5 Dicembre 2020

La Favorita

La regina Anna (Olivia Colman) siede sul trono di Inghilterra, a lei spetterebbe prendere decisioni cruciali riguardo la guerra che si sta combattendo contro i francesi, ormai giunta alle battute finali, ma l’amministrazione del suo regno così come le dinamiche belliche vengono gestite dalla sua consigliera fidata Sarah Churchill (Rachel Weisz): donna di grande carisma e fascino. L’equilibrio venutosi a creare a palazzo è interrotto dall’arrivo di Abigail Masham (Emma Stone), cugina di Sarah, la quale, da semplice sguattera, tenterà di entrare tra le grazie della sovrana.


Ha un tocco particolare Yorgos Lanthimos quando vuole raccontare la storia di questo triangolo amoroso dove l’amore tra le tre dame protagoniste è un continuo scherzo, un gioco di gelosia, inganni, tradimenti e passioni.

E’ sempre l’amore che le fa muovere nei corridoi angusti e lignei di un palazzo granitico contornato da labirintici giardini colmi di siepi e non c’è molto spazio per guerre, popoli o imposte da pagare, poiché ogni atto pratico, così come ogni scena, si basa tutto sul possedere l’oggetto del desiderio e rendersi desiderabile ai suoi occhi.

Un esercizio che trova la sua forma finale e sfocia in sadismo e odio, mutazione possibile unicamente grazie alla figura cardine di una monarca ormai abbandonata a se stessa, ombra dei fasti del passato, reclusa nelle sue stanze, circondata da quei conigli metafora dei suoi figli ormai caduti, debole e inferma a causa della malattia che non le permette di muovere gli arti inferiori. Da qui l’affresco di opulente decadenza, tanto fisica quanto morale, in una corte anglofona dai richiami kubrickiani: il palazzo, luogo lussuoso, paradiso corrotto, terra del vizio e cosmo indipendente dal resto del mondo (reale) è un Overlook ante-litteram, dove balletti e baccanali, sesso e piaceri di gola affondano la lama nello spirito libertino dei valletti, dei lord e dei politici, dove ogni abuso fisico è parallelo a quello dell’anima.

Ma non si centra il bersaglio se si vuole parlare de La Favorita solo se lo si legge in chiave storica, moralistica o didascalica dato che non è una rappresentazione fedele della realtà passata: è grottesco in modo artificioso, è intriso di un’ironia pungente nei dialoghi e nelle scene dove meno lo si aspetterebbe: quella conclusiva, ad esempio, dove si fa un bellissimo paragone, tramite sovrapposizione visiva, tra la “purezza” animale dei conigli controbilanciata alla selvaggia natura dell’essere umano.

Il cuore pulsante del film di Lanthimos sono sempre loro: Rachel, Olivia e Emma.

Funzionano, tutte e tre, dal primo all’ultimo momento di girato, sebbene la Colman non goda di un trattamento eguale alle sue compagne.


L’unica grande scena, la cui staticità fisica sarà ricalcata nel finale di un episodio di The Crown  che accentua il focus sul suo personaggio, è proprio prima dei titoli di coda. E’ la chiusa meno coerente con l’anima del film, ma funziona e appaga, perché il pubblico possa capire, alla fine, come la scalata sociale sia sempre nulla di fronte all’ordine gerarchico prestabilito delle cose, proprio in virtù del fatto che è possibile arrivare vicini al sole, ma non si avrà mai la forza necessaria a toccarlo o giungere alla sua altezza.

Abigail (Stone) fatica tanto a scansare sua cugina Sarah, ma non sarà mai la favorita della regina. Non può esserlo fino in fondo, perché non c’è vero amore né devozione in quello che fa e per questo motivo i risultati da lei ottenuti saranno vani trofei a cui dovrà comunque applicare la sua sudditanza nei riguardi di Anna, la quale non dimentica la relazione burrascosa, ma sincera con Sarah e punisce la nuova fidata tesoriera affidandole il compito con cui l’ha inizialmente conosciuta (e che di certo non le si addice più dato il rango a cui è arrivata):  farle da massaggiatrice alle gambe malate.

