14 Aprile 2021
“Governo tecnico” è una nozione assai indigesta della politica nostrana, per la quale il Presidente della Repubblica, mediante l’articolo 92 della Costituzione, ha il potere di nominare il Presidente del Consiglio dei ministri, e su proposta di questo, i ministri, senza che questi appartengano al Parlamento o abbiano mai fatto militanza partitica. Vero è che all’articolo 94 viene poi prescritto che il Presidente del Consiglio, nominato dal Presidente della Repubblica, dovrà altresì chiedere la fiducia al Parlamento, e dunque avere una maggioranza che lo sostenga nella sua azione di governo.
È questo il combinato disposto che obbliga di fatto il Presidente del Consiglio incaricato a prendere accordi con i partiti in Parlamento, per formare una maggioranza che gli permetta di arrivare ad avere la fiducia delle due camere. Di fatto non potrebbe essere altrimenti, perché il nostro ordinamento è una Repubblica parlamentare, non una Repubblica presidenziale, come ad esempio la Francia o gli Stati Uniti. Dunque è il Parlamento che noi elettori siamo chiamati a eleggere, e sarà soltanto all’interno di questo che il Presidente della Repubblica verificherà l’esistenza di eventuali maggioranze politiche, per poi conferire l’incarico a un Presidente del Consiglio, dopo previe consultazioni con i partiti.
Stando alla prassi parlamentare, la composizione del governo, e dunque le nomine dei ministri, saranno a loro volta decise in via informale dal Presidente del Consiglio incaricato insieme ai partiti che decideranno di sostenerlo, per poi essere proposte al Presidente della Repubblica, che firmerà formalmente la nomina dei Ministri, come da articolo 92.
Dunque vediamo che se la teoria è molto chiara sulla procedura che regola la nascita di un nuovo governo, dall’altra parte esiste un’esigenza pratica che sta alla base di tutto: quella che si formi una maggioranza parlamentare che appoggi il governo del Presidente del Consiglio incaricato.
Negli anni in Italia abbiamo visto di tutto, governi di una parte politica, governi nati da alleanze, governi di penta-partito, e proprio nei momenti di crisi peggiore anche governi del Presidente della Repubblica e i cosiddetti governi tecnici.

Cosa è il governo tecnico, dunque?

Il governo tecnico è il conferimento dell’incarico a un Presidente del Consiglio con una rosa dei ministri di natura tecnica, e non politica, dunque si parla di persone generalmente esperte nelle materie di cui saranno chiamate a fare i ministri, ma che solitamente non sono legati formalmente ai partiti politici, quanto al mondo dei “burocrati”. In poche parole, quando diciamo che un ministro o il Presidente del Consiglio sono dei tecnici, significa che questi sono persone di comprovata competenza, ma esterne alla classe politica, chiamate a governare per “fare il bene del paese”. Sarebbe qui da definire cosa si intenda per il bene del paese e chiedersi chi abbia diritto a definirlo, ma su questo punto ci torneremo dopo.
Sempre rispetto al governo tecnico, di non poco conto è il fatto che anche un governo di questo tipo deve passare dalle due camere e chiedere la fiducia ai partiti politici che ne sosterranno l’azione. Questo per chiarire che non esiste un governo che nasca senza fiducia: è quindi indispensabile il voto dei rappresentanti che noi stessi abbiamo votato, e lo è sempre, cioè per il formarsi di un qualsiasi governo. Più in generale potremo allora dire che non esiste un vero e proprio governo tecnico che non sia legittimato, anche se indirettamente, dagli elettori, ma che esistono figure considerate super partes, ritenute competenti e a cui la politica si affida volontariamente in determinati momenti di crisi politica, economica, finanziaria o sociale, per mediare tra interessi diversi. Un esempio su tutti può essere l’esperienza del governo Monti, un governo considerato come tecnico per eccellenza ma sostenuto da diversi partiti. Dunque in sostanza dire che esiste un “governo tecnico” è sbagliato, perché i governi sono sempre politici, semmai politica o tecnica è la provenienza dei suoi membri.

Il governo Draghi: tecnico o politico?

