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Eleonora Simeone - 3 Ottobre 2014

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Prova a leggermi: Il Deserto dei Tartari, Dino Buzzati

Eleonora Simeone - 3 Ottobre 2014
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Prova a leggermi  è la giusta occasione per poter consigliare un libro che mi ha colpito in modo particolare, cercherò di spiegarvi il perché.

 

Devo ammettere chtestoe stavolta è stato piuttosto facile sceglierne uno: tra i mille che affollavano la mia testa, questo è riuscito a risaltare più degli altri, si è fatto spazio tra i libri finiti tutti d’un fiato ed eccolo qui. Si tratta di uno di quei romanzi che i professori ormai meccanicamente rifilano a ogni studente per l’estate, senza spiegarne bene il motivo, ebbene, ci provo io.

Il titolo, Il deserto dei Tartari non mi è mai sembrato particolarmente accattivante, tanto da non incuriosirmi fino a che proprio non mi si è piazzato davanti, alla lettera B dello scaffale della libreria. Forse era la parola “Tartari” a non piacermi, forse era un’idea sbagliata che mi ero fatta, visto che credevo fosse un romanzetto di guerre varie, invasioni, Tartari eccetera.  Mi sbagliavo, perché i Tartari qui, non si vedono affatto. Si aspettano. Si temono. Ma non si palesano mai.

E’ proprio questo il punto attorno a cui ruota tutto il romanzo: la venuta di un nemico, immaginato, non reale, che desta angoscia fra i soldati della Fortezza Bastiani, roccaforte ormai semi-abbandonata, squallida e decadente che si affaccia su un deserto sconfinato, detto appunto dei Tartari. Qui i soldati, tra cui il protagonista, il tenete Drogo, vivono in un perenne stato di allerta, aspettano e desiderano che succeda qualcosa per spezzare la monotonia, orrenda e attanagliante. Sono tutti pronti, eppure non succede niente.

Il tenete Drogo vi è appena stato trasferito, è convinto di volerci passare solo pochi giorni per poi chiedere un nuovo trasferimento in città, nel movimento, nella vita. In realtà si accorge ben presto che in tutti i soldati, col passare del tempo, ogni volontà è svanita, il desiderio di tornare nella civiltà si è fatto sempre meno pressante, tanto che i giorni diventano mesi, diventano anni, fino a che si dimenticano di volere un trasferimento. Drogo si rende conto che, tutto sommato, lo stare lontano da altre persone, non è poi così male, anzi, quando torna a casa dalla madre, per un breve periodo di licenza, prova una sorta di angoscia, non si sente più adatto alla vita fuori dalla fortezza.

Eppure nella fortezza non c’è niente che invogli a restare: le solite mura, i soliti spazi angusti, le solite sentinelle, i soliti ritmi, tutti meccanicamente scanditi, lenti e invariabili. Poi, inaspettatamente, in lontananza nel deserto si percepisce qualcosa. I soldati riprendono vigore, nella vana speranza di poter finalmente difendere la roccaforte e mostrare le proprie capacità.

La fortezza li ha cambiati. Il tempo scorre inesorabile, le stagioni passano in fretta, la monotonia, frustrante, ma allo stesso tempo rassicurante, di ogni giorno è uno dei simboli chiave della narrativa di Buzzati. Il deserto, ignoto e sconfinato, è la trasposizione della solitudine in cui ci troviamo, è l’ignoto, uno spazio aperto da cui potrebbe provenire un nemico e assalirci, è la novità, è un salto nel vuoto che ci immobilizza, perché fra le mura della fortezza, per quanto grigie e alienanti, alla fine si sta bene.

Buzzati scrive il romanzo nel 1939 quando lui stesso percepisce la routine quotidiana come opprimente e demotivante, sempre invariabile, e decide di utilizzare la metafora militare per esprimere questo suo stato d’animo. C’è pienamente riuscito. Nessun elemento è stato scritto a caso: dai personaggi (Drogo soprattutto), agli ambienti, agli oggetti, alle azioni, insomma tutto quanto ha un ruolo determinate all’interno della storia, che per quanto sembri apparentemente semplice, è davvero ben strutturata.

Non sono ben specificati il luogo e il periodo storico (anche se ricorda l’Europa Centrale dell’ ‘800), tuttavia, Buzzati, in poco meno di duecento pagine, ci racconta l’uomo di sempre attraverso allegorie e immagini molto precise: il senso dell’attesa che consuma, la paura per qualcosa che non accadrà, la solitudine, lo scorrere del tempo contrapposto all’immutabilità del pensiero umano, l’incapacità di dare un senso ad un’esistenza mediocre, se non quando ormai è troppo tardi.

Lo riconosco. Non è un libro particolarmente allegro, però l’ho trovato illuminante sotto molti punti di vista Alla fine penso sia stato meglio non averlo letto prima, in seconda superiore, quando mi era stato consigliato insieme ad altri libri da leggere per l’estate, perché credo che come per tutte queste “fiabe”, sia necessaria un po’ di maturità che un sedicenne non può avere. Si pensa che sia un libro per ragazzi, ma non è così. E’ una di quelle letture che ti lasciano qualcosa di consistente, ti arricchiscono nonostante la semplicità narrativa.

Buzzati, a mio parere, ha proprio questo dono: dire tutto con poco, affascinare con pochissime immagini magiche, surreali, ma precise, angosciare con descrizioni limpide e senza inutili fronzoli. E’ decisamente un autore un po’ sottovalutato, di cui raramente sentiamo parlare ed è un vero peccato.

Il Deserto dei Tartari è giustamente considerato uno dei grandi classici della letteratura italiana del ‘900, quindi, provate a leggerlo!