14 Agosto 2020

Su Uni Info News, il mercoledì è dedicato agli scrittori: con cadenza settimanale, verranno pubblicati racconti e poesie di giovani autori da tutta Italia, selezionati dalla nostra redazione! Oggi abbiamo il nostro poeta Giovanni Viglino che ci propone un racconto breve: il Bambino e il Pescatore. Buona lettura!

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Il Bambino e il Pescatore

di Giovanni Viglino 

Un bambino camminava in riva al mare. L’aria era fredda, rarefatta e penetrava nelle ossa con inconsapevole cattiveria. Il bimbo aveva il viso consumato dalle lacrime; la pelle era gelida, ruvida, pallida. Negli occhi gli si leggeva una forte sofferenza, erano stanchi di osservare la strada, erano spenti verso la vita; cercavano disperatamente la luce, come il pescatore cerca l’orizzonte continuando a navigare a vele spiegate. E come l’uomo di mare non avrebbe mai raggiunto quel sottile confine, così il bimbo portava dentro di se una sempre più fitta consapevolezza di come non avrebbe mai raggiunto quella pace che da sempre andava cercando.
Le gambe erano molli, cominciavano a dare segni di tremolii, ma lui non voleva saperne di smettere di camminare. In ogni momento in cui gli veniva idea di smettere di camminare, si interrogava sul motivo per il quale si fosse messo in cammino e ogni volta si rispondeva dandosi come motivazione la necessità di peregrinare in solitario per cercare di fornire un senso alla propria esistenza.
Dalla bocca uscivano a ritmo costante piccole nuvolette di fiato, che andavano a colorare il buio che lo avvolgeva. Attorno a lui il nulla, la desolazione più completa. Un tempo era un paese abbastanza frequentato, ora, con il passare degli anni e delle maree era diventato il rifugio di pochi e coraggiosi pescatori.
Percorse tutta la distesa di sabbia, da un’estremità all’altra, e giunse a una catapecchia di bastoni, paglia e qualche fune a tenere insieme il tutto. Era stata mezza distrutta dal violento temporale che aveva colpito il paese qualche giorno prima e al suo interno erano rimasti solo alcuni ami sparsi per terra, due canne da pesca distrutte a metà e quello che doveva essere con molta probabilità il giaciglio del vecchio pescatore che vi abitava.
Attanagliato dal freddo che ormai si era impadronito anche della sua anima, il bambino decise di stabilirsi lì per la notte. Il padre, uomo violento e psicolabile l’avrebbe riempito di botte qualora fosse tornato a notte fonda e la madre, donna priva di personalità e orgoglio, aveva già da pensare a come sopravvivere al marito e non aveva tempo di dedicarsi alla cura del figlio.
L’animo del bambino era un vortice di sensazioni, la maggior parte delle quali contribuivano ad alimentare il profondo malessere interiore. Provava rabbia, malinconia, smarrimento; coltivava sentori d’odio misti a pena per i suoi genitori ed era dominato dall’ansia, da ossessioni e manie di vario tipo che, susseguendosi senza tregua, gli causavano convulsioni e giramenti di testa.
Chiuse gli occhi e tentò di acquietarsi, invano. Fu in quel momento che pensò a dove si trovasse il pescatore e se stesse bene; già, si trovava lì dentro da alcuni minuti e ancora non si era posto alcun interrogativo sulla salute del pescatore. Deglutì a fatica e si alzò con uno scatto dal letto per mettersi seduto: tremava, nella testa cominciavano a farsi nitide immagini su immagini dell’anziano uomo di mare disperso chissà dove sulla sua zattera, e fu assalito dalla paura.
Si convinse che non sarebbe potuto restare lì, inerme, come se niente fosse, mentre un uomo anziano molto probabilmente lottava per restare ancora vivo.
Si scaraventò fuori dalla capanna e si mise a correre con tutta la forza presente nel cuore, unico posto dove era ancora possibile trovarla.
Corse, corse, sempre più forte, fino a raggiungere la casa di un altro vecchio pescatore, il maestro Sam, come era conosciuto nel paese. La casa del vecchio maestro si trovava sopra la spiaggia, in uno spiazzo isolato da tutto e tutti.
Il bambino arrivò tutto trafelato, distrutto, con la nebbia negli occhi; bussò, tre volte, poi si accasciò a terra. Sam arrivò ad aprire in un paio di minuti e soccorse il bambino prendendolo in braccio e adagiandolo sul divano. Gli bagnò la fronte con un particolare miscuglio, lo ricoprì con due calde coperte e fece per rianimarlo.
Dopo alcuni minuti il bambino riaprì gli occhi e si trovò di fronte il vecchio Sam con una tazza fumante di un intruglio da pescatori.
« Il vecchio, il vecchio… » pronunciò con un filo di voce il bambino.
« Il vecchio, quale vecchio? Cosa vuoi dirmi, piccolo? »
« Il vecchio pescatore che abita nella capanna sulla spiaggia. Non è rincasato, è tutto distrutto; lui non c’è, lui non c’è… » il bambino chiuse gli occhi e si addormentò, era stanco e gli girava tanto la testa.
Il vecchio Sam si assicurò che il bambino fosse in salute e si precipitò in spiaggia dal suo amico di sempre, dal compagno di mille avventure.
Quando arrivò accertò con il più totale sconforto le parole pronunciategli dal bambino. Pianse e cominciò a tremare, ma si fece forza e raggiunse il più in fretta possibile l’unica cabina telefonica rimasta intatta nel paese e chiamò i soccorsi.
Questi arrivarono e con essi giunse l’alba, a tentare di portare luce in quello che sarebbe stato un giorno alquanto oscuro.
