20 Gennaio 2020

Recensione de Lo Hobbit – La Battaglia delle Cinque Armate 

“Peter Jackson conclude la sua avventura nella Terra di Mezzo tra potenza visiva e sincera commozione” 


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L’epica conclusione delle avventure di Bilbo Baggins, Thorin Scudodiquercia e la Compagnia di Nani. Dopo aver reclamato la loro patria dal drago Smaug, la compagnia ha involontariamente scatenato una forza letale nel mondo. Infuriato, Smaug abbatte la sua ira ardente e senza pietà alcuna su uomini inermi, donne e bambini di Pontelagolungo. Ossessionato soprattutto dal recupero del suo tesoro, Thorin sacrifica l’amicizia e l’onore e mentre i frenetici tentativi di Bilbo di farlo ragionare si accumulano finiscono per guidare lo Hobbit verso una scelta disperata e pericolosa. Ma ci sono anche pericoli maggori che incombono. Non visto, se non dal Mago Gandalf, il grande nemico Sauron ha mandato legioni di orchi in un attacco furtivo sulla Montagna Solitaria. Mentre l’oscurità converge sul conflitto in escalation, le razze di Nani, Elfi e Uomini devono decidere se unirsi o essere distrutte. Bilbo si ritrova così a lottare per la sua vita e quella dei suoi amici nell’epica Battaglia delle Cinque Armate mentre il futuro della Terra di Mezzo è in bilico.

Recensione 

Scrivere de Lo Hobbit – La Battaglia delle Cinque Armate non è una cosa semplice, vuoi per la materia trattata, vuoi per l’attesa che ha trascinato i fan durante questi due anni al tanto agognato finale, vuoi per la controparte cartacea scritta da quel che fu uno dei più importanti scrittori del Regno Unito del ‘900, ma sopratutto perché per la prima volta si prende coscienza della consapevolezza del fatto che vedremo la Terra di Mezzo un’ultima volta e questo, dunque, è in fin dei conti un vero e proprio Addio. Peter Jackson aveva conquistato tutti, anche i più schizzinosi, i puristi incalliti di Tolkien, con la sua prima trilogia (quella che viene definita “Maggiore” in contrapposizione all’attuale), era tornato  nel 2003 in Nuova Zelanda con un ricco bottino, un po’ come Bilbo dopo le sue rocambolesche avventure: Undici Oscar, di cui tre nella propria teca personale tra i quali uno alla regia, i plausi globali della critica e la consacrazione sia individuale che del genere fantasy, un genere che sopratutto in Italia era stato a priori screditato o abbracciato da quella corrente fascista che ha dovuto poi ricredersi e arrendersi al fatto che The Lord of The Rings fosse tutto tranne che un inno a quei particolari ideali o tradizioni. 10608427_10152520931568601_1803084920263371869_oJackson era riuscito a dare, così, a Tolkien nuova linfa, lo aveva portato su un piano inesplorato e sotto certi punti di vista era stato capace di incanalarlo nella giusta prospettiva, compiacendo la critica cinematografica e letteraria, dimostrando inoltre tutt’oggi che questi non è un autore per un pubblico particolare, ma uno scrigno dei Tesori dai mille colori e valori.

Dieci anni di assenza dalla Middle-Earth e poi The Hobbit, il libro scritto da John R.R. nel 1937, revisionato da questi negli anni successivi per renderlo sempre più coerente a quello che sarebbe stato all’unanimità il suo capolavoro, un racconto scritto prima della seconda guerra mondiale durante quel “Lungo Week-End” (come scrisse Graves con amaro umorismo) che cedette il passo alla Seconda Guerra Mondiale, una delle pagine più tristi della Storia recente a cui il professore di Oxford partecipò in prima persona. Il film ha avuto una gestazione travagliata, il cambio di regia, prima Del Toro, poi Jackson stesso, e tanti altri piccoli problemi che hanno portato Lo Hobbit ad essere quasi una maledizione che una manna dal cielo. Nel 2011 l’avvio delle tanto desiderate riprese. Eppure quella che doveva essere una pellicola divisa in due parti è diventata una nuova trilogia ed i dubbi si sono ancora una volta moltiplicati sul lavoro fatto dal regista neozelandese e dai suoi fedeli collaboratori.

