22 Ottobre 2020

In poco tempo l’appello “Basta con gli agguati” promosso da un gruppo di intellettuali ha raccolto l’adesione di 16000 cittadine e cittadini divenendo un vero e proprio “appello popolare”.

Il testo adesso lo possiamo ritrovare nel sito “Città visibili”(www.cittavisibili.org) dove è possibile continuare ad aderire e a inviare i propri commenti. Diciamo subito che abbiamo firmato l’appello non perché ci identifichiamo acriticamente con l’attuale governo né perché pensiamo che tutto quello che fa sia giusto e condivisibile. Sul governo ci sarebbe molto da dire, a cominciare dalla chiusura dei porti, che non condividiamo.


Ma la sua condotta, pur non priva di errori, ci è apparsa saggia e prudente.

Ma questo è un appello contro “agguati mediatici”, che hanno sia il sapore “scherzoso” del Conte ritardatario sia quelli relativi alla sua non eccelsa perizia come comunicatore nella gestione del mezzo televisivo (ma appunto fa il PdC non l’anchorman della CBS). Agguati che sono tesi a spingere verso avventurosi cambiamenti politici e istituzionali in nome della libertà che verrebbe repressa e coartata dagli atti restrittivi determinati dal coronavirus.

A nessuno piace stare in quarantena, a nessuno piace subire restrizioni. Meno che mai a noi. Diciamoci la verità, la conoscenza scientifica, a dispetto delle mille rassicuranti e autorevoli dichiarazioni, è ancora in uno stato comprensibilmente confusionale (i ricercatori non sono certo facitori di miracoli!) e la situazione sanitaria, nonostante lo straordinario prodigarsi di medici, infermieri, operatori e la grande capacità di autodisciplina che hanno mostrato e stanno mostrando i cittadini, è ancora fondamentalmente precaria. I medici e i biologi sono i più prudenti proprio perché più degli altri sono consapevoli dei limiti loro e delle condizioni in cui operano.

L’appello inoltre ricorda che la “normalità” del passato era parte del problema (e questo forse infastidisce i neoliberal che non vorrebbero né una svolta ecologica né un ripensamento delle nostre modalità di lavoro né tanto meno
una redistribuzione delle ricchezze in senso più egualitario).
Inoltre, esso è contro i populismi che sfociano nelle ricette autoritarie, nonostante si richiamino (a parole) a una centralità del Parlamento che nei fatti hanno sempre combattuto.
E’ bene allora mettere in chiaro alcuni punti e tentare di fare qualche passo in avanti: la libertà ha senso vero se trova il suo limite nel rispetto delle libertà degli altri e non ha niente a che fare con la libertà intesa come interesse individualistico ed egoistico, che, invece, implica sempre la sopraffazione dell’altro; siamo pronti a lottare contro uno stato repressivo, ma vogliamo uno stato sociale, quello che è stato eroso dal neoliberismo.

Mai come ora ci si rende conto di cosa sia stato fatto di distruttivo in termini di sanità pubblica e di bene comune, e non solo; siamo contro l’aziendalizzazione della sanità pubblica e della scuola pubblica; siamo contro una concezione delle autonomie regionali intese in chiave di concorrenza tra loro; occorrono investimenti anche attraverso il debito pubblico che siano compatibili in chiave ambientale, capaci di spingere verso la ripresa del lavoro, riconvertendo la produzione (guarda caso, nessuno dà oggi ascolto all’appello degli economisti); per questo l'appello si rivolge anche a quella parte di “progressismo” che fatica a comprendere che una svolta ecologica, e magari anche solo un po' più keynesiana (mica socialista…) costituisce la salvezza del sistema Italia.

 

 

Alfonso Maurizio Iacono
Enrico Mannari


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