1 Dicembre 2020

Qualche giorno fa Rosaria Aprea, un’aspirante miss ventenne di Macerata Campania, ha subito un’aggressione da parte del suo compagno, l’imprenditore Antonio Caliandro. Rosaria è stata colpita talmente forte che ha dovuto sottoporsi a due interventi e all’asportazione della milza. Ma dal suo letto d’ospedale, dopo le operazioni, la ragazza ha dichiarato di voler ritirare la denuncia fatta in precedenza al compagno: “Non voglio che Antonio resti ancora chiuso lì dentro, so che non si è reso conto di quello che mi ha fatto, voglio tornare con lui”, queste le sue parole.

Ma non è finita qui: la ragazza ha persino affermato di voler rilasciare delle interviste a pagamento per ottenere i soldi necessari a pagare la cauzione al suo ex compagno.


 

Storie come questa sono sempre più frequenti nel nostro Paese e meritano una riflessione.

 

In primis verrebbe da chiedersi cosa spinge questi “uomini” a usare una tale violenza nei confronti delle donne. Che sia il bisogno di riaffermare la propria superiorità nella coppia o semplicemente la necessità di sfogarsi per la troppa rabbia repressa, penso che cose del genere nel duemilatredici siano inaccettabili e inconcepibili. Episodi simili accadevano molti secoli fa e da allora l’uomo dovrebbe essersi evoluto, anche se a giudicare da certe cose si potrebbe obiettare che non è così. Ma ciò che mi ha sconvolta di più è certamente la reazione di Rosaria: lei ha detto di amarlo ancora, ha cercato di giustificare il suo gesto e, come se non bastasse, ha ritirato la denuncia.

Il caso Aprea non è unico purtroppo: le donne maltrattate spesso tornano dal massacratore. Questo perché, a seguito delle violenze fisiche e psicologiche che subiscono, la loro forza di volontà viene annientata e questi “uomini” le convincono che non valgono niente, le rendono praticamente dipendenti da loro. E in queste donne è come se scattasse un meccanismo perverso che le induce a giustificare i loro aggressori o addirittura a perdonarli, come ha fatto Rosaria.

La verità è che non si dovrebbe mai provare a giustificare atti del genere: la violenza, in specie sulle donne, non dovrebbe mai essere valutata con superficialità. A mio parere si tratta di semplici atti di vigliaccheria da parte di individui che non hanno un minimo di rispetto per le loro donne. Qual è il bisogno di usare la forza quando si potrebbe discutere in modo anche animato ma sempre nel rispetto dell’altra persona? Perchè in Italia una donna viene uccisa dal marito, dal compagno o da ex ogni tre giorni? Come si fa ad uccidere una ragazza per un litigio?

Ma ci sono degli interrogativi che mi fanno riflettere ancora di più.

Perchè una donna adulta alla prima manifestazione di violenza non allontana per sempre l’uomo che la minaccia? Come mai in lei scatta qualcosa che la spinge a perdonare il suo aggressore? Questo paradosso che si viene a creare -le vittime che giustificano i loro aggressori e spesso ci tornano insieme- è la prova che l’amore è finito, o probabilmente non c’è mai stato. Dimostra che alla base di quel rapporto certamente non c’era un sentimento genuino ma piuttosto la malsana pretesa di possesso della donna da parte del suo compagno.


Io credo che sia necessario riflettere sul fatto che la violenza domestica è la prima causa di morte al mondo per le giovani dai 16 ai 44 anni. Bisogna parlarne, scriverne e sostenere le associazioni che difendono i diritti delle donne in modo da aiutare le vittime di violenze sia fisiche che morali. Dall’esterno possiamo solo immaginare cosa provino queste donne, il senso di annientamento che le pervade. Ed è proprio per questo che il lavoro più grande e difficile da fare è quello psicologico su di loro, per dare loro la forza di reagire dopo episodi del genere ma, ancor prima, per far capire che bisogna avere la forza di allontanare questi individui al primo accenno di violenza, anche morale.

Però la cosa più importante che dobbiamo capire noi donne è che quando accadono certe cose non c’è spazio per il perdono. 

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