2 Giugno 2020

Se guardiamo a quella fucina di artisti che sta diventando ultimamente l’Oceania è impossibile tralasciare i Tame Impala, anzi Kevin Parker, l’eclettico polistrumentista australiano nato con la scatola cranica a forma –e sostanza- di mixer. I Tame Impala si sono affermati nel 2010 con Innerspeaker, nel 2012 hanno regalato al mondo della musica un capolavoro psychedelic-pop-rock dal titolo Lonerism, e nel 2015 ecco la svolta elettronica con Currents.

Nel parlare di Parker e compagnia tante sarebbero le cose da dire, iniziando dal nome, dagli esordi e dal gusto per il camminare sempre a piedi nudi, passando per il sodalizio, musicale e non, con Melody Prochet, per finire con la loro consacrazione nell’Olimpo della musica mondiale. Ma poco importa, non siamo su Rolling Stone o Noisey e nemmeno su uno di quei giornali scandalistici che raccontano il bello delle vite degli artisti al giorno d’oggi. Mi voglio soffermare su altro, per il resto ci sono Wikipedia, Google, Youtube e Spotify. Però permettetemi di spiegarvi, prima di passare a Currents, perché i Tame Impala sono così geniali e soprattutto come sono arrivati ad esserlo.


Innerspeaker
Innerspeaker, 2010

2010, l’etichetta australiana Modular Recordings, rilascia Innerspeaker, dodici tracce evidentemente ispirate ad un genere di punta tra i ’60 ed i ’70, lo psychedelic-rock. L’album non è da confondersi come il solito scontato tentativo, quasi manieristico, di riportare il sound psyco-vintage nel nuovo millennio, tutt’altro, l’album ne è una contestualizzazione perfetta, forse la migliore possibile. In linea con quel gusto per il vintage che di lì a poco sarebbe esploso in tutto l’occidente.

Se Innerspeaker ci ha introdotti a conoscere un mondo nuovo dai sapori familiari, quello di Parker, Lonerism più che una conferma è un ulteriore passo avanti su questa strada. E lo è perché unisce a questo connubio già ben riuscito una certa aria pop che sembra stendere un tappeto ai Tame Impala con su scritto “Benvenuti nel 2012”. Ricordo la mia prima impressione nell’avere ascoltato Feels like we only go backwards: “è come se John Lennon e Paul McCartney avessero scoperto l’esistenza del computer, o come se i Pink Floyd si fossero formati quasi 50 anni più tardi”, lo stesso paragone che ho fatto per Elephant con i Deep Purple o i Cream. Lo ammetto, fu una piacevole scoperta, che mi portò in un mondo nuovo musicalmente parlando, quello che strappava i computer dalle mani dei dj –stupido luogo comune- per consegnarlo ad ogni musicista intenzionato a fare qualcosa di valido ai nostri tempi. E parlerei davvero ad ore di Lonersim, parlerei dell’apertura che fa salire lenta tutta la potenza del disco con Be above it, dell’iniezione di testosterone che provo ogni volta che ascolto Mind mischief, piuttosto che della tristezza che mi assale con Sun’s coming up, o dei trip melanconici che partono con Endors toi. Insomma ce n’è davvero per tutti i gusti. Persino i nostalgici delle jam brutali possono essere soddisfatti laddove intere tracce culminano con marmellate musicali trasformate in un qualcosa di coerente e preciso, come in

Lonerism, 2012
Lonerism, 2012

Keep on lying.

Tutte queste considerazioni ovviamente trascendono dalle tematiche affrontate nei brani. E a tal proposito va detto che quella dei Tame Impala è musica profonda, introspettiva e anche molto pesante, me ne rendo conto. Pesante come tutto ciò che fluisce nell’intensità di un animo sensibile: quello di Kevin Parker. Ed è proprio questo flusso la chiave di lettura di Currents.

Currents, correnti, titolo quasi sbagliato. Stream of consciusness sarebbe stato senz’altro più coerente e credibile, ma poco importa, Currents rende di più a livello di marketing e ce lo facciamo andare bene lo stesso.

Inutile dire che dopo tre anni di silenzio tante erano le aspettative dei fans di tutto il mondo, e quel che aleggiava tra i più era la convinzione che fosse effettivamente difficile fare un lavoro migliore o comunque all’altezza. Parker lo sapeva, e al netto dei concerti e del resto, ha passato tre anni chiuso nella sua villa-studio di Perth a dare seguito a tutta la sua creatività, ed ecco che lentamente -tutto da solo- ha creato Currents.


Premessa: sono rimasto veramente deluso ad un primo ascolto, ma poi in un secondo momento, focalizzandomi di nuovo sull’album in un periodo particolare della mia vita, me ne sono innamorato. Ma credetemi, non è, come per i due precedenti lavori, un discorso di oggettivo valore artistico, no, con Currents è un discorso più personale, perché sono fermamente convinto che personale sia pure la vicenda narrata nell’album tra sound e lyrics. Una vicenda in cui ciascuno di noi può riconoscersi o no.

