27 Settembre 2020

Buffy – L’ammazzavampiri: L’urlo che uccide

Con la quarta stagione Buffy – The Vampire Slayer giunge ad un traguardo importante, si lascia alle spalle un set, il liceo superiore, dove negli anni passati ha portato sul palco ben tre stagioni, che per l’epoca si traducono in quasi sessanta episodi, per arrivare in una location del tutto inedita: l’università.


Si amplia a dismisura l’universo della cacciatrice, viene dato un respiro maggiore a tematiche universali che abbandonano i problemi dell’adolescenza per iniziare ad abbracciare le difficoltà della vita adulta: la gestione del proprio piano di studi, le relazioni non sempre ben identificate, l’interazione tra compagni di corso di sensibilità ed anni differenti, la lontananza da casa e dal nido familiare, le abitudini perse e da rinnovare, il lavoro e la fiducia nel proprio incerto futuro.

E’ una stagione di passaggio, che deve ingranare una marcia nuova ed un ritmo differente, prendere le distanze dall’agiatezza con cui si era portato all’eccellenza un meccanismo narrativo oliato e funzionale in toto tra le aule della Sunnydale High School, perché ripetere uno schema come quello adottato negli anni precedenti avrebbe significato sminuire il potenziale e la freschezza di un prodotto di intrattenimento capace di sorprendere proprio per la sua componente innovativa esercitata da una contaminatio eterogenea di fattori narrativi. Mostri e vampiri restano l’ossatura soprannaturale che contraddistingue la serie, ma Buffy ha bisogno di una scossa, di prendere una decisione e attuare un taglio micidiale e preciso nei riguardi di quel background di cui si è fatto portavoce e che rappresenta il bagaglio che ne ha decretato il successo.

Ci riesce nella maniera più prevedibile e meno aggressiva, tanto che non è possibile rimanere affascinati dal campus accademico in contrapposizione alle aule, armadietti e laboratori liceali, perché la location passa da componente fondamentale, quasi familiare per prendere dimestichezza con i protagonisti, a cornice, o meglio, fondale su cui muovere uomini e donne; è una sensazione accentuata maggiormente dal fatto che i set sono molteplici, mai convergenti in un unico hub centralizzato. Questa divisione interna sarà poi sfruttata a dovere nel finale della season, quando l’individualità dei protagonisti si rifletterà non solo nella personalità, ma anche nel loro modo di vivere, dove ognuno inizia a dare una netta preferenza al contesto in cui è inserito e si sta inserendo, a discapito di un unico sancta sanctorum dove pianificare azioni o riflettere sul da farsi.

La divisione interna, le guerre intestine declinate poi tramite Spike, (anti)eroico Iago, in un machiavellico divide et impera esplodono solo in un secondo momento, quando il pubblico può identificare un antagonista chiaro e dai contorni cicatriziali ben definiti: Adam.

Tutto questo, però, porta a prendere in analisi uno degli episodi migliori delle sette stagioni di Buffy, diretto e scritto dal suo creatore Joss Whedon, posto strategicamente come middle-season: Hush.

Nella sua struttura è fiabesco, nella messa in scena terrificante: L’urlo che Uccide non ha riserve quando vuole spaventare e non ha paura di portare avanti un plot composto da un intreccio facile da digerire.


Un gruppo di gentiluomini riesce a rubare la voce a tutti gli abitanti della cittadina di Sunnydale, nessuno può parlare ed il mistero attorno a questa afonia sembra avere radici nel folklore popolare: proprio come in una fiaba dei fratelli Grimm c’è un unico modo per porre fine alla maledizione: l’urlo di una principessa. Il tempo, però, gioca a sfavore di Buffy & co. perché le sinistre entità hanno intenzione di uccidere sette persone innocenti per rubare loro il cuore. Gli e ne servono sette per portare a termine la loro missione.

Whedon su questa base, che presenta in modo poco convenzionale al Buffyverse dal punto di vista tecnico, tramite un’introduzione onirica con tanto di filastrocca profetica proclamata da una giovane Buffy Summers, allestisce una metafora potente sull’importanza dei propri sentimenti e il modo attraverso cui esprimerli. Con il senno di poi, nell’era odierna dove messaggi scritti e vocali sono sinonimo di comunicazioni pleonastiche, la morale di Hush figura come precursore di una deriva alla superficialità comunicativa.

Buffy e Riley sono presentati con accortezza all’inizio dell’episodio come una coppia affiatata, ma lontana anni luce dal saper trovare un codice con cui mettere in mostra quello che provano; Willow cerca nuovi legami con le presunte sorelle streghe del campo per scoprire che la congrega universitaria è un insieme di pseudo adoratrici di finti poteri arcani; Xander ed Anya sono immischiati nei classici problemi tra uomo e donna dove il primo non si sente ancora pronto a fare della propria compagna una fidanzata, adagiato sul piano del friends with benefits, mentre la seconda cerca di dare alla sua vita un senso anche attraverso l’importanza di una relazione stabile, che la faccia sentire parte di questa realtà.

C’è tanta carne a fuoco, tante sotto-trame difficili da gestire e potenzialmente logorroiche nel loro svilupparsi, ma Whedon opta per la meno probabile delle soluzioni narrative e la più cinematografica di esse: far parlare le immagini. 

Hush spreme fino all’ultimo il potenziale espressivo di cui è intriso, lavora continuamente sul piano della fisicità e dell’attrazione, ed essendo un episodio al cui cuore c’è la relazione tra uomini e donne (e donne), dà grande importanza al contatto fisico ed alla sessualità, in modo reticente, delicato, vero, ma conscio e non banale o superficiale. E’ la parentesi perfetta, o così riesce ad essere, che proietta l’intero campionario di personaggi in un nuovo livello di consapevolezze reciproche: Buffy capisce cosa Riley provi per lei; Riley ha un’epifania sul vero ruolo e natura di Buffy; Willow conosce Tara, l’unica altra strega del campus; Anya ha una dimostrazione sincera dell’amore che Xander nutre verso la sua persona.

E’ un paletto su cui emotivamente i sentimenti degli eroi di Whedon ruoteranno per il resto della stagione i cui sviluppi abbracceranno le successive fino al tragico finale della sesta. Hush pianta idee e soluzioni decisive e gode di un forte impatto scenico, debitore esteticamente dell’espressionismo tedesco, dove i “mostri” chiamati in causa suscitano un terrore infantile ed intimo, spietati mietitori che svolazzano a pelo del terreno, condotti da altre aberrazioni umanoidi per le strade deserte e pregne di desolazione, orrori di carne ed ossa capaci di fare leva sul vulnerabile silenzio delle loro vittime.

L’angoscia e la tensione sono condensate da un montaggio attento, specie nelle scene risolutive, ed il silenzio in cui la cittadina è caduta si ripercuote sul viso ormai deformato di coloro prossimi alla morte, consapevoli di essere spacciati di fronte all’impossibilità di chiedere aiuto: soggetti protagonisti di un post-moderno Urlo capace di rifarsi all’impatto visivo ed alla sorpresa del cinema muto.

 

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Claudio Fedele
Claudio Fedele

Nato il 6 Febbraio 1993, residente a Livorno. Appassionato di Libri, Videogiochi, Arte e Film. Sostenitore del progetto Uninfonews e gran seguace della corrente dedita al Bunburysmo. Amante della buona musica e finto conoscitore di dipinti Pre-Raffaelliti.
Grande fan di: Stephen King, J.R.R. Tolkien, Wu Ming, J.K. Rowling, Charles Dickens e Peter Jackson.

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