La polizia, effettuate le domande di rito, cominciò a perlustrare la zona non assicurando però nulla riguardo all’esito dell’operazione: era molto difficile che lo recuperassero; che lo trovassero vivo era praticamente impossibile e sia i poliziotti che il maestro Sam ne avevano piena consapevolezza.
La mattinata trascorse lenta, implacabile. I genitori del bambino andarono su tutte le furie; il vecchio Sam si chiuse in un alone di solitudine e tra gli abitanti del piccolo paese si sparse un’imperturbabile malinconia.
Chiuso nella mansarda di casa sua, con lo sguardo rivolto verso il mare, il bambino trascorse l’intera giornata immobile, attonito, glaciale ad osservare il dolore, la lacerazione. Non voleva convincersi che il vecchio pescatore fosse morto. Ne aveva passate così tante, aveva acquisito una tale esperienza che, a suo avviso, se la sarebbe cavata anche questa volta; e così si promise che l’avrebbe aspettato.
Trascorse in mansarda una settimana intera, dormendo pochissimo e mangiando altrettanto poco; era provato, aveva il cuore distrutto e diabolici presagi che il vecchio fosse morto cominciavano ad aleggiare sempre più liberi all’interno della mente del bambino.
Erano passati esattamente otto giorni da quella fatidica notte, quando, verso il tramonto, il bambino scorse qualcosa tra le basse onde che si scagliavano sul bagnasciuga: era uno spesso tronco d’albero e vi era attaccato qualcosa.
Il bambino aprì la porta con una foga pazzesca e si precipitò giù dalle scale così velocemente da rischiare di arrivare giù rotolando. Corse alla porta di casa, la aprì, e volò verso la spiaggia, veloce come non mai.
Quando arrivò, notò con immensa gioia che ciò che era legato al tronco era il vecchio pescatore. Era svenuto, ma il respiro, seppur debolissimo, era ancora presente.
Corse a chiamare i soccorsi, che intervennero subito e miracolosamente salvarono il pescatore.
Trascorse alcuni giorni in ospedale, sommerso da fili e sonde; imbottito di antidolorifici e sonniferi.
Quando si svegliò e prese coscienza di se, la prima persona che trovò accanto a lui fu il bambino, che da quando lo avevano ricoverato non se ne era mai andato dall’ospedale.
« Chi sei? »
« Piacere, Klaus ».
« Ciao, piacere, Mark. Cosa ci fai qui? »
« Ho aspettato che si svegliasse, come ho aspettato che tornasse dal mare, dal suo mondo; perché io lo sapevo che lei sarebbe tornato vivo, signore ».
« Oh… ».
« Quella notte io ero sulla spiaggia, a cercare di dare un senso alla mia vita e dopo aver camminato a lungo ero molto stanco e così trovai rifugio nella sua capanna, ma lei non c’era; non era rincasato quel giorno. Era uscito in mare nonostante le avverse situazioni climatiche, ma non era riuscito a tornare. Così ho chiamato soccorsi, l’hanno cercata per giorni e giorni, considerandola tutti come una persona passata a vita migliore. Ma io no, e così ho osservato il mare, l’orizzonte infinito che si staglia sopra di esso e il sole che ogni sera vi tramonta dentro e nella mia mente proiettavo l’idea di un lottatore esperto che doveva fare i conti con il suo più vero amico, ma allo stesso tempo più infimo nemico: il mare, o quello che per lei è vita.
Sapevo che ce l’avrebbe fatta, lei è un vero uomo e i veri uomini non mollano mai; tutti mi davano dell’illuso, ma io sapevo ciò in cui credevo e il suo cuore me ne ha dato dimostrazione.
Avrà rimediato qualche pianta o lichene in una baia spersa da qualche parte e l’esperienza e il cuore hanno fatto il resto.
Nonostante il violento temporale lei era andato anche quel giorno verso l’orizzonte, a tentare di raggiungere quel sottile confine, a tentare di rendere piena al massimo la sua vita.
Signore, lei è un maestro di vita ».
Il vecchio pescatore si commosse e stette in silenzio qualche istante guardando negli occhi il bambino. Gli porse la mano e con un cenno chiese a Klaus di stringergliela. Il ragazzo non esitò un secondo e si fece chiudere la minuta mano dentro a quella enorme e segnata del vecchio pescatore.
« Sei un bambino molto speciale, Klaus; e voglio dirti una cosa: non importa nella vita ciò che raggiungi, ma cosa fai per raggiungerlo. Io l’orizzonte non l’ho mai raggiunto, ma mi sono sempre prodigato con forza di spirito e tantissimo cuore per farlo; perché quella è sempre stata la mia vocazione, è da sempre il mio sogno più grande e ora, quando manca poco alla mia morte, sono orgoglioso di come ho condotto la mia vita e non ne cambierei un solo istante ».
« Il mare è ciò che ama, vero signore? »
« Si, Klaus. Il mare è ciò che amo, da sempre. Ma questo discorso vale per la vita e varrà anche per te. Vagabondavi sulla spiaggia a cercare un senso da fornire alla tua vita e sei finito qua, a donare il tuo amore a un vecchio pescatore. Le cose grandi non le devi cercare, vengono da sè, tu le devi saper cogliere e vivere al massimo. Hai un grande cuore che ti porterà lontano. Troverai una donna e l’amerai; lei sarà quello che per me è stato il mare: il tuo amore più grande. L’orizzonte è impossibile da raggiungere, ma quella era la mia vocazione e io l’ho seguita. Amare una donna è possibile, ma non è da tutti; tu ci riuscirai. In gamba, ragazzo ».
« Mi fido di lei, signore; grazie. Mi ha salvato la vita ».

