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Melissa Stefanini - 10 Settembre 2013

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L’ex manicomio di Volterra

Melissa Stefanini - 10 Settembre 2013
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   535363_4859010511395_1692837833_n[1]  VOLTERRA – Gli edifici che una volta ospitavano l’ex manicomio di Volterra, si ergono imponenti su una collina in mezzo al verde vicino al centro. Al nostro arrivo l’aria che troviamo è assai cupa e inquietante : dopo aver attraversato quella che un tempo era la strada privata del manicomio, si arriva alla più recente piattaforma ospedaliera (in totale sono quattro). L’edificio, ormai distrutto dai vandali, arreca molti danni ; le vetrate non esistono più e innumerevoli sono le scritte sul muro esterno, all’interno possiamo ancora vedere alcuni oggetti lasciati dal 1978, anno dell’abbandono del manicomio, ci sono carrozzine , letti, una vecchia gabina telefonica e lettini, dove i pazienti venivano legati, nell’orrore e nel silenzio di ciò che accadeva all’interno dei manicomi. Il complesso ospedaliero venne situato nel 1888 all’interno dell’ex convento di San Girolamo e fu data la direzione a dott. Scabia ,dal quale prende il nome uno di questi edifici , tra il 1902 e il 1909 con l’arrivo di molti altri pazienti il dirigente dovette far costruire altri padiglioni : il Verga (oggi sede dell’ospedale civile ) , lo Charcot e il Ferri.

Il piano di Scabia era di costruire un villaggio autonomo dove il paziente potesse sentirsi libero, attuò quindi anche un piano di lavoro per ogni persona per indirizzarli in seguito al ricovero al rinserimento nella società. Nel 1933 fu istituita una moneta per l’uso dei ricoverati. Scabia andò in pensione nel 1934 e morì poco dopo, decise di farsi seppellire nel cimitero dei pazzi insieme ai cadaveri non reclamati dalle famiglie. Ma la vita del manicomio non era certo così semplice come sappiamo, gli ammalati venivano spesso sedati e messi in vasche piene di ghiaccio o in isolamento , le camere avevano inferiate (una protezione quasi carceraria), gli infermieri dovevano essere chiamati guardie o superiori e le lettere che erano scritte dai pazienti non venivano mai consegnate alle famiglie . Delle altre tre strutture lo Charcot , lo Scabia e il Ferri, ci resta ben poco, le strutture sono in forte stato di degrado, i soffitti crollano , le macerie sono ovunque, l’edificio più interessante è sicuramente quest’ultimo citato , il Ferri, il padiglione dove venivano rinchiusi i malati ritenuti più pericolosi, al suo interno possiamo ancora notare le stanze molto piccole, le porte spesse e le inferiate alle finestre.

524897_4859064672749_311635992_n[1]Molti erano i pazienti al suo interno con una storia assai bizzarra, il più famoso è Oreste Nannetti della sua vita sappiamo ben poco, fu rinchiuso a dieci anni in un ospedale psichiatrico dopo essere stato rilasciato, fu di nuovo ricoverato a Roma per un oltraggio a pubblico ufficiale e poi spostato nel 1958 a Volterra, scrisse molte lettere a parenti o persone immaginarie firmandosi spesso come Nanof, Nof o Nof 4, tali iniziali erano per indicare il suo nome Oreste Ferdinando Nannetti e quattro era il numero che gli era stato attribuito all’entrata nell’ospedale. Nella sua permanenza al Ferri incise sul muro esterno dell’edificio una serie di graffiti con la fibbia della cintura una storia con raffigurazioni, lunga circa 180 metri e alta due, di difficile interpretazione. Oggi i graffiti sono assai deteriorati e molti sono andati distrutti. l’ex manicomio di Volterra può certamente farci capire e sensibilizzarci all’inferno che certe persone vivevano , la paura che molti provavano nel mostrare i sintomi di una depressione o accenni di schizofrenia o più semplicemente a imporre le proprie idee politiche o morali che portavano all’internamento.

Un inferno che non è giusto dimenticare per tutti coloro che hanno vissuto in questo terribile incubo.
Di seguito le altre foto:
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Articolo e foto a cura di:
Melissa Stefanini