Organicismo sociale: dal corpo di Purusha al pericolo della retorica organicista oggi

FV - 4 Gennaio 2017

“Ascoltando il Cinema”: l’Orchestra Arché incanta Pisa

FV - 4 Gennaio 2017

Neto – Ep. 3/4

FV - 4 Gennaio 2017
Share

BIOGRAFIA AUTORE: M.Antonietta Drago è nata a Livorno nel 1982. È laureata in giurisprudenza presso l’Università di Pisa. Da alcuni anni lavora nel settore sociale e coltiva la passione per le tematiche dell’educazione alla mondialitá e dell’immigrazione.

Leggi gli episodi precedenti: Ep.1 e Ep. 2.

NETO – Ep. 3/4

Forse non era il caso di continuare a giocare e allora ci mettemmo a sedere tutti e sei per terra, in cerchio, pronti a raccontarci qualcosa o soltanto a guardarci negli occhi per scambiarci un momento di vita e condividere sensazioni positive.

Vicino a noi c’era un piccolo cancellino dal quale si accedeva a uno slargo sempre di terra battuta, dove si potevano scorgere barattoli di latta, disposti in cinque file di sei, allineati e quasi equidistanti, di fronte ad un muro sul quale era attaccato un rettangolo nero che da lontano non si vedeva bene che cosa fosse. Chiesi a Grazo che era seduto accanto a me, che cosa fosse e che rappresentasse quello spazio e lui mi rispose che era la loro scuola. La loro scuola? E dove erano le aule, le cattedre, i banchi, le sedie…Come poteva essere quella una scuola?  Edgar prese a spiegarmi che le sedie erano quei barattoli di latta capovolti, in fila davanti alla lavagna attaccata al muro. Ecco che cos’era quel rettangolo al muro! L’aula era a cielo aperto: Padre Marcelo che aveva organizzato quella scuola, aspettava ancora una donazione promessa per poter costruire una tettoia e permettere a quei bambini di poter frequentare la scuola anche dopo le 10.30 della mattina, quando il sole comincia ad essere troppo forte. Il bambino che mi aveva fatto scoprire tutto questo, intervenne dicendomi che a lui piaceva molto andare a scuola perché incontrava i suoi amici e imparava molte cose nuove e interessanti. Non sempre, però, poteva andarci perché a volte doveva aiutare la mamma al mercato a vendere il pesce. Lui era il secondogenito e doveva spesso aiutare la mamma e i suoi fratelli più piccoli. Mi raccontava anche che a volte gli piaceva giocare a fare il grande e faceva finta di guidare i rottami delle macchine che si potevano trovare abbandonati ai bordi delle strade. Si esercitava perché da grande avrebbe voluto fare l’autista e girare il mondo. Sorrisi.

Chiesi a Julito quale fosse il suo sogno da voler realizzare e lui mi rispose che voleva fare il maestro. Mi colpì molto e sinceramente questa risposta mi emozionò, anche perché Julito aveva solo sette anni e già aveva capito l’importanza del conoscere, dello studiare e del tramandare il sapere agli altri.

Mariano, che era il più timido, mi si avvicinò e mi disse che anche a lui piaceva andare a scuola e amava soprattutto le poesie e mi chiese se avessi voluto ascoltarne una. Mi colse impreparata: mi aveva spiazzata ma ovviamente gli risposi che mi avrebbe fatto molto piacere ascoltare una poesia da lui recitata. Contento della mia risposta affermativa, si mise in posa, ben dritto e con aria seria cominciò a declamare la poesia che aveva scelto.

”Del brillare del sole, del sole fecondo immortale e bello…Per il tuo grembo, Madre mia altre genti furono cullate con voce di tenerezza ninnate dal tuo latte alimentare di bontà e poesia di musica, ritmo e grazia…” Era un canto di lode e speranza rivolto alla Madre Africa e alla sua profonda e feconda anima nera. Sì, perché l’Africa ha un’anima profonda e feconda, che scorre come l’acqua nelle vene di tutto il mondo e lo irrora, lo rende vivo e lo scuote nello stesso tempo.

Rimasi a bocca aperta: aveva recitato con serietà, ritmo e musicalità quella poesia, come se fosse un attore professionista, ma era solo un bambino di otto anni.

Quelle parole avevano portato con loro una carica emotiva fortissima che percepivo dirompere nell’aria e vibrare sulla superficie del mio corpo. A pensarci bene, che situazione assai particolare stavo vivendo quel giorno, a Villa Ada, in quel pomeriggio di primavera. Non sapevo più chi ero e dove mi trovavo: il mio dentro era scisso tra ciò che pensavo di essere in relazione a ciò che fino ad allora avevo visto e vissuto nella mia vita e ciò che mi accingevo ad essere in base a ciò che stavo vivendo e che inevitabilmente mi stava portando ad un cambiamento interiore, quanto meno nella capacità di saper andare oltre a ciò che appare, ricercando l’essenziale, lasciandosi portare dal fiume della conoscenza vera, quella esperienziale dell’anima che scorre nel letto dei valori saldi dell’universale umano.