21 Settembre 2021

Ci siamo, il 20 Gennaio è arrivato. Tra poche ore, Joseph Robinette Biden Jr giurerà come 46esimo presidente degli Stati Uniti. Biden si appresta a fare il suo ingresso alla Casa Bianca in uno dei momenti più delicati della storia democratica americana. Cerchiamo di capire perchè.

Dallo scorso 3 Novembre, giorno dell’election day, si sono susseguiti una reazione a catena di eventi senza precedenti, tutti mirati a contrastare l’insediamento del neo presidente eletto e della sua vice Kamala Harris. Un presidente uscente che non riconosce la sconfitta, una frangia cospicua di un partito (Repubblicano) che si schiera con il presidente a sostegno di infondate accuse di frode elettorale. Un team di legali guidati da Rudy Giuliani, avvocato personale di Trump, che promuove a raffica, senza alcun successo, ricorsi e azioni legali negli Stati dove a detta loro si è consumata la truffa elettorale. Una transizione dei poteri, prassi fondamentale per garantire un insediamento effettivo ed efficace della nuova amministrazione al posto della vecchia, inizialmente osteggiata e iniziata con un mese di ritardo. L’occupazione di Capitol Hill del 6 Gennaio e per finire la seconda iniziativa di impeachment (mai nella storia) promossa dal Congresso contro Trump. Tutti segnali inequivocabili di come il sistema americano si sia rotto.

Per quanto gravi, non sono però eventi di cui dobbiamo stupirci. Chi afferma il contrario, è perchè ha poca dimestichezza con la politica americana (e ci mancherebbe), o perchè i media generalisti italiani fanno ancora fatica a fornire un ritratto complessivo di eventi politici accaduti a migliaia di chilometri di distanza. Non sta a me dirlo. Chi afferma che ad occupare il Campidoglio siano stati esclusivamente quei ceti poveri e maggiormente colpiti dalla crisi economica causata dalla pandemia, ignora la natura della reale base di consenso del trumpismo. Una base in parte alimentata dalla milizia armata di destra dei Proud Boys, dai fanatici complottisti di QAnon e grandi imprenditori del tutto interessati a non ottenere tassazioni maggiori. Per quanto possa sembrare assurdo, l’occupazione del Campidoglio era prevedibile e prevista. I principali media americani ne parlavano da giorni. Abbiamo assistito ad uno spettacolo indegno, compiuto da una porzione cospicua e deviata dell’elettorato repubblicano trumpista, frutto della crescente radicalizzazione che il partito si trascina con sé da anni. Sia chiaro, ancora oggi la maggioranza del partito repubblicano e dei suoi elettori sono ancora ancorati ai valori democratici fondamentali, ma sempre più vengono oscurati dagli esempi sopra citati.


Non è un segreto di come negli ultimi quattro anni Donald Trump abbia detto o scritto, che una sua eventuale sconfitta avrebbe implicato automaticamente dei brogli elettorali. Ha screditato per mesi, prima dell’elezione, il sistema di voto per posta di cui milioni di americani (soprattutto democratici) hanno usufruito per evitare di uscire dalle loro abitazioni a causa dell’imperversare della pandemia. Persino al termine delle elezioni da lui vinte nel 2016, protestò per una presunta truffa, dato che prese 3 milioni di voti in meno della sua rivale Hillary Clinton, a dimostrazione di quanto il concetto di sconfitta non sia per lui cosa gradita. 

La transizione però c’è stata e l’insediamento ci sarà, in quanto processo inevitabile per la costituzione americana. In questo quadro, il presidente Biden dovrà vestire i panni del normalizzatore. Nel suo discorso di apertura si appellerà all’unità nazionale,  tenterà di farsi da garante di un equilibrio politico e sociale. Ma al tempo stesso l’ Inauguration Day segnerà simbolicamente l’inizio di una stagione colma di interventi e riforme. Sono attesi infatti nei primi 100 giorni di presidenza una raffica di ordini esecutivi volti a ricostruire una economia disastrata dalla pandemia, e al tempo stesso volti a smantellare politiche di isolamento promosse dalla presidenza Trump.