Chiariti questi concetti facciamo un passo successivo, il governo Draghi che tipo di governo è? Al di là delle indiscutibili doti di affidabilità e competenza di Mario Draghi, guardando alla maggioranza che lo sostiene, ci accorgeremo che è più facile definirla in negativo: cioè tutti i maggiori partiti e movimenti tranne Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni. Già questo è un fatto interessante, perché visto che negli ultimi anni vanno molto di moda i colori, potremmo dire che quello di Mario Draghi è un governo giallo-rosso-bianco-blu-verde, dove bianco e blu stanno per i centristi, come Italia Viva e i forzisti di Berlusconi, e che dunque quello di Mario Draghi è il governo del penta-colore, un governo ben più politico di quanto si possa pensare. Questo è del tutto evidente se guardiamo alla composizione dei ministri e delle ministre: un numero di tre per ogni forza politica di maggior peso, ad eccezione del M5s che ne ha quattro, e di Leu e Italia Viva che ne hanno uno a testa. A fronte di queste elargizioni, mirate forse di più a trovare un accordo politico tra i partiti che volevano essere rappresentati nel governo in cambio del loro consenso in Parlamento, dobbiamo però sottolineare che il Presidente Draghi ha messo ben otto tecnici su ventidue ministri, e li ha messi nei ministeri più importanti e divisivi per le forze politiche. Basti pensare ad esempio a scuola e giustizia, che sono i due ministeri di cui Renzi ha fatto una questione di principio, al punto da prenderli come condizioni necessarie per avere un Conte Ter, che poi non c’è stato.
Mario Draghi ha tagliato corto, e per i ministeri più importanti e divisivi, ha scelto uomini e donne di comprovata competenza a suo piacimento e fiducia, lasciando però in mano ai partiti il cerino di appoggiare il suo governo in una posizione di corresponsabilità delle scelte politiche, che verranno attuate collegialmente da tutto il Consiglio dei Ministri, e avendo tutti i partiti una rappresentanza, nessuno riuscirà, almeno formalmente, a sottrarsi da tale responsabilità.
Schematizzazione di L’EGO-HUB per Avvenire.
In questa situazione è dunque evidente, e lo era forse meno nelle peripezie che ne hanno portato alla nascita (Renzi e co.), che il governo Draghi sarà un governo voluto dalla politica, con una quota di esponenti politici di ogni partito, un governo che anzi la politica userà a proprio vantaggio e per tante diverse ragioni.
Ma se il governo Draghi sarà un governo politico su quale programma si baserà? 
Partendo dal presupposto che per identificare un partito in una precisa corrente politica o ideologica è necessario conoscerne le idee, i temi e le proposte, ad oggi potremo dire che il panorama è diviso tra una sinistra debole, una sinistra liberal in crisi di identità, un centro moderato che vale pochi punti percentuali di elettorato, un centro destra liberale, un centro destra sovranista e un movimento di natura post-ideologica; che tradotto significa: un movimento che aderisce a temi ritenuti trasversali tra destra e sinistra ma necessari per il futuro, temi che però dovranno passare dai soliti “bivi politici” tradizionali, che di fatto definiscono l’appartenenza alla destra e alla sinistra, ad esempio il dualismo privato o pubblico.
È proprio questo partito di maggioranza e post-ideologico, il Movimento 5 Stelle, il perno che riesce a fare da collante a una maggioranza di governo che va dalla sinistra fino alla destra sovranista. Una maggioranza che ha e avrà i suoi temi, frutto di compromessi tra i diversi partiti e altri trasversali ai più, ad esempio: Recovery Fund, europeismo, transizione ecologica, necessità di una ripartenza economica. Temi che per quanto trasversali dovranno essere attuati attraverso ricette di destra, centro o sinistra, come detto in precedenza, ed è dunque da lì che diverrà evidente l’orientamento politico del governo.
Ma nella maggioranza del penta-colore è successo che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con l’ausilio di Mario Draghi, l’uomo delle istituzioni, sia riuscito a mettere d’accordo partiti e movimenti che fino pochi giorni prima sembravano lontani tra loro anni luce, e che si sono dedicati non solo al dibattito interno e al compromesso, ma ai “cambi di maglia”, alle giravolte e agli opportunismi di ogni sorta. Basti pensare all’antieuropeismo di Salvini, che oggi si converte all’europeismo dopo aver perso il braccio di ferro interno con Giorgetti, o al Movimento 5 Stelle, che pur di restare al governo in vista di una futura alleanza generazionale col Pd, ha accettato anche di appoggiare quelli che dovevano essere i loro nemici giurati numero uno e numero due, ovvero l’ex “capo dei banchieri europei” e il “condannato” Berlusconi. Poi c’è il Partito Democratico, che è in balia della confusione di idee, del correntismo e di quella che Cuperlo definisce “la tendenza a considerare il governo non più come mezzo per realizzare un’idea politica ma come il fine stesso dell’azione politica”, un PD che sceglie di appoggiare un governo con i suoi più acerrimi nemici politici: Salvini e Berlusconi. Lo stesso vale per Leu, e potremmo continuare ancora.

