Il FI-PI-LI Horror Festival sbarca in città

Enrico Raugi - 18 Aprile 2017

A TUTTA B. 36° giornata: SPAL vince e si consolida al comando, crollano le pretendenti ai playoff

Enrico Raugi - 18 Aprile 2017

Ricorrenze: le elezioni politiche del ’48 e l’autodeterminazione del popolo italiano

Enrico Raugi - 18 Aprile 2017
Share

Nell’immensa galassia della politica italiana alla data del 18 Aprile 1948 rispondono le elezioni meno limpide della storia della Repubblica. Nessuna campagna elettorale fu combattuta con tanta spregiudicatezza, e mai gli avvenimenti internazionali furono così invasivi e determinanti. Ma partiamo con ordine.

Il 1947 si era aperto con la storica visita di De Gasperi negli Stati Uniti. Per smentire qualsiasi mitologia è vero che voleva sbarazzarsi delle sinistre dal governo di coalizione antifascista e che gli americani desideravano in tutti i modi bloccare l’avanzata del comunismo; ma è anche vero, che il rapporto tra U.S.A. e Dc non era ancora subordinato all’imperativo dell’“Io ordino e tu obbedisci”. Di certo c’è che De Gasperi rientrò in Italia una “anticipazione di quel che sarà, un prestito da 100 milioni di dollari. Difatti I successivi finanziamenti del Piano Marshall (giugno 1947) erano paragonabili alla linfa in un fiore: il paese era uscito disastrato dalla guerra; mortificato da una spaventosa inflazione al 50%; carente dei più banali generi alimentari e farmaceutici. Inoltre la disoccupazione endemica, l’aumento dei prezzi e, soprattutto, l’amnistia pronunciata da Togliatti nei confronti degli ex fascisti causò un mare di tensioni sociali. L’epurazione della magistratura dai collaborazionisti del vecchio regime si rivelò un fiasco: molti degli articoli più innovatori della Costituzione rimasero lettera morta mentre altrettanti codici fascisti in palese contraddizione con essa rimasero in vigore. Alla fine l’unica epurazione fu quella compiuta dai ministri democristiani contro partigiani e antifascisti entrati nell’amministrazione statale con il primo governo di Ferruccio Parri. L’Assemblea Costituente confermò tale atto con il voto di fiducia del 31 maggio 1947: la destra era al governo del paese.

Visto che la Dc era in calo di consensi e De Gasperi era il capo del governo decise di far svernare l’elettorato italiano ritardando di un anno le prime elezioni politiche dell’epoca post-fascista fissandole al 18 aprile 1948. Prima di accendere la campagna elettorale c’erano però da sanare i conflitti sociali. Il ministro degli Interni Mario Scelba calzò perfettamente i panni del conservatore inflessibile: non solo tutti gli ex partigiani e comunisti vennero allontanati dai corpi di polizia e carabinieri ma, chi rimase, fu incentivato all’uso della violenza durante le manifestazioni operaie. In questo clima repressivo e di profondo mutamento furono aperte le danze della campagna elettorale.

La Democrazia Cristiana si presentava come un blocco coeso, lontano dalle increspature di corrente che sarebbero nate negli anni ’60 con i Dorotei, convinti difensori della famiglia cattolica, garanti di riforme lungimiranti e, per di più, appoggiati da Papa Pio XII (nel celebre “articolo delle lucciole”, Pasolini affermò che, sul piano dei valori che difendeva, la Dc era l’esatta continuazione del fascismo)                                                                                                                                                                                                                                      I membri del Fronte Popolare, la coalizione nata da Partito Comunista e Partito Socialista, oltre all’alto onere di aver contribuito in massima parte alla resistenza, aveva ben poco da offrire. Essi appoggiavano con cieca fiducia lo stalinismo credendo che esso rappresentasse la realizzazione del socialismo (N.B. i democristiani specularono su questa convinzione inserendo all’interno del loro simbolo il latinismo Libertas). Proponevano inoltre una ragionevole politica keynesiana affiancata da esoteriche “riforme strutturali”, indispensabili al raggiungimento del socialismo.   Da parte loro, gli americani, curiosi alfieri della democrazia erano ben lieti che il popolo italiano si autodeterminasse; ma nel partito da loro deciso: per il Presidente Truman una vittoria del comunismo era inconcepibile.

