28 Settembre 2020
Recensione di Cosmopolis
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Quando si parla di David Cronenberg la mente ricorda sempre quelli che sono ormai alcuni dei suoi film più noti, alcuni dei quali unici veri e propri capolavori, come ad esempio Videodrome, La Promessa dell’Assassino, Inseparabili o Il Pasto Nudo. Non c’è dubbio che il regista canadese abbia, dopo tutto questo tempo, raggiunto un livello di fama e riconoscenza, da parte di pubblico e criticata,  paragonabile ad altri pochi autori nel mondo cinematografico. Eppure, se studiamo con attenzione la vita di quest’uomo, possiamo capire fin da subito (basta leggere i lavori che ha fatto durante la sua carriera) che si è sempre allontanato da quello che è il mondo della vecchia Hollywood, privilegiando prodotti a basso costo, poco commerciali, ma ricchi di quella poetica e visione personale che li hanno resi unici.
Cosmopolis, uscito nel 2012 e in concorso al festival di Cannes, risulta essere l’ultima fatica del noto cineasta e come era stato fatto con “La Zona Morta” anche in questo caso Cronenberg prende ispirazione da un libro, scritto da Don DeLillo; il regista, tuttavia, decide in questo caso di scrivere, nuovamente, la sceneggiatura e sebbene i temi siano rimasti più o meno gli stessi, l’opera è del tutto coerente alla visione del regista, che ormai ha abituato tutti coloro che lo seguono.
Molti critici dissero che era impossibile realizzare un lungometraggio da questo libro e che se fosse stato fatto il risultato sarebbe stato di sicuro deludente. Dunque, Cronenberg è riuscito a creare ancora una volta un prodotto di qualità o ha realizzato una pellicola dimenticabile e lontana dai suoi momenti migliori ? Scopriamolo!
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La storia, come un po’ tutte quelle portate in scena dal regista, è apparentemente molto semplice ed inizia con un giovane miliardario (Pattinson) intento ad attraversare tutta la città pur di farsi tagliare i capelli dal barbiere di fiducia. Sebbene la sua guardia del corpo lo avvisi più e più volte che le strade, a causa della visita del presidente degli Stati Uniti, non siano sicure Eric Packer è più che deciso di attraversare Manhattan pur di andare ad aggiustare il taglio. Durante il tragitto lo spettatore verrà proiettato nel mondo del protagonista, fatto di incontri di lavoro e ben altre svariate compagnie, il tutto dentro alla sua limousine.
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Ancora una volta Cronenberg mette in scena la figura dell’uomo e come in altre pellicole, lo fa attraverso una visione particolarmente coerente con la sua linea di pensiero, ovvero quella del cambiamento, non solo mentale, ma anche fisico. La trasformazione, il dinamismo è sempre stato presente nei suoi personaggi, anche se principalmente questo viene collegato ad un qualcosa di fisico, concreto, mentre qui i cambiamenti sono più psicologici, ma allo stesso tempo ben presenti e marcati. Packer fa parte di una società in piena rovina, in un mondo ormai quasi completamente distrutto, in piena crisi economica e ribellione; la New York vista attraverso i vetri della limousine è tanto trafficata quanto decadente e alla decadenza estetica si accompagna, con il passare del tempo, anche la decadenza morale del protagonista, ormai lontano anni luce da qualunque tipo di etica e razionalità, tanto che la stessa decisione di attraversare tutta la città risulta essere assurda nonché pericolosa.  Il giovane miliardario è così testimone e simbolo, allo stesso tempo, di quel nichilismo che prende tutti coloro che smettono di dare importanza a ciò che hanno attorno, che mettono sempre in evidenza il proprio ego senza valutare le reazioni e le regole della società in cui vivono, convinti che il potere dia loro la possibilità di fare ciò che vogliono e quando lo vogliono in piena libertà .

