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Il delitto: fra autodistruzione e imposizione di sé.

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La produzione letteraria ottocentesca ha dedicato un’ attenzione particolare, se non addirittura morbosa, al tema del delitto. Dai “Racconti del terrore” di Edgar Allan Poe, a “Thérèse Raquin” di Émile Zola, a “Delitto e castigo” di Fëdor Dostoevskij, il misfatto e la sua turpitudine sono indagati e analizzati sia fisiologicamente che psicologicamente.

Mentre per Zola il delitto rappresenta il pretesto per un “romanzo-studio”, dove l’omicidio trasforma l’amore dei due complici, tormentati dai sensi di colpa, in odio, per Poe e Dostoevskij l’omicidio assume un significato e un’importanza completamente diversi, anche se i due autori lo analizzeranno in chiave differente.

Come scriverà David Herbert Lawrence, “ i Racconti sono opera di scienza piuttosto che d’arte: rivelano infatti grandi forze inorganiche all’opera, intente a distruggere la psiche organica mentre l’io vero e proprio -l’anima- è bloccato.” E’ proprio in questo senso che Poe si dimostra “scienziato” , anticipando quell’ impulso di morte che sarà tanto caro a Freud. Il leitmotiv dei Racconti è proprio il disfacimento della psiche, causato “unicamente dallo spirito di perversità” che ci spinge a commettere azioni turpi “solo in quanto sentiamo che non dovremmo commetterle”, come scrive lo stesso Poe nel racconto “ Il demone della perversità”. L’omicidio rappresenta, dunque, un ulteriore passo in quel processo di disintegrazione del proprio essere che sembra, fra l’altro, colpire anche l’autore stesso, come emerge dalla sua dipendenza da alcol e droghe. Nei “Racconti del terrore” è centrale la tematica dell’Amore, che, proprio per il suo carattere morboso, diviene il movente dell’omicidio.  Un esempio è costituito dal racconto  “ La rovina della casa degli Usher”, dove il signor Roderick è legato da un amore totalizzante ed esclusivo, capace di cancellare l’individualità dei due amanti, alla sorella gemella Madeline, la quale sarà chiusa viva nella tomba dallo stesso fratello.

Dostoevskij, pur potendo essere anch’egli definito uno “scienziato” per la descrizione accurata dei pasti consumati da Raskòl’nikov prima dell’omicidio, considera il delitto come un allontanamento dall’umanità. Non a caso, il nome del protagonista in russo significa proprio “scisma”. Difatti,così come Nietzsche sancisce con l’abbraccio a un cavallo il suo non essere più uomo ( e il suo essere folle), Raskòl’nikov con il suo gesto vorrebbe assurgere allo status di  “superuomo ante litteram”, ovvero di coloro che sono portatori della “parola nuova”, i cui delitti, che si manifestano nelle forme più varie, “esigono la distruzione del presente in nome di qualcosa di migliore”. Ma sarà la sua incapacità di sostenere il peso di questo scisma a causare “il castigo”: alla fine, il protagonista si renderà conto di non appartenere alla categoria degli “straordinari”, bensì a quella a cui apparteneva l’anziana usuraia assassinata, quella degli “ordinari”, “dei pidocchi”, utili solo ai fini della procreazione, ai quali “alle volte si può dare una frustatona, per ricordare loro il loro posto”.Tuttavia, in Dostoevskij, a differenza di Poe, trova spazio la redenzione, che si manifesta nell’amore del protagonista nei confronti di una creatura pura, un’ ex prostituta che decide di seguirlo in Siberia.

Per entrambi gli autori  il delitto rappresenta, così, un pretesto per scandagliare l’animo umano, molto più efficace della semplice e rassicurante passione amorosa. Attraverso l’azione delittuosa diviene possibile smembrare l’ Io, analizzare e esorcizzare le perversioni che si annidano, più o meno consapevolmente, nella mente di ognuno di noi. Nessuno escluso.