27 Maggio 2020

Per la stagione di prosa del Teatro Goldoni è andata in scena una commedia tratta dal repertorio del drammaturgo da cui il teatro livornese prende il nome, Carlo Goldoni, considerata tra le opere più importanti e fortunate tra le sedici commedie nuove da lui composte. “La bottega del caffè”, composta nel 1750 e rappresentata per la prima volta a Mantova, ebbe subito un gran successo, tanto è vero che ne vide immediatamente la rappresentazione a Venezia, città natale di Goldoni, e la replica per ben dodici volte.

La-bottega-del-caffe_03Le azioni, che si avviano nelle prime luci di un mite mattino invernale  in quel di Venezia durante il Carnevale, si dipanano tra una caratteristica bottega veneziana e la piazzetta circostante, in un susseguirsi di vicende e personaggi che si riuniscono e interagiscono attorno al microcosmo creato dalla bottega e dal caffè, luogo e bevanda attraverso i quali si incontrano personaggi provenienti dai ceti più diversi. E infatti sono nobili e servi, borghesi e parassiti i protagonisti, che lasciano subito trasparire non solo il decadimento e l’impoverimento morale a cui Venezia, un tempo fastosa ed elegante, deve soccombere, ma la strumentalizzazione la mercificazioni delle emozioni umane, che la classe borghese, ormai in inesorabile ascesa, compie. Infatti, se da un lato è vero che il Goldoni mette in luce gli aspetti che hanno fatto sì che la classe borghese assumesse peso nella società, come l’operosità, l’efficienza e l’intraprendenza (questo lo si nota nella figura del padrone della bottega Ridolfo) da un altro lato si notano gli aspetti più bassi e negativi che essa porta con sé, come si nota bene in Don Marzio, un nobile napoletano in decadenza, prepotente, ambiguo e chiacchierone, che prova piacere nel frapporre ostacoli alle persone attorno a lui e passare il tempo a raccogliere chiacchiericci, pettegolezzi e insidie per costruire la realtà a proprio piacimento e intessere trappole per smascherare le altrui debolezze, il tutto pur di nascondere meschinamente le proprie. E’ ciò che fa ai danni delle mogli di Eugenio e Flaminio, giovane mercante di stoffe l’uno, giovane torinese che si spaccia per nobile l’altro, esposti entrambi al vizio del gioco, ma che Vittoria e Placida, mogli rispettivamente dell’uno e dell’altro, tentano in tutti i modi, ma invano, di far ravvedere i propri mariti. Ma i tranelli di Don Marzio, uniti a quelli del biscazziere Pandolfo, nella cui casa Eugenio si ritrova continuamente per giocare a carte appunto con Flaminio, trovano un fiero oppositore nel caffettiere Ridolfo, padrone della bottega,  che può rappresentare l’alter ego in positivo di Don Marzio, per la sua disinteressata filantropia, elemento che il Goldoni vuole evidenziare mettendo velatamente in luce come i buoni sentimenti abbiano difficoltà ad attecchire e a spiccare in un mondo pervaso di bassi e mediocri sentimenti.


La-bottega-del-caffe_09Convincente, dinamica e allo stesso tempo leggera è stata l’interpretazione degli attori, che hanno dato corpo a un piccolo spaccato di vita quotidiana, il tutto nell’arco di un’intera giornata (se sono le prime luci dell’alba a dare avvio alla scena, è la discesa della notte a concluderla), mettendo in luce in maniera semplice e incisiva vizi e virtù di una società che come l’odierna è più legata all’essere che all’apparire. Da notare l’interpretazione di Vittorio Viviani, nei panni del caffettiere Ridolfo, abile a trasferire il suo saggio e misurato modo di fare, in contrapposizione con le intemperanze e i tic che vengono evidenziati negli altri personaggi.  Una pièce leggera, spontanea e divertente, a cui fa da perno la figura del caffè, e una società incorreggibile nei secoli. Essenziale la regia di Maurizio Scaparro, che trasferisce con genuinità e ironia, tra le note di Nicola Piovani e un’accurata scenografia,  il Carnevale degli esseri umani, a tono proprio col periodo della festa caratteristica veneziana entro cui si svolgono i fatti; un Carnevale fatto di maschere e apparenze, di risate e amarezze, di debolezze e frivolezze: proprio quello che era diventata la Venezia di quei tempi; proprio quello che è diventata la società dei nostri tempi.

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