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Così nel pieno della rivolta nelle strade di Manhattan non ci si interroga su cosa è possibile fare per migliorare il mondo, ma piuttosto, cosa potrebbe accadere se la moneta di scambio non fosse più il dollaro, ma “il topo”oppure si piange per la morte di un cantante o si flirta con una affascinante collega.
Cronenberg in questo film non pone delle domande (non in modo esplicito) ma fa una riflessione/denuncia sulla società di oggi e quello che ne esce fuori è abbastanza evidente: viviamo in un mondo portato avanti dal denaro e dal sesso dove i principi sono ormai morti e l’unico modo per distruggere questi aspetti è attraverso il caos.
Parlando sempre del rapporto tra i personaggi della pellicola bisogna mettere in luce quello che è un altro aspetto importante (nonché parte della poetica dell’autore) legato, principalmente, al rapporto carnale tra le persone. Se, infatti, Cronenberg aveva dato, anche in minima parte, spazio a quella che poteva essere una storia di amore in alcune sue pellicole, qui mette in luce il rapporto tra Parker e sua moglie (una giovane poetessa, anch’essa miliardaria) che è costruito solo su parole, incontri quasi casuali e la totale mancanza dell’eros anche se esso viene accennato svariate volte. L’eros viene messo in mostra altrove, con altre persone ed il sesso viene fatto, come il resto delle azioni di Eric, nella macchina.
Che cosa rappresenta dunque la macchina in questo film? La limousine, super lussuosa, è come un microcosmo, un posto dove si vive e si decide cosa fare, tanto che la maggior parte della pellicola è girata all’interno di questo veicolo, dentro al quale non si sente niente di ciò che accade fuori.
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Dal punto di vista tecnico non c’è nulla da dire su quello che è lo stile, ormai più che maturo, dell’autore, così come per la fotografia ed il sonoro; il cast risulta essere ben assortito e conviene spendere due parole per Robert Pattinson, il quale, figlio del successo con il fortunato Twilight, da prova di sapersi calare ottimamente nelle vesti di Eric Packer ed una volta tolti gli occhiali da sole mostra un “nuovo” tipo di sguardo, così lontano da ciò che accade intorno a lui e così privo di energia. Cronenberg ha puntato su di lui e il risultato è senza dubbio positivo. Molto buona e di grande spessore è la presenza di Paul Gamatti, attore ormai affermato e pieno di talento.
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Cosmopolis di David Cronenberg è un film coerente con la visione del regista de La Mosca e di altre pellicole come Scanners, ma quello che emerge in modo chiaro è come la visione dell’autore ormai sia  molto più matura e complessa di altre sue pellicole. La storia di Erick Packer è paragonabile alla vicenda di Odisseo, ma verrebbe più da pensare che il viaggio compiuto dal protagonista sia

molto più simile a quello che fece Dante nell’Inferno, alla scoperta dei peccati dell’animo umano, poiché al contrario dell’eroe greco, qui non vi è nessun ritorno alla terra d’origine, bensì siamo messi di fronte ad un percorso che porta lo spettatore sempre più affondo, nell’oscurità di questa società.  La pellicola, per quanto profonda e ben realizzata, data la sua natura può far allontanare tutti quelli che non sono abituati a lungometraggi molto lenti e ricchi di dialoghi, con poca azione e molta metafora e questo è (forse) un punto a sfavore del prodotto. Non sarà magari il miglior film del regista, ma non si può criticare e abbattere una pellicola di questo tipo e se forse adesso non avrà successo, con gli anni qualcuno capirà cosa già con questo film si era capito del mondo in cui si vive. Complesso, completamente atipico e lontano anni luce dai prodotti realizzati per puro scopo commerciale, Cosmopolis è un film che vale la pena guardare, può piacere o non piacere, ma è sicuramente da non perdere.


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Claudio Fedele
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Claudio Fedele
Claudio Fedele

Nato il 6 Febbraio 1993, residente a Livorno. Appassionato di Libri, Videogiochi, Arte e Film. Sostenitore del progetto Uninfonews e gran seguace della corrente dedita al Bunburysmo. Amante della buona musica e finto conoscitore di dipinti Pre-Raffaelliti.
Grande fan di: Stephen King, J.R.R. Tolkien, Wu Ming, J.K. Rowling, Charles Dickens e Peter Jackson.

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