22 Maggio 2022

Sergio Mattarella è stato rieletto Presidente della Repubblica con una maggioranza di 759 voti, in questo articolo prendiamo in esame alcuni punti salienti della settimana e alcuni elementi dello scenario politico, per parlare di come la classe politica italiana stia vivendo la sua più grande crisi mai nella storia repubblicana.

Fin dalla fondazione della Repubblica Italiana l ’elezione del Presidente della Repubblica è stata un momento privilegiato in cui si fronteggiano le forti tensioni politiche accumulate nei gruppi parlamentari, tra i possibili franchi tiratori, le invidie verso i leader o i colleghi, i regolamenti di conti interni ed esterni ai partiti. Queste dinamiche, che abbiamo visto anche in occasione della rielezione di Sergio Mattarella, si ripercuotono nel susseguirsi di scrutini (arrivati fino a 16 con Pertini, a 21 con Saragat o a 23 con Leone), rendendo la corsa al Colle una complessa partita a scacchi in cui, senza uno o più registi (oggi chiamati king-maker), si fa fatica ad arrivare ad una sintesi che metta d’accordo la maggioranza nelle retrovie della politica, vero spazio d’azione del king-maker, che deve tenersi al riparo dai titoloni di giornale per non bruciare la propria pedina vincente. Insomma, quando analizziamo certe dinamiche non bisogna scordarsi la complessità di uno scenario a cui concorrono diversi e vari fattori che condizionano significativamente il voto e la percezione popolare dello stesso.

Innanzitutto il primo elemento di scenario che incide è la composizione del Parlamento, e già su questo si aprirebbe un dibattito notevole, perché il nostro Parlamento attuale è quanto di più frammentato esista, frutto di una legge elettorale che premia la rappresentatività piuttosto che la governabilità. In secondo luogo, oltre a essere diviso in molti gruppi parlamentari e sotto-gruppi (dai partiti tradizionali fino al gruppo misto passando per le singole correnti interne e per le coalizioni), il Parlamento è preda dei diversi capi-corrente e capi-coalizione che, durante la fase in cui vengono chiamati a partecipare al voto anche i grandi elettori, acquisiscono ancora più potere. Un primo elemento di incertezza rende dunque difficile una sintesi politica, in assenza di un king-maker che sappia mettere d’accordo tutti. Se guardiamo ad esempio il modo barbaro in cui Salvini ha bruciato la Casellati e Renzi (volutamente) la Belloni, possiamo dire che in questa elezione non ci sia stata un’unica regia. Ma al di là dei king-maker anche la strategia “in rimessa” di Letta, Speranza e Conte che si sono limitati a proporre una rosa di nomi al centrodestra esultando poi quando è stato eletto uno di questi – cioè Mattarella – si è rivelata insoddisfacente agli occhi degli elettori, che sono rimasti molto delusi, leggendo nel modus operandi dei leader dell’attuale centro-sinistra un goffo tentativo di restare ai margini, ma senza rischiare, per tentare di sopravvivere ai giochi del centrodestra e portarsi a casa il risultato, uno dei tanti sperati, soltanto a cose fatte. Come se non bastasse una nota di cattivo gusto nella vicenda del PD è rappresentata da una dose di memoria corta in casa Dem, in quanto solo due mesi fa alcuni senatori del PD, tra cui Zanda primo firmatario, avevano presentato un ddl per impedire la rielezione del Presidente della Repubblica: sono quelli che potremo chiamare effetti collaterali derivanti da necessità politica.


Il secondo elemento è il governo, e più in particolare i rapporti che si vengono a creare internamente alle forze di maggioranza, a loro volta essenziali per comprendere i regolamenti di conti interni ai partiti. Su questo, un aspetto significativo, che si lega molto anche all’attuale Parlamento, è l’incombenza del taglio dei parlamentari, che ha spinto i nostri politici ad evitare rotture nel governo al fine di scongiurare la possibilità di nuove elezioni prima di un altro anno. In poche parole potremmo definirlo come un tentativo di mantenimento di uno status quo ormai consolidato, una stabilità, una sicurezza, visto che, lo ricordiamo: la maggioranza dei partiti in Parlamento è unita da circa un anno in una traballante coalizione di governo, politico, certo, ma che ha al suo vertice un tecnico, e nonostante le ampie differenze di vedute, la volontà è quella di arrivare a fine legislatura. È in nome di questo fine che tutte le divergenze e le differenze tra partiti vengono meno, portare a termine la legislatura conta più di ogni cosa, ed è per questo che Mario Draghi deve restare dove è, e di conseguenza anche Sergio Mattarella.