Della composizione della nuova squadra di governo, ormai sappiamo quasi tutto. Difatti le nomine dei membri della nuova amministrazione si sono susseguite una dietro l’altra nelle scorse settimane. E a testimonianza di quanto detto poco fa, sulla volontà di Biden di ricostruire, c’è la questione clima. 

Tre nomi su tutti: John Kerry, in qualità di inviato speciale per il clima, Gina McCarthy a capo del nuovo Ufficio per le Politiche Climatiche e Michael Regan come nuovo capo dell’EPA (Agenzia per la protezione dell’ambiente). Un ex segretario di stato, un ex capo proprio dell’EPA (istituzione creta nel 1970 dall’ex presidente Nixon), e un ex segretario del dipartimento per la qualità ambientale della North Carolina. 

Queste sono nomine simbolo, traducibili con: gli Stati Uniti invertiranno rotta sul clima con il Green New Deal e rientreranno negli Accordi di Parigi del 2015. 

Per farsi una idea più precisa della vera portata dell’agenda politica dell’amministrazione Biden sul clima, dobbiamo fare però un passo indietro. Anzi due: il primo sugli accordi di Parigi, il secondo sulle politiche ambientali messe in atto da Trump nel corso dei suoi quattro anni al potere.


Innanzitutto gli accordi furono sottoscritti, poco più di cinque anni fa, il 12 Dicembre 2015 nella capitale francese. Si tratta di un accordo tra gli stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici concernente la riduzione di emissione di gas serra. Difatti l’obiettivo di lungo periodo è quello di:

  • contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto della soglia dei 2°C oltre i livelli pre-industriali
  • limitare tale incremento a 1.5°C, poiché questo ridurrebbe in modo significativo i rischi ed effetti dei cambiamenti climatici

Il contenuto dell’accordo è stato negoziato dai rappresentanti dei 196 stati, con la quasi totalità di essi fin da subito decisi a farne parte. Il rappresentante per gli Stati Uniti fu non a caso, John Kerry, allora inviato in qualità di Segretario di Stato sotto la presidenza Obama. Proprio il suo talento politico di buon mediatore e diplomatico si rivelarono indispensabili nel dar vita ad un accordo siglato da un numero di stati partecipanti mai così alto. Va anche aggiunto che questi accordi rappresentano la chiusa, l’eredità politica di otto anni di presidenza Obama (a chi è interessato consiglio la visione del documentario Netflix “The Final Year” che svela retroscena e fatti politici legati proprio alla stipulazione degli accordi).

Non c’è stato contrappasso dantesco peggiore però nel passare da attore principale di un accordo di tale portata, a nemico pubblico numero uno quando si parla di clima e impatto ambientale. E qui si incastra il pezzo di puzzle mancante: Trump e le sue visioni sul tema.

Come risaputo in politica, ogni promessa (fatta agli elettori) è debito. Motivo per cui, Trump non si è fatto attendere nel notificare alle Nazioni Unite l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul clima. Più volte il Tycoon aveva fatto emergere la sua volontà di abbandonare l’accordo, definito unfair, dannoso per l’industria americana dei combustibili fossili. Una decisione pericolosa, ma politicamente comprensibile se si considera il bacino elettorale repubblicano di riferimento: una fetta di popolazione fatta di imprenditori, grandi manager d’azienda e petrolieri. In caso contrario, l’imposizione di standard produttivi al ribasso per le aziende dei settori appena citati, con annessi obblighi di riduzioni di emissioni a favore delle rinnovabili sarebbero state certo per loro un colpo assai più duro della ghigliottina. 