Proprio per questo carattere così personale, quella che cercherò di fare adesso non è una critica musicale ma –passatemi il termine- una fenomenologia di Currents. Un’analisi ispirata, e forse poco professionale, basata sul sound e sulle tematiche principali che da esso emergono.

L’intero album è una gigantesca opera di sublimazione, un flusso di coscienza. Più in particolare Currents è la metafora di una rottura amorosa lasciata in sospeso, che ripercorre le fasi dell’elaborazione del lutto, come fosse un viaggio interiore e personale. Insomma un periodo di cambiamento, potrei dire -quasi osando- l’anticamera di un’epifania. Uno di quei periodi in cui appuntare i propri pensieri ed analizzarli assume un ruolo fondamentale per trovare la catarsi di cui si ha bisogno. E come in tutte le storie ambientate ai giorni nostri Parker in Let it happen diventa il cantore dell’inquietudine metropolitana, della frenesia moderna, liquida, che logora fino a spingere al soffocamento. Un’inquietudine che in molti conoscono seppur cerchino di scapparne. Un’inquietudine che se presa nel verso giusto può diventare spinta vitale. E proprio nella seconda traccia Nangs ci accorgiamo di questo. Letteralmente “nangs” significa gas esilarante, che per un cultore delle droghe psichedeliche come Parker, diventa un mezzo, quasi un suo personale Caronte, che lo guida all’anticamera di una consapevolezza: “but there is something more than that?”. Ma c’è qualcosa di più in questo malessere? Sì, bravo Kevin ci hai preso in pieno, c’è qualcosa di più profondo in questa inquietudine. Non è da respingere ma da indagare e solo andando a fondo di essa se ne può venire fuori. Ma lasciamo perdere queste dinamiche e torniamo all’album. A questo punto ecco The moment. E quale può essere il momento a cui si riferisce Parker? I testi sono molto complessi, e se in alcuni punti il suo sembra uno struggente e ansiogeno inno alla morte, in altri sembra essere un discorso sull’attimo che svanisce, sulla fugacità del tempo e dei momenti che non riusciamo a vivere a pieno, insomma un lamento contro il tempo che scorre incessante nolente della nostra volontà che tutto sia sempre sotto il nostro controllo. Ma questa Fine di cui parla Parker potrebbe essere anche la fine dell’amore con la donna che ama, perché no, la morte come metafora della fine di un amore, niente di nuovo tutto sommato.

Ma a quel punto il tono dell’album cambia, la serietà quasi solenne del sound viene meno. E con Yes, I’m changing Parker sembra cambiare davvero, d’un tratto la vita gli si apre davanti con tutte le infinite strade e possibilità nuove. Torna a parlare con la donna amata dicendole che non vede un futuro per la loro relazione. Anzi, Parker si sente chiamato ad uscire fuori dall’odio e dalle frustrazioni che si porta dietro, e sente chiamare pure la sua donna, ma da qualcun altro. Sembra che la rottura sia già stata metabolizzata, e d’improvviso qualcuno sta chiamando i due per continuare a vivere. Quella a cui sono chiamati è una vita nuova dove non c’è più spazio per l’odio. Tutto sembra già finito, ogni errore perdonato. Il ritmo della canzone ne rende testimonianza con la sua serenità, con una leggerezza che sfocia quasi nell’auto-ironia. Esatto, perché è ancora troppo presto perché tutto possa dirsi concluso così facilmente.

E invece in Eventually c’è un salto indietro, Parker si forza ad accettare la rottura, sa che entrambi saranno più felici se riusciranno a lasciarsi andare via, e tenta di auto-convincersi spiegando al suo cuore dove lo porta la ragione. Proprio in questa traccia emerge palese come non mai il conflitto tra sentimento e ragione. Dove parlando alla sua Lei in realtà parla a sé, nel vano tentativo di vincere l’amore con la razionalità.

A quel punto ecco Gossip, un pezzo di rottura, un breve passaggio che lascia l’ascoltatore in sospeso. L’effetto è quello di tante parole vane, un po’ come quando nel distacco dalla persona amata a prendere il sopravvento è tutto l’insieme di pensieri, voci di corridoio, presunzioni e auto-giustificazioni. Questa traccia in poco più di un minuto ci comunica lo stato di sospensione più logorante in cui una storia d’amore possa precipitare. Così quando l’intermezzo si interrompe nell’ultimo accordo di chitarra senza sottofondo, il secondo di stacco silenzioso è una boccata d’aria fresca che ci proietta tutto d’un fiato in una canzone esplosiva, dalle atmosfere cariche, simili a Mind mischief di Lonerism, questa è The less I know the better.