Così, all’inizio del 1948, gli americani inflazionarono gli aiuti da inviare in Italia.                                                                                            Ogni volta che una nave attraccava in un porto (che ogni volta, in modo tutt’altro che casuale, cambiava) l’ambasciatore americano a Roma, James Dunn, coglieva l’occasione per organizzare comizi di chiaro fine politico a favore del partito scudocrociato. George Marshall, preoccupato che il messaggio non passasse, ammonì che in caso di vittoria del Fronte tutti gli aiuti sarebbero stati sospesi. Vista la situazione economica e sociale in cui versava il paese la dichiarazione era quanto mai vile.                                                           Se tutto ciò non fosse bastato rimaneva viva la possibilità dell’intervento militare, che sarebbe partito con l’occupazione diretta della Sicilia e della Sardegna. Per tradizione, i leader americani, sono uomini che mantengono la parola data e Truman non fu da meno: nelle settimane precedenti al voto le navi da guerra degli Stati Uniti gettarono l’ancora nelle acque dei principali porti italiani.

La Democrazia Cristiana dominò le elezioni conquistando il 48,5% dei suffragi e con essi la maggioranza assoluta della Camera. La coalizione socialcomunista ottenne solo il 31% dei voti contro il 39,7 che avevano ottenuto separatamente nel 1946.

Un giornalista chiese al comunista Pajetta come mai, se ai loro comizi (rispetto a quelli Dc) avendo partecipato masse così imponenti di uomini, avessero perso le elezioni. Egli rispose:” quello che non avevamo capito è che con noi c’era solo la maggioranza della popolazione politicamente attiva“.

Fu proprio questa “maggioranza attiva” che all’indomani dell’attentato a Togliatti (14 luglio 1948) occupò fabbriche, eresse barricate e blocchi stradali, riempì le piazze; consolidando quello che fu l’ultimo momento insurrezionale del dopoguerra. Togliatti non appena ne fu in grado calmò i militanti ma, per dirla con le parole di Paul Ginsborg:” il 15 luglio molti di loro avevano sinceramente creduto che stesse per sorgere un nuovo periodo fascista, che Togliatti avesse avuto lo stesso destino di Matteotti, che fosse giunto il momento di combattere fino alla fine. Essi, in realtà, avevano torto e ragione al tempo stesso: non c’era alcuna possibilità di un ritorno al fascismo, ma la battaglia iniziata nel settembre 1943, e che aveva spinto molti di loro ad arruolarsi nelle Brigate Garibaldi e a combattervi, era stata definitivamente perduta con l’estate del ’48 “.

Nel futuro, disarmonico fu lo sviluppo della società civile e delle istituzioni statali; la prima schiacciata dai secondi e i secondi dominati dai rapporti clientelari e dal familismo piuttosto che dalla meritocrazia. Resta il fatto che i principi costituzionali di base e le libertà individuali hanno avuto ragion d’essere proprio perché fummo coperti dall’ombrello “tempestato di fori” degli Stati Uniti: scegliere l’ombrello dell’Unione Sovietica avrebbe significato restare sotto la pioggia senza ombrello. La metafora e la contrapposizione enunciati rappresentano l’oggettività dei fatti. Con questo non si vuole giustificare la pesante ingerenza statunitense nel nostro paese anzi; essa è stata un atto di imperialismo moderno: come può uno stato appena uscito dal fascismo, in asfissia democratica, non autodeterminarsi? E’ come avere sete e non bere, si può aver sete e non bere?