destra, tracciando un filo rosso tanto preciso quanto allarmante. Se nell’immaginario collettivo queste formazioni sono caratterizzate dall’ estrema violenza e dalla contestuale marginalità nello spettro politico, negli ultimi anni avrebbero adottato nuovi mezzi di propaganda ed egemonizzato il Grand Old Party. Lungi dall’idea di rappresentare esigue minoranze disarticolate e caratterizzate dall’uso di una simbologia richiamante il nazismo od il segregazionismo – si pensi, ad esempio al KKK o alle formazioni di skinhead neonazisti – la destra alternativa, l’alternative right, ha attualizzato i valori e gli strumenti di proselitismo.

Considerando fallimentari le strategie perseguite nel XX sec, che avevano condannato le formazioni ad un’ insormontabile marginalizzazione, l’alt-right coltiva convincimenti nazionalisti, suprematisti, antiglobalisti, antifemministi e spesso estremamente libertari, supportati da sempre più capillari teorie del complotto diffuse attraverso la rete, riuscendo così a rendere più omogenea una galassia di movimenti e moltiplicando le potenzialità di reclutamento ed indottrinamento. La sua penetrazione nel Partito repubblicano è iniziata durante la presidenza Obama, quando movimenti come il Tea Party, personalità note come Andrew Breitbart e Steve Bennon, nonché meno noti ma influenti finanziatori avrebbero ritenuto che la radicalizzazione dell’elettorato di destra potesse rivelarsi una tattica vincente, favorendo la leadership di Trump quale perfetto interprete di una nuova politica dissacrante, delegittimante ed anti-isitituzionalista. Adesso, però, sembrerebbe che la nuova destra si sia così consolidata da essere in grado di auto-sostenersi, con o senza Trump, con o senza il Partito Repubblicano. Coloro che ne avrebbero favorito l’ascesa, insomma, ne avrebbero anche gradualmente perso il controllo. Ciò perché, volendo leggere la Storia statunitense non in modo lineare, ma per rotture, l’alt-right ha costruito la propria identità intorno ad una frattura mai definitivamente sanata da secoli, che ancora divide gli Stati Uniti: la guerra civile – la prima, quella combattuta dal 1861 al 1865 e vinta dagli unionisti.

Per l’attuale destra, Washington avrebbe troppo potere, gli immigrati rappresenterebbero un pericolo mortale e le coste americane progressiste si sarebbero spinte troppo in là, tradendo l’America profonda, tradizionale, rurale, unica interprete del messaggio della Carta Costituzionale, difesa senza fanaticamente quando si parla di libertà di parola e possesso indiscriminato di armi da fuoco (Primo e Secondo Emendamento). Una America che, nella propria narrazione identitaria, avrebbe subito i mutamenti culturali, demografici ed economici e che non avrebbe guadagnato alcunché dalla globalizzazione o dalla capitalizzazione delle big tech della Silicon Valley. Ecco quindi che l’ipotesi di una nuova guerra civile appare meno astratta, se comprendiamo che a confrontarsi alle presidenziali non sarebbero soltanto Trump e Biden, che già difficilmente potrebbero accettare l’uno la vittoria dell’altro, vista l’assoluta delegittimazione reciproca. A confrontarsi sarebbero due idee profonde ed inconciliabili della nazione americana. Se questa è sempre stata caratterizzata dai suoi contrasti – si pensi al fatto che in certi Stati è stato reintrodotto il divieto di abortire, in qualsiasi caso, mentre in altri lo si può fare fino al nono mese di gravidanza in casi particolari – oggi il conflitto politico non sarebbe più tra ricette diverse per far progredire la collettività, ma per l’identità della nazione.

Per un soggetto politico come gli Stati Uniti, che ha trovato la propria forza proprio nell’incessante movimento delle idee, la situazione venutasi a delineare rischierebbe, invece, di determinare una fatale paralisi. Per i politologi S. Levitsky e D. Ziblatt, professori alla Harvard Kennedy School of Government ed esperti di sistemi democratici, autori di “Come muoiono le democrazie”, l’indebolimento della democrazia statunitense affonderebbe le sue radici in una polarizzazione estrema della società, mai così acuta dai tempi della guerra civile, che oltrepassa le divergenze sulle politiche e si “trasforma in un conflitto esistenziale legato a razza e cultura”. Definito un “violatore seriale di norme”, con scarsa considerazione del processo democratico, che nega la legittimità degli avversari, che è privo di temperanza istituzionale e che incoraggia alla violenza, Donald Trump starebbe nuovamente contribuendo a radicalizzare il confronto elettorale minando le fondamenta della democrazia statunitense.

Quanto sopra non deve certo indurci però a ritenere che il destino degli Stati Uniti sia già scritto. Lungi dall’essere in declino, l’economia americana non conosce crisi, cresce ininterrottamente, non è mai stata così forte e mai la disoccupazione è stata così bassa. La loro proiezione internazionale, per quanto discussa, è ancora solida, la NATO che non è mai stata così coesa ed Ucraina e Taiwan sono ancora libere. In patria, pesi e contrappesi della più antica delle repubbliche moderne hanno già limitato e limiteranno derive autoritarie. Le forze armate sono ancora fedeli alla democrazia e lo si è visto quando si rifiutarono di rispondere all’Insurrection Act ordinato da Trump contro il movimento Black Lives Matter. La stragrande maggioranza degli americani è lontana da una radicalizzazione mortalmente conflittuale ed è consapevole dei rischi che cela il futuro, anche grazie al lavoro di una libera stampa che resiste. Lo spettro di una guerra civile combattuta da eserciti, con linee del fronte e bombardamenti, così come fu quella del 1861-65, deve apparirci, ovviamente, come uno scenario tutt’altro che probabile. Ciò che invece potrebbe concretamente avvenire, secondo Federico Leoni in “In America Contro” potrebbe essere l’esacerbarsi di quella latente conflittualità mai sopita, visto che uno “stato di violenza incipiente e diffusa” l’America lo starebbe già affrontando. Se non venisse instancabilmente monitorata e controllata, questa violenza potrebbe divampare come un incendio, viste le profonde frizioni ideologiche che attraversano gli Stati Uniti e tenuto conto che le armi detenute dagli americani nelle proprie case ammontano a quasi quattrocento milioni, quando i cittadini statunitensi sono, invece, soltanto circa trecentotrenta milioni.

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Lamberto Frontera

Classe 1995, laureato in Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Firenze, appassionato di storia, politica ed economia, oltre che di informatica, cinema ed arte, scrive per Uni Info News dal 2015

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