27 Settembre 2020

#FilmoftheWeek è la rubrica con cui vi consiglio un film a settimana. Il primo appuntamento è con “Un affare di famiglia” del regista giapponese Hirokazu Kore’eda, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2018.

Come Picasso ha avuto il suo periodo blu, io sto senza dubbio attraversando il mio “periodo asiatico” – cinematograficamente parlando s’intende. Certo, è un paragone che fatica a stare in piedi, visto che Picasso l’arte la creava e io invece ne sono semplice fruitrice, più precisamente una fruitrice che se ne sta comoda sul suo divano. Ma il punto è un altro, e cioè che così come Picasso all’epoca non riusciva a dipingere nulla che non fosse malinconico e che non richiamasse tutte le sfumature di blu, così io mi ritrovo a non riuscire a guardare film che non appartengano ad un panorama lontano da me. Insomma, sento il bisogno di qualcosa di diverso, che sia poesia per gli occhi, pur allontanandosi da tutti gli standard del cinema a cui siamo abituati.


Non so se sia stato il successo di Parasite agli scorsi Oscar, se quel film mi abbia spinto ad approfondire il mondo orientale e ad allontanarmi in qualche modo dal mainstream hollywoodiano – che comunque ci piace e continuerà a piacerci sempre, chiarisco per onestà di intenti. In ogni caso, in questa quarantena, ho guardato un numero indefinibile di film e mi sono accorta che la maggior parte di questi appartiene al mondo coreano, cinese e giapponese.

Tutto questo preambolo per spiegare una cosa semplice, ovvero il motivo per cui imbattendomi in “Un affare di famiglia” di Hirokazu Kore’eda, ho premuto play. Così istintivamente, senza conoscere il regista, la trama del film e neanche la cultura che il film in questione sarebbe andato a rappresentare. L’approfondimento è arrivato dopo, quando il film è terminato, lasciandomi a bocca aperta e con la voglia di scriverci una recensione. Quindi eccoci qua.

La prima cosa che ho letto, documentandomi su internet, è che Hirokazu è un famoso regista e sceneggiatore giapponese che già in altre occasioni si è cimentato con questo tema tanto immediato quanto complesso: i legami familiari. Se in Father and Son (2013) ci ha raccontato una storia di scambio dei neonati, mentre in Little Sister (2015) quella di un legame tra sorelle che va oltre il principio di sangue, qui in Un affare di famiglia (2018) Hirokazu va ancora oltre e ci racconta la storia di un’intera famiglia che si costruisce per caso. E lo capiamo fin dalle prime scene.

Il film comincia così: di ritorno a casa, un padre e un figlio vedono una bambina su un balcone di una casa al pianterreno, una bambina che sembra maltrattata e abbandonata a se stessa, e decidono di portarla con loro. Subito viene da chiedersi, abbiamo appena assistito a un rapimento?

A domandarselo è anche lo stesso Osamu, che ha portato con se la bambina e che, appena sentita la notizia della scomparsa della piccola Juri in televisione, si preoccupa immediatamente delle conseguenze del suo gesto. Eppure la compagna, Nobuyo, che si è subito affezionata alla bambina, lo tranquillizza dicendo non si tratta di rapimento perché “non l’abbiamo rinchiusa e non abbiamo chiesto un riscatto”. Qui risiede il nodo focale del film, qui ristagna il dubbio che spinge il pubblico a domandarsi, per 121 minuti di fila, cosa sia il “bene” e cosa il “male”, e soprattutto se bisogna sentirsi indignati o sollevati per ciò che accade ai protagonisti della pellicola di Hirokazu Kore’eda.

Un affare di famiglia

Il film si svolge quasi completamente in ambienti chiusi, con un’incredibile ricercatezza delle inquadrature, composte perlopiù da piani fissi ingombri di oggetti, e una fotografia satura che segue, insieme al film, il susseguirsi delle stagioni con i loro colori e le loro luci. La maggior parte delle scene sono ambientate in questa casa piccolissima, dove vive quella che sembra una vera e propria famiglia: c’è una nonna, due genitori, una sorella, un bambino e la piccola Juri, la bambina rapita che inizialmente crediamo essere l’unica “outsider” di quel nucleo familiare. Ma non tutto è come sembra e, mano a mano che procedono i minuti, il film ci lascia guardare più da vicino quei legami familiari che ritrae. E ci racconta un’altra verità.


La famiglia non si sceglie, la famiglia dipende dai legami di sangue. Ma siamo sicuri che sia vero? Del resto, siamo davanti ad un nucleo familiare un po’ bizzarro. Si tratta di una famiglia molto povera, la cui sussistenza è garantita dal taccheggio e dai piccoli furti al supermercato, in cui vengono sempre coinvolti i due bambini. Eppure, riusciamo davvero a condannare questa famiglia di ladri e rapitori? Sono colpevoli è vero, ma sono gentili e si vogliono bene, è evidente. Tutta la prima parte del film si regge tesa su questa ambivalenza, questa convivenza tra “giusto” e “sbagliato”. Poi ad un certo punto qualcosa si rompe, gli eventi precipitano e l’idillio di quella famiglia che si è scelta e che si vuole bene, si spezza. E il pubblico si trova nuovamente a rivalutare da capo tutta la storia.

Ma non è solo la sceneggiatura, così ben scritta e ricca di spunti di riflessione, a indicarci la bellezza di questo film – che non a caso vince la Palma d’oro a Cannes nel 2018. L’immediatezza delle scene è garantita soprattutto dall’interpretazione degli attori che hanno saputo raccontare, senza costruzioni stereotipate, la storia di questa famiglia di gente semplice, che reagisce col sorriso alle difficoltà quotidiane e che cerca continuamente di trasmettersi affetto a vicenda.

Un affare di famiglia si rivela un film che incanta e fa riflettere. Che apre lo sguardo sul Giappone, sulla sua cultura e sulle diseguaglianze sociali che percorrono i confini tra periferia e città. E che, soprattutto, racconta la famiglia in un modo inedito, aprendo lo sguardo su altri punti di vista e lasciandoci con una importante domanda: la famiglia, alla fine, non è quella che ti scegli?

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Viviana Iannizzi
Viviana Iannizzi

Viviana, 25 anni. Di Terracina, ma adottata dall’Università degli studi di Firenze già da cinque anni. Laureata in Studi in comunicazione alla facoltà di Scienze politiche, coltivo parallelamente la mia più grande passione: il cinema. Per questo, qui su Uni Info News, vi parlo dei film che ho visto e vi consiglio i miei preferiti.

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