Dopo Un Unxpected Journey nel 2012 e The Desolation of Smaug nel 2013 si arriva finalmente a The Battle of the Five Armies, ultimo film di questo nuovo trittico che come tale serve anche a far da ponte a La Compagnia dell’Anello.


La Battaglia delle Cinque Armate rappresenta senza ombra di dubbio un lavoro inedito e sotto certi aspetti innovativo che prende le distanze dal cinema a cui ci ha abituato Jackson e che sotto molti punti di vista 10842216_722204701194122_759681534547584019_opotrà destabilizzare chi lo guarderà una prima volta. Già sotto il profilo tecnico siamo messi di fronte ad una virata non da poco, poiché la fluidità delle immagini e la bravura con cui il regista ha saputo far muovere la telecamera porta quasi a credere il più delle volte di vedere un lavoro tanto semplice quanto estremamente sofisticato ove le tante riprese durante la battaglia, molto fisica e sporca, mostrano sempre con grande maestria tutto quello che c’è da vedere non dimenticandosi quasi mai di mostrare il necessario, non senza accompagnare lo spettacolo al dramma. Questo lungometraggio riprende a priori l’atmosfera ed il ritmo serrato di quelli che furono gli ultimi minuti de La Desolazione di Smaug, di cui è grande debitore, immergendoci quindi in un rush finale veramente estremo e portato al limite del possibile dato che in questo atto conclusivo non ci sarà mai un momento di calma, né una pausa netta che farà prendere fiato o ci porterà a ragionare su quanto appena visto, dimostrandosi così completamente lontano (anche dal punto di vista tecnico e del montaggio) da quello che fu The Return of The King nel 2003.10457657_10152688234412758_1729010034918700003_o Laddove, infatti, i primi due capitoli de Lo Hobbit godevano di tempi rilassati e diluiti qui la pressione ed i tanti eventi rocamboleschi ci portano in una giostra inarrestabile, in un vortice compatto di immagini e duelli.

E’ proprio il linguaggio visivo, la maestosità, la bellezza e l’orrore delle battaglie (oltre ad un certo retrogusto grottesco) di quel che ci mostra il regista ad essere l’asso vincente, la carta che Jackson doveva giocare per salvare l’ultimo capitolo, per portare a casa un prodotto che assumesse da un lato i contorni di un qualcosa molto commerciale e si innalzasse puramente come forma di semplice intrattenimento e pura apparenza, ma al contempo mostrando solo nel profondo molte di quelle che sono le tematiche del suo Cinema ed alcune di quelle che vengono raccontante nel libro. Immagini di grande impatto e di rara bellezza vengono qui proposte senza mezzi termini, Peter Jackson spreme tutto il suo talento, si mette a nudo e confeziona così un prodotto che grazie al suo estro non riesce a fallire sul piano del linguaggio visivo. Teatralità e HBT3-073131rmassima enfatizzazione, ecco cosa è La Battaglia delle Cinque Armate, sfumature che si identificano in una messa in scena perfetta costituita da innovazione e classicismo.

Tutto ciò non rappresenta un male, ma un cambiamento, un qualcosa di diverso che sotto sotto sembra quasi necessario, per non ripetersi costantemente né per dare quell’effetto di deja vù. Eppure Peter Jackson dà il meglio di se proprio quando sceglie di unire tutti quegli elementi che hanno fatto grande il suo cinema, con una lente diversa stavolta però, ed allora “l’esodo” degli abitanti di Pontelagolungo diventa quasi un richiamo a quello degli abitanti di Edoras e le tante battaglie in Dale, pur mostrandosi diverse, anche grazie alla fotografia, in alcuni frangenti richiamano Minas Tirith, mentre la roccaforte di Gundabad è fortemente influenzata a livello di design da quella di Minas Morgul. Elementi, questi, che in fondo ci fanno sentire a casa, che strizzano l’occhio al passato, che ci ricordano chi sia dietro a tutto questo progetto e mettono per certi aspetti sicurezza laddove il film mostra comunque lacune e riserve visibili e costanti.

