5 Agosto 2020

L’immortalità è da sempre uno dei più impossibili – ma nondimeno persistenti – desideri umani. Tuttora una chimera, un sogno irrealizzabile. Chi non vorrebbe poter vivere per sempre? Certo, molti al contrario dichiarano che, per quanto il pensiero della morte rechi timore o quantomeno enorme incertezza, si terrebbero stretta la loro mortalità, come tratto caratteristico dell’umano. Perché non è forse questa una nostra proprietà essenziale, l’essere perituri? Ebbene, proprio questa caducità viene a mancare in Altered Carbon, serie originale Netflix di genere fantascientifico, giunta al suo secondo ciclo di episodi.

Ci troviamo oltre tre secoli nel futuro, e gli sviluppi tecnologici hanno permesso all’uomo di costruire intelligenze artificiali e realtà virtuali estremamente “reali”, di esplorare le vastità dello spazio, di colonizzare nuovi sistemi e abitare nuovi pianeti. E di aggirare indefinitamente la morte. Sì, poiché è stata ideata una sofisticatissima tecnologia per convogliare la coscienza degli individui in un piccolo marchingegno, la pila corticale, impiantata sotto la nuca, alla base del collo. Nella pila è racchiusa l’intera essenza del soggetto. La sua memoria, la sua identità, la sua personalità. E così, laddove il corpo può ancora deteriorarsi, e lo fa ineluttabilmente, la mente – codificata e trasferita nella pila – sopravvive come IDU (Immagazzinamento Digitale Umano). L’unico modo per trapassare davvero, in questo universo, è la distruzione della pila, la vera morte, come viene definita. Ossia la cancellazione dell’Io.


Quando un corpo smette di essere funzionale e decade, è sufficiente che la pila venga rimossa e inserita in un nuovo corpo, una nuova custodia. Tuttavia, soltanto persone oltremodo facoltose e perciò influenti possono permettersi costantemente nuovi contenitori, nuove custodie appunto, acquisendo praticamente lo statuto di immortali (motivo per cui vengono chiamati Mat, abbreviativo per Matusalemme). Costoro hanno inoltre a disposizione – ancora grazie alle loro finanze – la possibilità di accesso ai backup delle loro IDU, sorta di punti di salvataggio da cui ripartire in caso di danneggiamento o distruzione della pila corticale.

Protagonista della vicenda è Takeshi Kovacs, un ex combattente del Protettorato, l’organo che detiene il potere ed esercita il controllo sul sistema interplanetario. Nel corso di una missione, Takeshi fu catturato dai ribelli, capeggiati da Quellcrist Falconer (interpretata da Renée Elise Goldsberry), colei che, dopo aver messo a punto la tecnologia alla base delle pile, ripudiò il suo lavoro. Lo scopo originale della pila corticale era stato quello di fornire l’opportunità di visitare ed esplorare pianeti lontani, così remoti da raggiungere che una sola, semplice vita umana non sarebbe stata sufficiente. Occorreva una soluzione per sconfiggere lo scorrere inesorabile del tempo, e in tale soluzione consistette la pila. Ma la codificazione dell’IDU, purtroppo, aveva collateralmente creato le premesse perché un ristretto gruppo di individui privilegiati si avvicinasse ad una condizione “divina” – già di per sé una hybris, un atto di immane superbiaarrogandosi di conseguenza il diritto di prevaricare ed imperare sul resto della “comune” umanità. Quellcrist e i suoi seguaci, dipinti come terroristi dalla propaganda del Protettorato, propugnano dunque il ristabilimento della vera morte: la vita umana deve avere una durata massima, la sua fine non dev’essere prorogabile ad infinitum.

Takeshi, dapprima prigioniero di Quell, conoscendola a fondo finì per sposarne la causa e farsi addestrare da lei – senza però disertare apertamente – e infine se ne innamorò. Alla (presunta) morte di lei lasciò il suo impiego di soldato e scelse di tornare ad essere un mercenario, ciò che era prima di essere assoldato dal Protettorato. Viene però ucciso, o meglio, la sua custodia, il suo corpo viene ucciso, mentre la sua pila è fatta prigioniera, senza essere innestata in alcun corpo, come in un limbo.

Trascorrono duecentocinquanta anni e la sua IDU è impiantata in un nuovo corpo. E da qui comincia la storia narrata nella serie, ovvero dal risveglio di Tak, impersonato – per motivi che adesso appariranno più chiari – da Will Yun Lee (il corpo originale), Joel Kinnaman (custodia della prima stagione), e Anthony Mackie (custodia della seconda stagione). A fargli da spalla nel corso della serie troviamo una IA, col nome e le fattezze del celebre scrittore Edgar Allan Poe, che in più di un’occasione ci costringerà a mettere in discussione quella distinzione, spesso ritenuta tanto ovvia, tra reale e virtuale, umano e artificiale, uomo e macchina.