“Meno ne so meglio è”, questa è la traduzione vera, e come s’intuisce dal titolo tutte le paranoie e le voci di corridoio venute fuori durante Gossip diventano concrete e reali. Inizia il tempo della gelosia, del tormento, e perché no, della voglia di vendicarsi, di prendere la prima sconosciuta e portarsela a letto per dimenticare. Occhio per occhio dente per dente. Ed in questo flusso tra la rabbia e l’orgoglio maschile, soprattutto nel video della canzone, emergono tutte le tematiche care ai Tame Impala, il sesso freudianamente inteso, la repressione, e il potere che le donne riescono ad esercitare su noi uomini. L’uomo ne rimane schiacciato, non riesce a reagire, ad affrontare il lutto subito, ed ecco il caro vecchio –inutile- rimedio, metterci una pietra sopra. Insomma, meno ne so –di lei- meglio è.

Eh no Kevin, così non va.

Kevin Parker (Copyright Noisey, Vice News)
Kevin Parker (Copyright Noisey, Vice News)

A questo punto, in Past life c’è un ritorno alla leggerezza musicale di Yes, I’m changing, una leggerezza che svilisce tutti i suoi atti. Stavolta Parker non vede possibilità, vede solo il passato, pieno di rimpianti ed errori, dove stanno i suoi rimorsi più grandi, e combatte contro se stesso per scegliere se scusarla e tornare da lei o lasciar perdere il passato e andare avanti.  La sua però è una lotta contro i mulini a vento, già sa che tornerà da lei. Ed ecco che alla fine il telefono squilla e lei gli risponde, “Hi?!”.

Ecco, adesso mi riesce davvero difficile scrivere. Nelle orecchie scorre Disciples, una canzone davvero semplice, troppo breve e diretta, un pezzo pop che strizza l’occhio ai Daft Punk, rimanendo però un unicum nel disco. E Disciples è talmente breve da restare nell’animo come una ferita aperta. Una ferita che si chiude con poche –ma significative- parole “So much I want to tell you”. Ma fermi tutti, perché il titolo “discepoli”? Beh, potrei dirvi tante ipotesi e collegamenti che mi sono costruito nel tempo, ma la verità è che non lo so. Quel che è certo è che questo è un brano di rassegnazione, in cui però s’intravede debole uno spiraglio di accettazione. Parker è arrivato al capolinea, è stanco, logorato, e si lascia andare all’idea che sia tutto davvero finito. Vorrebbe dirle tante cose, ma sa che farlo non porterebbe a niente. Vorrebbe che lei lo ascoltasse un’ultima volta, che potesse aiutarlo a guarire da questo suo malessere, ma forse già sa che tutto quello che vorrebbe dirle rimarrà dentro di lui, per sempre.

Ed ecco che la canzone si chiude con un loop di “So much I want to tell you”, che lentamente sfuma, fino a cessare, portato via dal tempo che scorrendo cancella ogni cosa.

Fine.

E invece no, a riaprire le danze ci pensa Cause I’m a man, in cui l’orgoglio maschile sembra prendere il sopravvento e Parker cerca di giustificare i suoi comportamenti agli occhi di lei, per farle capire che non è lei ad aver vinto e che non potrà affossarlo “perché io sono un uomo, donna, e rispondo ad una forza maggiore”.

Mi verrebbe da chiedere a Kevin se in una storia d’amore ci sia veramente chi vince. Forse sì: chi perdona.

Finalmente però succede qualcosa di concreto, ritorna la leggerezza, che quasi in un crescendo prosegue la scia iniziata nella canzone precedente fino a portarla ad un’atmosfera festosa. In questa atmosfera Parker decide di mettere fine ai suoi tormenti, e la va a cercare per parlare chiaro, per rendere l’indecisione una certezza. Così in Love/Paranoia l’inevitabile si fa certezza, il gossip si fa parola diretta, pronunciata da chi sceglie di aprirsi per lasciare all’altro una possibilità, perché dare una possibilità all’altro è l’anticamera del perdono. Così fa Parker, le confessa tutto senza recriminarle niente, e nel farlo la realtà appare evidente ai suoi occhi.

E la realtà è che lei non lo ama, almeno non quanto lui ami lei, così tutto finisce nella consapevolezza di aver fatto le scelte giuste, perché indipendentemente da tutto i sentimenti da lui provati sono stati autentici.  

Questa consapevolezza, questa accettazione della realtà si palesa nell’ultima traccia, New person same old mistakes, in cui Parker sembra ritrovare tutta l’inquietudine iniziale, la paura del giudizio degli altri, tutta la pesantezza di quel che ha passato e pur sapendo che “it’s hard to digest” e “it’s wrong to accept” adesso vede tutto da una nuova prospettiva. Parker è contento di essere caduto, perché cadendo ha vissuto l’amore sulla sua pelle e adesso si sente “like a brand new person”.

La vita va avanti, il flusso scorre, così come scorre anche la current, quella che un vero artista come Kevin Parker ha saputo sublimare in un album musicale.

 

 

 

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