5 Dicembre 2020

Avengers – Infinity War

Sono stati necessari sei anni per mettere in scena la prima parte dell’atto conclusivo di uno dei fenomeni mondiali più incisivi dell’ultima decade; la linea tracciata dai produttori e ideatori di questi cine-comics ha origini nel 2012, quando Joss Whedon prese le redini di un progetto ambizioso quale quello di portare in scena una pellicola, Avengers, che sapesse concentrare alcune delle più iconiche figure dei fumetti in un solo film caricando su di sé paure e aspettative al di là di ogni previsione.


Da quel primo capitolo, figlio di singoli episodi con protagonisti gli eroi e le eroine Marvel, si iniziò a studiare un nuovo corposo progetto che avrebbe potuto dare i propri frutti in un secondo lontano momento, una scommessa incentrata sulla prospettiva che quello che si era appena concluso non fosse che un incipit a qualcosa di più grande e maestoso e che, proprio come ogni opera magna che si rispetti, avesse bisogno di tutto il tempo necessario per maturare e migliorarsi, caricarsi di premesse e accumulare sempre più materiale narrativo affinché, una volta giunto il momento di manifestarsi, il risultato fosse efficace e appagante.

La ricerca delle gemme dell’infinito è una delle sotto-trame più oscure, se non quella per eccellenza, che alimentano l’economia dell’universo Marvel: di questi portentosi oggetti sappiano il minimo indispensabile se non che sono estremamente potenti e non possono essere governati da semplici uomini “mortali”: persino i super-eroi non possiedono i requisiti necessari per contenere il potere di una sola di esse, per questo le gemme è bene che rimangano nascoste e custodite onde evitare che possano cadere nelle mani sbagliate. Ciò nonostante queste sono un sottile filo conduttore la cui appena apparente presenza, nelle pellicole che si sono susseguite con gli anni scorsi, consente di tracciare una mappa precisa il cui comune denominatore è la loro ricerca da parte del titano pazzo.

Proprio in virtù di questa reiterata premessa, Infinity War può permettersi il lusso di dare il via all’ecatombe dei super-heroes di cui tanto si è parlato e che la sua fama ha preceduto.

Non c’è un prologo studiato affinché il pubblico meno esperto possa avere ben chiara la situazione, né lungaggini il cui compito sarebbe quello di far aumentare la tensione per liberarla nel finale.

Tutto ha inizio con una sequenza drammatica a bordo della nave Asgardiana dove si trovano Thor, Loki e Hulk, con Thanos e la sua progenie in procinto di prendere la seconda gemma, incastonata nel Tesseract. Riuscito nei suoi intenti, fautore dell’ennesimo genocidio nonché artefice della dipartita del dio dell’Inganno, Thanos prosegue il suo iter di sangue e dolore e da questo momento in poi i destini degli eroi sono tutti indirizzati contro una minaccia comune, un flagello fin da subito presentato come impossibile da sconfiggere.

Infinity War è senza ombra di dubbio un cine-comic che punta a far eccellere ogni suo elemento, una manifestazione lampante e cristallina di tutte quelle che sono le leggi che governano questo genere di intrattenimento, ma nel farsi manifesto di gran parte degli elementi che contraddistinguono i dettami della morale cinematografica dei Marvel Studios, il terzo capitolo propone una storia ben strutturata e appagante, efficace e emotivamente spiazzante, al contrario magari dei suoi precedessori la cui sceneggiatura si era dimostrata poco ispirata. L’intero plot narrativo ruota attorno al concetto di “corsa contro il tempo” i grandi protettori della terra sono dei podisti, dei runners di professione che sono chiamati a scendere in un campo minato colmo di insidie e pericoli e, nel farlo, sono costretti a prendere coscienza di una cruciale verità: separati e disorganizzati non possono nulla contro una nemesi di tale portata.


La maggior debolezza, la vulnerabilità più grande e lampante agli occhi di tutti è che non sono i limiti dei poliedrici poteri soprannaturali a far cadere la strenua resistenza dei buoni, ma l’incomprensioni intestine in seno alle discussioni passate.

Il germe del fallimento trasformato adesso in una chimera è il risultato delle lotte della Civil War tra Steve Rogers e Tony Stark.

