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La fine del bipartitismo in Europa

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Non c’è dubbio che il bipartitismo abbia subito un crollo vertiginoso in tutta Europa. Già intaccato, dalla crisi economica del 2008, dalla nascita dei partiti anti-austerity, oggi sembra essere giunto alla sua fine. Difatti lo scenario politico europeo è stato profondamente mutato, ed i partiti tradizionali stanno attraversando un declino senza precedenti. In Francia il Front National ha confermato con le regionali di novembre un percorso, seppur rallentato, in salita. In Inghilterra a seguito dell’elezioni generali dello scorso anno, i laburisti hanno registrato un risultato storicamente negativo, mentre i conservatori di Cameron hanno affermato la vittoria dovendo inseguire alcune tematiche ricorrenti del partito populista, UKIP. In Spagna invece il bipartitismo, come in Grecia, è stato spazzato via dall’ultime elezioni legislative, che a causa della forte eterogeneità politica non hanno portato ancora oggi ad un nuovo governo.

L’Italia non ha mai avuto un sistema bipartitico, ma con la crisi economica, adesso vede una frammentazione politica molto accentuata rispetto al passato. Eppure, nonostante che questo quadro fosse emerso dalle elezioni politiche del 2013, è stata varata una legge elettorale, l’Italicum, che sembra essere adatta più al bipartitismo che non allo scenario attuale. Per chi ancora non lo sapesse, la legge prevede un premio di maggioranza alla lista che arriva prima con un consenso non inferiore al 40%, in caso contrario alla lista che dovesse vincere il ballottaggio tra i primi due partiti. Stando agli ultimi sondaggi però sembrerebbe che al primo turno neppure il PD, dato come primo partito al 32%, possa ambire a raggiungere la soglia per ottenere il premio di maggioranza. Ancora più incerto è ipotizzare chi arrivi al secondo posto, avendo una reale chance di vincere al secondo turno. Nel caso fosse unito, il centrodestra potrebbe farcela tranquillamente, se così non fosse ci sarebbe il M5S che continua a guadagnare consensi. Il punto è che questa legge appare fuori dai tempi, poiché i vari movimenti che sono a sinistra del PD, non sono intenzionati ad allearsi al Presidente del Consiglio, e pure il centrodestra è enormemente diviso, basti pensare ai veti incrociati tra Lega Nord, Forza Italia e FDI che hanno portato a due candidati diversi per le amministrative di Roma. Perciò con la vittoria del partito che dovesse vincere il ballottaggio avremmo una minoranza a governare l’intero Paese. Tuttavia gli effetti stabiliti nell’Italicum, che è legato alla sola Camera dei Deputati, scaturiranno delle conseguenze rilevanti solo se l’intera riforma costituzionale dovesse andare in porto col referendum che si terrà questo autunno. Chi ha voluto questa legge elettorale d’altro canto sostiene che sia la migliore possibile, in quanto garantisce un governo al Paese all’indomani delle elezioni, o di un eventuale doppio turno. Però è giusto sacrificare a tal punto una maggiore rappresentanza in nome della governabilità, tanto apprezzata dai mercati?