Sottomissione, gesto, nonché parola necessaria per comprendere appieno questo film molto meno straordinario di quello che si può pensare, dove il grand’angolo è all’ordine del giorno, la fotografia naturale, alla Barry Lyndon, è sfruttata appieno e ben gestita nel complesso e la musica fa molto più da collante storico di quanto lo possano fare le scenografie ed i costumi.

Il 1700 inglese del regista greco è un mondo patriarcale, maschile e misogino: questo ci viene detto fin dalla prima scena in carrozza con Abigail, dove un soldato, privo di qualunque pudore, inizia a masturbarsi davanti ai passeggeri. Il rovesciamento è graduale e vede una supremazia femminile di tipo intestino che, grazie all’affermarsi, non solo socialmente, ma anche individualmente, delle tre protagoniste orienta la pellicola ad un’esaltazione dello women power. E’ un sesso debole mascherato, interpretato con eccelsa maestria da una Emma Stone in stato di grazia, la cui vera indole cela una natura strategica al cui interno s’anima una vis molto più mascolina che femminile. Il personaggio di Abigail non funziona tanto sul piano dell’intreccio narrativo, perché è derivato da un archetipo ormai poco originale ed abusato, ma la forza che le conferisce la Stone dà al film il giusto valore aggiunto. Sono, poi, i dialoghi, ironici e leggermente anacronistici, a fare da cornice e a dare la giusta spinta per farsi ammaliare da questa femme fatale dal volto angelico, il corpo minuto ed il sorriso beffardo. Abigail ha poco della donna del suo tempo, mentre Sarah (Weisz) è più in armonia con la nobil donna a cui presta il volto, signora che ben si adatta al rango sociale in cui è inserita: favorita dalla regina, gode non solo di e con la regina stessa, ma soprattutto di poteri e libertà uniche.

La Favorita è un duello al femminile senza esclusione di colpi, un film strutturato e confezionato per essere manifesto della donna intesa come figura capace di andare ben oltre l’uomo, di saper essere più pragmatica del sesso maschile, così come di saper governare un paese altrettanto bene ed amare persino con più trasporto. Risente molto delle eroine del teatro classico, antico e moderno, dove di tanto in tanto si hanno richiami alle figure del mondo greco, ma è legato ancor di più a quello di Shakespeare: Sarah che cammina di notte, al buio, in preda alla rabbia, ricorda un po’ Lady Macbeth; la pianificazione dei futuri successi di Abigail sono un forsennato sussurrare amletico.

Ogni elemento di pregio è destinato a venire fortemente ridimensionato, tuttavia, da una sceneggiatura che funziona molto nei dialoghi singoli (frase di grande effetto quella recitata dalla Colman nei momenti conclusivi: “una donna deve convivere con ferite che non possono guarire, ma che ogni tanto possono riprendere a sanguinare”) mentre rimane scontata e poco aggressiva nel progredire degli eventi. Altrettanto meno ispirata è la regia, a cui una volta tolte un paio di soluzioni (carrelli, grand’angolo e scelta della fotografia) la macchina da presa si fa servitrice delle performances dell’intero cast. Lanthimos a questo giro si accontenta di imbastire una pellicola poco originale nello sviluppo del suo intreccio, ma al servizio devoto del talento di Emma Stone e Rachel Weisz, sacrificando troppo una Olivia Colman a cui avrebbero giovato molto di più delle scene mute che dialoghi con cui non trova la giusta incisività.

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Claudio Fedele
Claudio Fedele

Nato il 6 Febbraio 1993, residente a Livorno. Appassionato di Libri, Videogiochi, Arte e Film. Sostenitore del progetto Uninfonews e gran seguace della corrente dedita al Bunburysmo. Amante della buona musica e finto conoscitore di dipinti Pre-Raffaelliti.
Grande fan di: Stephen King, J.R.R. Tolkien, Wu Ming, J.K. Rowling, Charles Dickens e Peter Jackson.

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