Il compromesso post-ideologico e la crisi più profonda

Insomma, con questa maggioranza, anche se non è ancora chiaro se il programma sarà ispirato a una precisa offerta politica, sia essa ideologica o post-ideologica, di destra, centro o sinistra, quello di Mario Draghi sarà un governo politico a tutti gli effetti, frutto di un compromesso post-ideologico tra tutti i partiti, che potremmo definire come un accordo della classe politica per togliersi di dosso le proprie responsabilità (in senso weberiano) nella gestione di questa fase cruciale della storia, alla luce della crisi dei partiti tradizionali, che non godendo più della partecipazione e dell’interesse di massa dei cittadini, e inseriti in un quadro di generale frammentazione dell’elettorato, perdono di attrattività e non sono più in grado di elaborare un’idea chiara di società futura, e dunque si limitano a una campagna elettorale permanente e al marketing politico-elettorale in chiave demagogica, cioè all’offrire un’offerta elettorale targettizzata per i vari segmenti di cittadinanza, con il fine di restare al potere e limitarsi ad “amministrare l’amministrabile” per poi ottenerne un consenso nel breve periodo.
Figurarsi dunque se i partiti, tenuti in ostaggio dai sondaggi, dai social network, dai dati relativi al gradimento dei propri leader e dalla frammentazione sempre maggiore dei propri elettorati, in mancanza di un’elaborazione programmatica e ideologica più profonda e, perché no anche più divisiva, saranno in grado di decidere come spendere gli ingenti fondi europei in base ad un’idea di società che vada oltre a slogan  come: “è cruciale fare al più presto la transizione ecologica”, senza che, ad esempio, nessuno ci spieghi cosa si intenda in modo chiaro per “transizione ecologica”, perché questa ci serva proprio ora, e soprattutto come sarebbe meglio attuarla.
Il problema non è la pandemia in sé, questa ha solo accelerato la percezione di una crisi già in atto da molto tempo, e quando la politica non sa dare risposte per predominio dell’opportunismo di parte, per mancanza di riferimenti ideologici, programmatici e culturali chiari, si rifugia nel paradigma del governo tecnico, e inneggia all’etica della responsabilità e dell’universalmente utile, cioè di “ciò che deve essere fatto”. Ma questa è solo una scusa per mascherare l’incapacità della nostra classe dirigente di reagire alla pandemia, come a qualsiasi altra sfida complessa della modernità, formulando soluzioni che mirano più al permanere del consenso e alla conservazione dello status quo consolidato, che non ad affrontare il problema di fondo, che riguarda la crisi sociale e identitaria di un mondo occidentale in cui non è più possibile sostenere un’etica capitalista e dei consumi per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.
A questo problema di fondo, che si traspone in una crisi identitaria, valoriale e delle coscienze, e dunque politica e strutturale del nostro sistema sotto diversi ambiti,  non sarà possibile rispondere in modo efficace semplicemente tornando al voto tra due anni, neppure con una nuova legge elettorale. Occorrerà riflettere profondamente sulla nostra società, cercando di andare al di là delle piccole sfide di ogni giorno, per guardare il mondo da una prospettiva sistemica e più ampia.
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