1 Dicembre 2020

La situazione che viviamo non è normale, questo è un dato di fatto.
La nostra democrazia si sta comportando normalmente?
Ovviamente no.

Le accuse di autoritarismo mosse contro il governo Conte, principalmente dalla destra, hanno i loro fondamenti. Ovviamente non sono prese in considerazione vista la paradossale provenienza.
Anche il dibattito pubblico non è normale. Siamo molto più inclini ad accettare ciò che viene calato dall’alto dei DPCM. Gli stessi che manifestavano contro i governi Berlusconi per l’uso smodato dei decreti adesso li bramano come fossero la luce della verità.


Questa non è necessariamente una incoerenza, perché il punto è che siamo in uno stato di emergenza e lo avvertiamo, lo condividiamo, almeno in larga parte.

Ovviamente ci sono gli schieramenti di “emergenza”. Spazzati via Pd, Lega, M5S, adesso ci sono 3 categorie, trasversali alle vecchie, che dominano lo scenario politico.
In ordine, per numero di adesioni: governisti, scettici e negazionisti.
Sui primi e gli ultimi sappiamo già tutto. I secondi invece, gli scettici (o critici), non sono ancora stati etichettati, ma sono tanti.
Avvertono la pericolosità del virus e condividono spesso la necessità di intervento dello stato. Però criticano una certa informazione, una certa narrazione della realtà da parte dei mass media e certe scelte operative del governo. Perché, va detto, ci sono state molte contraddizioni nella linea del governo durante la pandemia. Come però, anche e soprattutto, negli altri paesi.

La vecchia politica, gli immigrati, gli screzi fra Salvini, Di Maio, Conte, Renzi, ormai non interessano più nessuno. Forse solo il reddito di cittadinanza è rimasto un po’ discusso. Per il resto, è la pandemia a dominare gli interessi anche politici delle persone. Perché le restrizioni alla vita quotidiana sono enormi e catalizzano l’attenzione.

Lo stato di emergenza non ci permette di avere appigli, esempi del passato a cui ancorarsi per avere un “centro di gravità permanente

Andiamo a tentoni e vincono, come sempre durante le emergenze, gli istinti, le posizioni difensive.
L’operato del governo, va detto, ha riscontrato un largo consenso, nonostante le sue incoerenze, perché continuamente sintonizzato con l’opinione pubblica.
Viene fuori un governo moralista e vecchio, con un occhio di riguardo per tutto ciò che è nazionalpopolare. Un governo molto sbilanciato a favore e tutela della sanità con una linea di “unità nazionale” riguardo l’economia e per cui tutto il resto viene assolutamente in secondo ordine. Eccezion fatta per la serie A di calcio.

La difesa della libertà, del vitalismo e dello scambio sociale fra i giovani sono state le prime vittime sacrificali. La lotta alla movida ha trovato sponde trasversali: repressioni accordate in risposta all’insofferenza civile di certi cittadini che sono state corroborate e giustificate da quelle per lotta al virus.
In un paese con un età media di 45 anni, è normale e forse anche giusto.
Come è normale e giusto che i giovani si vogliano ribellare, sennò che giovani sono?
Dopo di questi, è stata nuovamente la volta del settore della ristorazione, in pesante crisi, accompagnato da bar, pub e discoteche.
I teatri e gli operatori culturali sono, ancora, parzialmente tutelati.
Lo sport vacilla.
Chi sarà il prossimo ad essere bollato come superfluo?
Chi sarà il prossimo designato per gli Hunger Games?


Ciò che più sconcerta, a 8 mesi dall’inizio dell’epidemia, è la mancanza di una oggettività.

Non esistono ancora delle soglie, degli automatismi chiari e limpidi che le istituzioni dovrebbero darsi e comunicare in trasparenza ai cittadini.
Ogni decisione politica, ogni restrizione è frutto di bracci di ferro istituzionali e, all’apparenza, di una certa arbitrarietà.
L’analisi dei vari pro e contro di ogni misura presa, la cosiddetta “analisi costi/benefici” è fuori dal dibattito pubblico. I cittadini non possono accederci.
Forse perché non condividerebbero le scelte?
Non lo possiamo sapere.
Quello che sappiamo, o meglio, che non sappiamo, è quanto sia fonte di contagio la movida, piuttosto che le piscine, i ristoranti, i mille spettatori privilegiati che possono entrare negli stadi, i mezzi pubblici, la scuola, i luoghi di lavoro, i comizi dei politici.

Ad ognuna delle potenziali fonti di contagio sopracitate (e a tante altre), dovrebbe essere assegnato un numero, una sorta di “indice di sacrificabilità“, che tenga conto di costi (etici e materiali) e benefici (diminuzione del contagio) e che possa essere il più possibile oggettivo ed esposto ai cittadini.

La comunicazione verticale della scorsa primavera non funziona più e Napoli è il primo campanello d’allarme di un’inverno che si preannuncia caldissimo.

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Giovanni Sofia
Giovanni Sofia

Livornese, classe '92, progettista meccanico, laureato in ingegneria aerospaziale all'università di Pisa, pallanuotista. Interessato alla politica, l'attualità e la meteorologia. Ma anche a cose più normali.

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