Ciò che salta all’occhio è soprattutto la pila corticale, vero fulcro di Altered Carbon. Quest’oggetto costituisce un’applicazione pratica della tesi cartesiana della distinzione – e separabilità – di anima/mente e corpo. Infatti, secondo Descartes, esistono due diverse sostanze, la res cogitans e la res extensa, ossia sostanza spirituale e sostanza materiale. Nell’uomo, in particolare, il conarium o ghiandola pineale – nella teorizzazione di Descartes – sarebbe l’organo preposto alla comunicazione tra mente e corpo, attraverso la volontà. La ghiandola pineale o epifisi, in altre parole, sarebbe il luogo dove concretamente trova effettualità la connessione causale tra le due sostanze.

E la pila contenente l’IDU – ricordi, carattere, sentimenti – della persona non è altro che la res cogitans umana espiantata dal suo supporto corporeo originario. Ciò implica che l’identità personale possa prescindere completamente dal corpo in cui si trova ad albergare. L’Io può essere ancora se stesso in un’altra custodia, in qualunque custodia. Nell’ente umano non c’è unità inscindibile fra coscienza e materialità. L’unica dimensione in cui esistiamo davvero è quella mentale, il pensiero, da cui non si deve desumere l’esistenza reale del nostro corpo, ma solo della nostra mente. Questa è come un comune passeggero solitario, capace di passare tranquillamente da una nave all’altra. Neanche Cartesio si era spinto fino a questo punto: le due sostanze erano per lui irriducibilmente distinte, sì, ma l’uomo non avrebbe potuto permanere identico a sé qualora la sua anima fosse stata estratta dal corpo, né ovviamente sopravvivere. L’immortalità (dell’anima, non del corpo) solo Dio può garantirla. In una fase più tarda del suo pensiero, Cartesio giunge a postulare che nella macchina umana sussita un legame profondissimo – quasi una mescolanza – tra le due res: il corpo non è un mero ricettacolo che ospita l’anima come oggetto estraneo e indipendente.


Takeshi Kovacs invece, a dispetto delle molteplici sostituzioni di custodia, è sempre Takeshi Kovacs. Nel corso della serie, in realtà, la questione del cambiamento (e deterioramento) dell’io viene posta. Ma tale mutamento psichico, il sottile degrado morale viene imputato al tempo. Perpetuare la propria vita per secoli finisce per lasciare un segno. L’immortalità della coscienza ha un prezzo spirituale ed etico, più che propriamente cognitivo o psicologico. I Mat – gli esseri umani che possono vivere per sempre, disponendo di tutte le nuove custodie che vogliono – non vengono mostrati in preda alla follia o alla progressiva perdita di memoria. L’invecchiamento è meramente “scaricato” sul corpo, le facoltà mentali si mantengono. Qui è la moralità, invece, ad essere messa a rischio. Anche un individuo integro – dall’animo retto, dotato di bontà, generosità, o di qualsiasi altra virtù etica – se esposto al lento eppur ineluttabile logoramento che il tempo di una vita eterna necessariamente provoca, può trasformarsi in qualcosa di altro da sé. Può vedere la propria fibra morale perdere forza e spessore. Rendendosene pienamente conto, dal momento che l’intelletto, la componente riflessiva della psiche pare non subire alcuna alterazione o indebolimento.

Un breve commento a parte merita l’intelligenza artificiale che accompagna Tak nelle sue peripezie: Poe, a cui presta il volto Chris Conner. Egli, pur essendo nient’altro che un software, un programma informatico creato dagli uomini, dal loro sapere scientifico e tecnologico, possiede caratteristiche che rendono via via più difficile considerarlo come un qualcosa di non-umano.

Poe infatti non è solamente una sorta di enciclopedia virtuale, una riserva infinita di informazioni, un insieme di funzioni e algoritmi. Poe tenta di comportarsi come ritiene che una persona “vera” si comporterebbe. Tenta di provare quello che gli umani sentono. E già questo anelito, da solo, non basterebbe a fare di lui un qualcosa di umano? Inoltre in realtà, a sentire qualcosa,  Poe ci riesce pure. Sa commuoversi, affezionarsi. È capace di meditare sulla sua condizione esistenziale, sulla sua posizione nel mondo. Sperimenta il volontario sacrificio di sé. Riflette sulla sua eventuale cancellazione (equivalente alla morte) e la ancor più opprimente possibilità che i suoi archivi vengano formattati. La possibilità, quindi, di dimenticare. Che significa perdere se stessi, chi si è, la propria memoria, la propria storia.

Se Takeshi – e come lui gli altri umani coinvolti nelle vicende di Altered Carbon – rappresenta in modo esemplare il dualismo spirito-materia e la possibilità che una singola anima possa abitare, di volta in volta, molti corpi, e perciò qualunque corpo (poiché nessun corpo è fondamentale), Poe sembra andare ancora oltre, “incarnando” la possibilità di un’anima cosciente a prescindere da ogni materia, una mente cosciente priva – da sempre – di corpo.

Nicolò Mazzi

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