Lo spartiacque venutosi a creare tra i due iconici protagonisti è ciò che gioca a favore di Thanos, non perché questo lo sfrutti o ne abbia coscienza, ma perché permette a quest’ultimo di affrontare i beniamini della gente comune uno alla volta e, laddove con il progredire della storia lui acquisti forza e carisma, questi si annullano e scompaiono sempre di più fino, non a caso, a morire a causa del temuto schiocco delle dita.

Avengers nel suo essere un giocattolo per famiglie e adolescenti mette in risalto due elementi chiave che al suo interno giocano un ruolo fondamentale: il concetto di unità contrapposto a quello di divisione e la costruzione psicologica del suo antagonista.

Il primo ha valenza sia narrativa che metaforica: gli eroi sono divisi e l’unità che si respirava nel primo capitolo è totalmente assente, fanno assembramenti casuali di prime donne dove ognuno di essi cerca di dimostrare chi ha (più) potere e chi invece deve adeguarsi a chi è più forte. E’ una soluzione logica e niente affatto banale quella di voler sottolineare come l’unione possa fare la forza solo se è connessa all’intesa, all’affiatamento, proponendo così una fragilità umana che rende molto meno speciali gli eroi ridimensionandoli in una continua situazione di incomprensione perenne: Iron Man prima si trova a fare i conti con Strange, poi con i Guardiani della Galassia, Bruce Banner ha problemi con Hulk e Captain America vive, assieme ad alcuni suoi fedeli, in clandestinità a seguito degli accordi presi in passato, mentre Thor declina il destino dell’universo in un’ottica egoistica, alla ricerca della propria rivalsa personale.

Parallela a questa divisione nello spazio e nel tempo v’è contrapposta l’unione, anche qui su più livelli, incentrata sul raccoglimento delle gemme, la cui forza inenarrabile nasce proprio dalla compattezza che queste assumono una volta incastonate nel guanto di Thanos.

Questo ci porta al secondo elemento vincente di Infinity War: il titano pazzo.

Ha un solo obiettivo, uno scopo non da poco e tutt’altro che banale, quello di dimezzare la popolazione dell’universo, un traguardo che vuole raggiungere perché consapevole che niente è illimitato e c’è un sovraffollamento impossibile da controllare.

Thanos non uccide per divertimento, ha una propria logica deviata che funziona e si rafforza per l’intera pellicola, ma ciò che sorprende è il suo lato più malinconico, ciò che è pronto a sacrificare per perseguire un percorso da lui prefissato anni or sono. E’ un nemico imponente fisicamente, un monolite carico di sfumature carismatiche, sfumature che lo portano ad agire per un fine lontano anni luce dal becero egocentrismo megalomane.

Conclusa l’intera vicenda, sterminato metà universo in base ad un giudizio basato sulla casualità del destino e non legato alla sua volontà, egli si dedicherà a guardare il suo operato, triste e solitario ma pago di quanto portato a termine, convinto nella giusta causa per cui ha speso la propria vita. E’ un egocentrico passivo, un’entità che vuole agire nell’ombra, una minaccia silente, ma decisa ed efficace.

Infinity War è la parte iniziale di quella che si può considerare la summa di un progetto ed un processo partito anni addietro, un first-time perfetto che raramente mostra il fianco ad un umorismo un po’ artificioso, nota personale delle produzioni passate. E’ la pellicola di Thanos, di Josh Brolin, perfetto nel sapergli dare la giusta imponenza e il giusto carisma. Non c’è una sbavatura nella sua recitazione né gli effetti speciali penalizzano la resa cinematografica, anzi, enfatizzando quei particolari riscontrabili in movenze e espressioni di una fedeltà ai moti del volto umano notevoli.

Un prodotto sulla carta impossibile da trasporre sul grande schermo, qui sapientemente dosato e diligentemente bilanciato.

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Claudio Fedele
Claudio Fedele

Nato il 6 Febbraio 1993, residente a Livorno. Appassionato di Libri, Videogiochi, Arte e Film. Sostenitore del progetto Uninfonews e gran seguace della corrente dedita al Bunburysmo. Amante della buona musica e finto conoscitore di dipinti Pre-Raffaelliti.
Grande fan di: Stephen King, J.R.R. Tolkien, Wu Ming, J.K. Rowling, Charles Dickens e Peter Jackson.

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