Ma entriamo nello specifico, per comprendere meglio la direzione e l’impatto che hanno avuto quattro anni di politiche ambientali in controtendenza con quanto Scienza e innumerevoli studi chiedono da anni ad ogni governo di mettere in pratica. 

Per tutto l’anno solare 2020, il New York Times ha pubblicato una analysis con aggiornamento trimestrale, su tutti i provvedimenti presi dalla presidenza Trump smantellando e invertendo leggi promosse da amministrazioni precedenti.

Il grafico del New York Times mostra a sinistra le categorie di riferimento. Nelle colonne di destra i processi di inversione, in rosso quelli completati e in arancione quelli attualmente in corso.

L’analisi condotta dal quotidiano americano convoglia ricerche effettuate dalla Harvard Law School’s Environmental Regulation Rollback Tracker, Columbia Law School’s Climate Deregulation Tracker, dall’ Interior Department e U.S. Chamber of Commerce, stilando un elenco preciso e dettagliato diviso per aree di intervento. Stando all’ultimo aggiornamento del 10 Novembre 2020, sono 104 i processi totali di inversione messi in atto da Trump. Tutti interventi di deregulation su perforazioni e estrazioni, inquinamento delle acque, infrastrutture, protezione della fauna, sostanze tossiche e così via.

In tema di emissioni e inquinamento dell’aria, vanno poi segnalate prima la cancellazione della legal justification per le aziende, misura imposta da Obama per limitare le emissioni di mercurio delle centrali a carbone, poi la sostituzione del Clean Power Plan, sempre promulgato da Obama, con l’ Affordable Clean Energy Rule decisamente più indulgente.

Il caso ha voluto poi che la notifica di ritiro dall’intesa di Parigi, entrasse in vigore solo a partire dal day after delle elezioni 2020. Donald Trump ha però perso le elezioni e non potrà dare continuità a politiche negazioniste sulla crisi climatica. Per tutta la campagna elettorale appena trascorsa, il neo presidente eletto Joe Biden ha ribadito con forza ai suoi elettori e al mondo come il Green New Deal rappresentasse una delle colonne portanti della sua agenda politica. Ed infatti nella stessa giornata della notifica di ritiro, Biden ha subito tolto ogni dubbio sul re-ingresso degli Stati Uniti negli accordi con un semplice tweet.

Il potere dei social. 

Con il Green New Deal, è stato presentato un ambizioso piano da 2000 miliardi di dollari a sostegno di una transazione ecologica che annulli le fonti fossili in 15 anni e che renda gli Stati Uniti un paese ad emissioni zero entro il 2050 affidandosi esclusivamente a fonti rinnovabili. Un chiaro segnale di quanto tornare a parlare di lotta ai cambiamenti climatici sia per lui e per la sua amministrazione imperativa. Come altrettanto imperativo sarà far riacquisire di nuovo agli Stati Uniti quel ruolo di leader mondiale andato perso con l’isolamento diplomatico propugnato per quattro anni da Trump. 

Certamente l’elezione di Biden è una confortante notizia per clima e ambiente. E la figura di John Kerry in questo senso diventa centrale. Biden ha infatti affidato nelle sue mani il compito di creare le condizioni necessarie al rientro degli Stati Uniti nell’accordo, al rientro degli Stati Uniti nella politica internazionale che conta da protagonista, aprendo una nuova stagione politica ed economica volta al dialogo, anche con l’Europa tanto bistrattata dal suo predecessore, cucendogli addosso un ruolo senza precedenti. Kerry è l’uomo al posto giusto al momento giusto. Non solo ha partecipato alla stesura degli accordi, ma sa anche come dialogare con i 195 paesi, avendo l’esperienza necessaria per contribuire a colmare il vuoto prodotto in campo internazionale da Trump.

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Francesco Ingardia
Francesco Ingardia

Classe 1994. Sono nato agli albori della Seconda Repubblica. Un motivo più che valido per indagare ed occuparmi di politica. O forse no.

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