Perché come in una medaglia anche stavolta siamo costretti a guardare il lato peggiore, la parte scomoda delle due facce che in quest’occasione viene concretamente alla luce. In particolare è inutile non notare come il film scricchioli e mostri debolezze proprio nella sua natura di terzo capitolo a se stante, che qui non convince appieno, perché una volta arrivati ai bellissimi titoli di coda (curati da Alan Lee così come per Il Ritorno del Re) non si ha una sensazione di completezza, né (parafrasando) ci si sente “pienamente soddisfatti” colpa di una certa fretta che sarebbe stata compresa in altre circostanze. Quel che in principio doveva essere un film diviso in due parti adesso è costretto a scontare alcune lacune di sceneggiatura e sotto-trame non chiamate in causa durante l’epilogo, perché è proprio nella conclusione THE HOBBIT: THE BATTLE OF FIVE ARMIESche si legge in modo chiaro un disegno composto in modo diverso nella sua genesi e poi gestito in un altro; forse se avesse avuto altro tempo, Jackson, sarebbe stato in grado di saper regalarci qualcosina in più e qui c’è un po’ di amaro dispiacere dato il potenziale, poiché alcuni personaggi non godono di un epilogo degno di nota mentre altri si rivelano come pure comparse, quasi a ricordarci che ci sono senza però influire su di tanto nell’intera vicenda, ad eccezione dello spettacolare duello tra Galadriel, Elrond e Saruman, necessario per la storia, anche se ancora un volta questi ha più l’esigenza di essere un forte ponte al futuro della vicenda. Beorn, ad esempio, è ancora una volta sacrificato, mentre Radagast si immedesima più come un Deus Ex-Machina; ad Orlando Bloom invece (rifatto in alcuni momenti maldestramente al computer per dargli un aspetto più giovane) vengono date le ormai classiche scene spettacolari qui magari eccessive e l’ultima scena che lo vede protagonista cercaHBT3-fs-340936.DNG (con un po’ di forza), attraverso il dialogo con il padre Thranduil di agganciarsi a quel che fu Il Signore degli Anelli e ad Aragorn.

Nel complesso tra i personaggi, come sempre, ci sono quelli che godono di maggior enfasi ed altri meno. Inutili invece i siparietti del tutto fuori luogo di Alfrid, fini a se stessi, e non particolarmente eccezionale la costruzione del personaggio di Dain, perfetto stereotipo del nano arrogante ed impacciato che non vede l’ora di suonarle ad orchi o elfi.
Il piccolo Bilbo Baggins (che porta il volto del sempre eccezionale Martin Freeman) è testimone del lento declino di Thorin, ma è anche protagonista di alcuni dei più eroici atti di coraggio, specchio del suo valore e della sua fedeltà e qui c’è uno dei più forti collegamenti alla parte scritta: Bilbo ripercorre un percorso non solo esteriore con questo viaggio, facendosi spettatore dell’orrore e della bellezza del mondo, ma anche e sopratutto interiore, che porta il piccolo Hobbit ad assumere quella maturità che fino ad allora non era riuscito a possedere e che in Casa Baggins, tra i suoi libri ed i suoi pranzi, aveva sempre procrastinato. I grandi atti di coraggio di Bilbo vanno messi in relazione alla sua persona, perché sebbene questi non sia un condottiero dimostra fedeltà, lealtà ed è nel contrastare Thorin, nell’avvertire i suoi amici dell’imminente battaglia, che Jackson ci sussurra ai nostri orecchi che sì, in guerra ci sono i possenti guerrieri armati di spade ed asce, 10633380_674246816028278_2291271291693214909_oma il coraggio lo si dimostra anche nei piccoli gesti e che persino uno Hobbit può cambiare il corso delle cose nel suo piccolo. Il Re sotto la Montagna, Thranduil, Bard devono fare i conti con i propri demoni, esigenze e debolezze. Richard Armitage confluisce al suo personaggio connotati puramente estrapolati dai lavori di Shakespeare e di altri esponenti passati del teatro di Sua Maestà. Il suo Thorin Scudodiquercia è un Enrico V o un Riccardo III, affogato nella sua cieca avidità incapace di capire i veri valori, di fidarsi dei suoi amici e dei suoi fedelissimi servitori, anche quando il più leale dei loro, Dwalin, cerca di farlo ragionare. L’Oro, il suo potere e la potenza con cui questi corrompe l’animo umano si rivela una delle tematiche cardine dell’opera, strettamente legata al mondo Tolkieniano e qui allora ecco uscir fuori un altro elemento interessante: così come l’Anello anche le immense ricchezze non sembrano corrodere gli Hobbit, esseri capaci di mostrare una innaturale resistenza.