 

<a href=”https://www.uninfonews.it/wp-content/uploads/2014/07/Giovanni-Viglino.jpg”><img class=”alignleft wp-image-7478 size-medium” src=”https://www.uninfonews.it/wp-content/uploads/2014/07/Giovanni-Viglino-300×300.jpg” alt=”Giovanni Viglino” width=”300″ height=”300″ /></a>Mi chiamo <strong>Giovanni</strong>, ho diciannove anni e vivo a Milano.
Alla vocazione di diventare avvocato coltivo parallelamente il sogno di diventare scrittore. Amo la poesia, la bellezza, l’arte; amo scrivere: dai flussi di coscienza, alle poesie, ai racconti in prosa, a qualsiasi cosa mi venga in mente. Sono strano, pazzo, complicato, sorridente, buono, gentile, forte, ma allo stesso tempo malinconico, lunatico con sprazzi di misantropia e cinismo. Ho un cuore d’oro che ha contribuito a definirmi e a farmi crescere.

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Giulia
Giulia

Giulia Pedonese, classe 1992, ha cominciato a scrivere prima di sapere la grammatica e, visto che nessuno è riuscito a fermarla, studia lettere classiche all'università di Pisa. Ama cantare, non ricambiata, e nel frattempo si è data un nome d'arte con i baffi.

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