Il terzo elemento è senz’altro il rapporto con i media, che nei giorni del Quirinale dovrebbe essere inversamente proporzionale: più si vuole essere incisivi nel trovare il candidato giusto, più questo deve essere tenuto lontano dai riflettori prima che sia trovato un accordo che permetta di raggiungere il quorum tra le diverse forze politiche. Il rischio? Quello di bruciarlo o di farlo “impallinare” dai franchi tiratori, come è successo a Elisabetta Alberti Casellati negli scorsi giorni, e come invece non è successo a Sergio Mattarella, carta vincente tenuta con discrezione negli incontri segreti dei gruppi parlamentari, prima dell’accordo finale e della conseguente proclamazione.

Volendo invece riservare uno sguardo generale al come ne sono uscite le forze politiche, è interessante notare che, come ogni elezione del Presidente della Repubblica, anche questa non resterà senza ripercussioni, e se da una parte l’alleanza del centro-sinistra sembra tenere almeno in apparenza, in casa-M5S ci sono le lamentele di Luigi Di Maio verso Giuseppe Conte e il PD sul caso Belloni, così come il richiamo all’unità dei suoi, che suonano come l’ennesimo discorso più di facciata che non di sostanza, ma vero preludio, in effetti, di una lotta aperta tra Conte e Di Maio per la leadership sul Movimento che condizionerà la tenuta dell’alleanza di centro-sinistra. Andando sul versante destro invece, quel che più incuriosisce è la mossa di Giancarlo Giorgetti della Lega, che ha chiesto a gran voce l’apertura di una nuova fase di governo, e su questo forse sarà utile notare che la leadership di Salvini è uscita dalla prova del Colle molto indebolita, così come l’unità della coalizione di centrodestra. Vedremo cosa ci riserveranno gli sviluppi.

La domanda a cui adesso ci preme di rispondere è piuttosto cosa sia successo in sintesi in questi giorni, e in effetti si è ripetuto quello che succede sempre in questi casi: un grande rumore che ha nascosto le trattative per il vero punto di caduta, cioè la rielezione di Mattarella, qualche prova di forza mal riuscita, e la decisione finale di consacrare il mantenimento dell’attuale status quo. Su questo sono state molto significative le parole di Sergio Mattarella, che ha parlato di “responsabilità”, una bella parola di cui lui più di altri si fa seriamente testimone, ma che in questo periodo non incontra molto il favore degli attori politici, che molto spesso utilizzano il termine “responsabilità” impropriamente, cioè per mascherare la propria incapacità decisionale e dunque la propria non-responsabilità nell’assumere scelte per il futuro del paese.

Se questo è lo scenario da cui esce rieletto Mattarella viene da chiedersi cosa succederà in futuro, e fermo restando che la legge elettorale possa rimanere la stessa, ma con un parlamento ridotto nei numeri, è molto probabile che la prossima elezione dipenda dalla scelta che farà Mattarella: se decidesse di finire il settennato ad oggi è impossibile prevedere cosa possa succedere, se dovesse lasciare prima, come il suo predecessore, è probabile che ad eleggerlo possa essere un Parlamento in cui la maggioranza sarà in mano al centro-destra, ma con un numero ridotto di grandi elettori. Staremo a vedere, certo è che in tutto questo un altro dato in calo preoccupante da diverso tempo, e a cui forse concorrono anche la narrazione di certi momenti, è il numero sempre minore di elettori e il conseguente aumento dell’astensionismo. La vera sfida della politica – e dei partiti – sarà dunque riuscire a riprendere in mano se stessa per risvegliare il sentimento di utilità del voto nel proprio elettorato.

Se da una parte infatti la nostra Costituzione prevede l’idea che le maggioranze per formare i governi debbano trovarsi nel Parlamento eletto, anche tra i diversi schieramenti, temo che il gioco delle grandi alleanze politiche guidate da una figura “super partes” o tecnico-burocratica sia quanto di più avvilente possa esserci per la nostra classe politica, ed è anche per questo se negli ultimi giorni chi si aspettava una decisione di rottura rispetto al passato, che desse forza alle capacità di scelta autonoma della classe politica, è rimasto amaramente deluso. È il mantenimento dello staus quo la via d’uscita più facile di una classe politica incapace di prendersi le proprie responsabilità e tornare a fare vera politica, che per quanto divisiva possa essere, almeno riuscirebbe ad esprimere le diverse vedute del paese, che oggi si stanno annullando in un solo grande schieramento che inneggia al “così si deve fare”. Emblema del pensiero funzionalista e tecnico-burocratico altrimenti detto in quattro parole: la morte della politica.


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