Per quel che riguarda la fedeltà ai libri va detto che così come in passato, anche adesso si ripercorrono all’incirca gli stessi avvenimenti, con qualche considerevole cambiamento, ma in fondo niente di rivoTHE HOBBIT: THE DESOLATION OF SMAUGluzionario dato che chi scrive è un convinto fautore che le trasposizioni non possano mai essere tali e quali alla loro contro parte cartacea, il più delle volte per via del fatto che ciò che funziona in un libro al cinema non può funzionare. (Es. Tom Bombadil ne La Compagnia dell’Anello).

C’è comunque John Tolkien, magari non sempre e forse anche meno delle altre volte, ma c’è e lo si scorge tra le righe, nel sotto testo, al di là dei duelli e degli effetti speciali e dato che bisogna comunque sapersi adattare è altrettanto vero che in questo film c’è anche Il Trono di Spade (sopratutto dal punto di vista antropologico), ci sono molti elementi che richiamano l’intrattenimento televisivo (in primis il fatto stesso che si tratti di un Cliffangher) e molte realtà videoludiche o cinematografiche con cui oggi è giusto confrontarsi e che hanno reso la trilogia precedente tanto affascinante, quale perfetto connubio di qualità e forma. Tematiche, sfumature, dialoghi e piccoli dettagli ci portano a scoprire alcuni elementi del Legendarium che però non sono serviti su un piatto d’argento e molte volte proposti sotto angolazioni diverse attraverso gli occhi di Jackson.

Commento Finale 

La Trilogia de Lo Hobbit è arrivata così alla sua conclusione, dimostrandosi esattamente come il suo alter ego cartaceo: un qualcosa di assoluto valore ma pur sempre inferiore a quel che rimane un capolavoro cinematografico/letterario quale è Il Signore degli Anelli; ma seppur restando lontano dai fasti e dalla grandezza della prima trilogia questa ha saputo comunque raccogliersi un piccolo spazio e merita il rispetto dei fan o di un cinefiloHBT3-fs-341051.DNG qualunque in quanto sinonimo di divertimento, costanza, qualità, innovazione, e lealtà verso ciò di cui si racconta, e tutto questo lo abbiamo oggi grazie ad un uomo che ha impiegato 20 anni della sua vita su un grande progetto, magari arrivando alla fine un po’ stanco e con delle riserve, ma è indubbio che quel che ci troviamo davanti sia un ottimo lavoro, un finale che seppur non elaborato o particolarmente soddisfacente, come The Return of the King, farà commuovere in modo naturale chi nel 2001 varcò la porta di una qualunque sala cinematografica ed udì in quell’occasione raccontare da Bilbo quelle che furono le sue avventure. Una lacrima sincera scenderà, durante l’ultima inquadratura, sul volto di chi ha amato ed ama la Terra di Mezzo perché Peter Jackson ci ha fatti sognare un’altra volta, ci ha riportati laddove anni addietro ci aveva conquistati, ci ha preso per mano e condotti in un universo immaginario, ma che è diventato parallelo al nostro, spinto dalla lealtà e da un cuore volenteroso, e non si può davvero chiedere di più poiché in fondo sappiamo bene tutti noi che tutto questo vale più di tutto l’oro di Erebor.

 

18-12-2014

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Peter Jackson, The Hobbit, Martin Freeman, Ian McKellen, Fantasy, John R.R. Tolkien,
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Claudio Fedele
Claudio Fedele

[Email: cicifedele@gmail.com] Nato il 6 Febbraio 1993, residente a Livorno. Appassionato di Libri, Videogiochi, Arte e Film. Sostenitore del progetto Uninfonews e gran seguace della corrente dedita al Bunburysmo. Amante della buona musica e finto conoscitore di dipinti Pre-Raffaelliti.
Grande fan di: Stephen King, J.R.R. Tolkien, Wu Ming, J.K. Rowling, Charles Dickens e Peter Jackson.

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