21 Ottobre 2020

RondoAllaTurcaMozart

luca fialdini: Perché parlare proprio della Sonata n. 11? Ci sono argomenti mozartiani molto più interessanti e soprattutto meno scontati.
Luca Fialdini: Posso capire che non le piaccia questa particolare Sonata, ma da qui a dire che è scontata…
l. f.: Preferisce anzi prevedibile?
L. F.: In realtà no. E neanche ovvia o trita.
l. f.: Però non può dire che non sia una Sonata estremamente conosciuta dal pubblico, né che oramai sia estremamente conosciuta anche da chi non è musicista di professione.
L. F.: Non voglio esserle contrario sempre e comunque, ma credo che lei stia sopravvalutando la fama di questo brano perché tutti conoscono il finale, cioè il Rondò alla Turca (peraltro da molti definito erroneamente “Marcia”), ma non tutti sanno che il Rondò è preceduto da un quarto d’ora di tema con sei variazioni e un Minuetto e Trio.
l. f.: Ma i suoi colleghi musicisti…
L. F.: I miei colleghi musicisti ne sono al corrente, senz’altro, ma non voglio parlare solo a loro. Vorrei coinvolgere anche qualche “non addetto ai lavori”.
l. f.: Allora mi permetta di rettificare la mia domanda iniziale: perché parlare proprio della Sonata n. 11? Non le sembrerebbe più opportuno parlare di un brano più semplice per chi, come dice lei, non è un addetto ai lavori?
L. F.: In verità penso che questa Sonata sia l’ideale per iniziare a parlare di Mozart con chi poco ne sa, perché contiene degli aspetti che possono dire molto sul carattere (artistico e non) di Mozart.
l. f.: Quindi anche lei, come Glenn Gould, intende leggere questa Sonata in modo “provocatorio”? Perché, come lei ben sa, Gould…
L. F.: Sì, lo ben so.
l. f.: Fialdini, le ha una solerzia davvero invidiabile, ma non mi dispiacerebbe se ogni tanto mi lasciasse terminare una frase.
L. F.: Non vedo perché non dovrei.
l. f.: Grazie. Quindi?
L. F.: Quindi le dico che farebbe meglio a dimenticarsi delle esecuzioni di Glenn Gould, per lo meno per quanto riguarda Mozart in generale e questa Sonata in particolare.
l. f.: Accidenti. Le sembra il caso di avere una presa di posizione così drastica?
L. F.: È una scelta obbligata: o si segue Mozart, o si segue Gould. E io preferisco seguire Mozart. Non amo particolarmente Glenn Gould (tranne quando suona Bach), ma non posso non riconoscere la sua eccezionale bravura. Tuttavia aveva un grosso problema: tendeva ad essere eccessivamente ponderato quando doveva affrontare un pezzo: se con Bach o Beethoven questo suo essere, mi perdoni il termine, “cervellotico” era perfettamente adeguato, quasi necessario, con Mozart è decisamente fuori luogo.
l. f.: Intende dire che Mozart non necessita di un impegno emotivo tanto quanto ne richiedono Bach o Beethoven?
L. F.: Non ho detto questo. Quello che intendevo dire è che per preservare lo spirito mozartiano, così fresco e libero, non bisogna cadere nella trappola dell’analisi musicologica. La si può fare (io personalmente non ne posso fare a meno), ma non deve trasparire dall’esecuzione. Il problema della Sonata n. 11 eseguita da Gould, ma anche di tutte le sue altre esecuzioni mozartiane, è che il buon pianista si è addentrato talmente tanto nell’analisi da perdere di vista l’obiettivo e il carattere della Sonata. Gould l’ha voluta vedere come una provocazione: invece che iniziare con un Allegro, come vuole la forma-sonata settecentesca, inizia con un Andante con variazioni (che di solito si teneva per il finale), quindi, senza tener conto del carattere delle singole variazioni, ha preso un tempo uniforme e l’ha accelerato fino ad arrivare all’ultima variazione che viene eseguita in Presto. Così come, per rispettare questa presunta “provocatorietà”, ha eseguito il Rondò a tempo di Andantino, cioè molto più lento di come dovrebbe essere.
l. f.: E secondo lei questo tipo di lettura è errato?
L. F.: Assolutamente sì, non c’è nulla da salvare dell’interpretazione di Glenn Gould. Innanzitutto il signor Gould non ha tenuto conto di chi era Mozart quando ha scritto questa Sonata: è stata scritta nel 1783, ovvero tre anni dopo il trasferimento a Vienna, la rottura con Salisburgo e la perdita dell’impiego fisso presso il principe arcivescovo Colloredo. L’obiettivo di Mozart era quello di vivere grazie alla sua bravura di compositore ed esecutore, quindi ritengo più che plausibile che questa Sonata sia stata scritta per soldi. Non voglio dire che l’abbia scritta tanto per fare, voglio dire che l’intento del pezzo è quello di catturare gli spettatori e quindi Mozart ha usato tutti i trucchi di cui disponeva.
l. f.: Messa su questo tono, direi che è un possibilità da non scartare. È risaputo che il tema con variazioni andasse di gran moda nella Vienna dell’epoca, così come che il Minuetto fosse il ballo preferito dall’aristocrazia asburgica.
L. F.: E da qui si capiscono anche tante scelte musicali che Mozart ha operato per rendere più… interessante la Sonata: innanzitutto la semplicità dei temi, che favoriscono la memorizzazione ed il riconoscimento (casomai qualcuno volesse comprarsi lo spartito), la sovrabbondanza di abbellimenti che fa sembrare un po’ leziosa la seconda variazione, o ancora il continuo saltare qua e là della mano sinistra nel corso della quarta variazione… tutto era studiato a tavolino per rendere la composizione divertente da ascoltare e da guardare, era una forma di intrattenimento, né più né meno. Anche per questo non approvo la versione di Gould: partire da un tempo lento per poi velocizzarlo variazione dopo variazione significa snaturare il pezzo. Non dico che l’idea di fondo non sia interessante, ma non si può applicare ad un brano del genere. Anche perché la penultima variazione, la quinta, è un Adagio, al termine del quale abbiamo l’ultima variazione, un Allegro.
l. f.: Capisco cosa intende dire: se la quinta variazione viene eseguita ad un tempo vicino a quello della successiva, si perde l’effetto sorpresa voluto dall’autore.
L. F.: Così come è sciocco eseguire il Rondò ad un tempo lento, dev’essere un momento brillante.
l. f.: Ma non le sembra eccessivo che un esecutore moderno debba essere così legato ai canoni di un’epoca oramai decisamente remota?
L. F.: Non è essere legati ai canoni della moda del Settecento, è decidere se rendere, entro i limiti del possibile, l’idea che voleva il compositore o fregarsene altamente. Ho detto che l’idea di Gould, per lo meno in teoria, può anche essere interessante o bella quanto volete, ma è un’altra cosa. Io, come ho già detto, ho scelto di seguire Mozart perché, checché se ne dica, penso che di musica ne sapesse più della maggior parte di noi. Glenn Gould compreso.
l. f.: Capisco. Se non le dispiace vorrei porle una domanda abbastanza specifica.
L. F.: Prego.
l. f.: Lei continua a ribadire di voler “seguire Mozart”. Tuttavia nella sua ultima esecuzione, pubblica per lo meno, del Rondò alla Turca… le dispiace se saltiamo il discorso del Minuetto?
L. F.: Assolutamente, non credo che i suoi lettori muoveranno reclami per questo.
l. f.: La ringrazio. Stavo dicendo che nella sua ultima esecuzione del Rondò, ha avuto un tocco ed una verve decisamente poco mozartiani, staccandosi molto dall’esecuzione classica del brano. Alla luce di quanto ha detto, non le sembra un comportamento…
L. F.: Ipocrita?
l. f.: … contraddittorio?
L. F.: Innanzitutto devo ammettere che forse mi sono lasciato un po’ trasportare, ma vorrei chiarire subito che l’intenzione originaria era quella di rendere il più possibile l’idea di come sarebbe stato eseguito all’epoca di Mozart.
l. f.: Proposito encomiabile, ma le voglio ricordare un detto di San Bernardo: “la strada per l’Inferno è lastricata di buone intenzioni”. Ma non aveva detto, poco fa, che un abuso dell’analisi musicologica comporta un grosso rischio per l’esecuzione? In sostanza lei sta confessando di commettere lo stesso errore di Gould.
L. F.: È possibile che sia stato un errore, certo, ma la sua natura è differente da quello di Gould: Gould pensa troppo come uomo del XX secolo e soprattutto pensa troppo come intellettuale. Il mio errore, se proprio lo si vuole chiamare in questo modo, ha natura prettamente filologica: ho voluto semplicemente dare l’idea del famoso pedale delle turcherie, cioè quel pedale che nel fortepiano metteva in azione una serie di piccoli piatti, triangoli e grancasse che venivano appunto definite “percussioni turche”. È per questo che in determinati momenti del Rondò, come nei passaggi con le ottave o il finale, ho preferito un suono più “chiassoso” e brillante di quanto imporrebbe il galateo. Anche se, a onor del vero, non sono ancora sicuro di aver operato la scelta migliore.
l. f.: Ha in programma future esecuzioni di questa sonata?
L. F.: Non per l’immediato futuro. Se la vuole ascoltare gratis le consiglio di ascoltarla su Youtube (qui), altrimenti dovrà aspettare la fine dell’anno.
l. f.: Accademico?
L. F.: Solare.
l. f.: In tal caso, credo che seguirò il suo consiglio. Comunque la prego di tenermi informato, sarei onorato di poter recensire una sua esecuzione di questa Sonata.
L. F.: Per carità, l’onore sarebbe mio.

Luca Fialdini
luca.fialdini@uninfonews.it


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Luca Fialdini

Luca Fialdini, classe '93: studente di Giurisprudenza all'Università di Pisa e di pianoforte e composizione alla SCM di Massa e sì, se ve lo state chiedendo, sono una di quelle noiose persone che prende il the alle cinque del pomeriggio. Per "Uni Info News" mi occupo principalmente di critica musicale.

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