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Un Giulio Cesare equilibrista sul filo dell’attualità

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Misurarsi con un grande classico è sempre un viaggio stimolante, per l’autore e lo spettatore. Tutti sono costretti a rivivere e rielaborare alcuni degli aspetti della nostra cultura moderna, non solo teatrale. Lode pertanto, di fronte ad un nuovo allestimento del Giulio Cesare di Shakespeare messo in scena al Teatro Goldoni di Livorno, agli autori ed agli attori.

Nella versione di Alex Rigola, il Giulio Cesare non è parco di stimoli, talvolta anche scioccanti. Non si tratta di un mero e banale processo di attualizzazione. Ma tutto si può fare con un testo shakespeariano, meno che attualizzarlo. Questo poiché attuale lo è già in quanto iscritto nella fase potente e nascente – il Rinascimento – della cultura moderna di cui anche noi siamo partecipi, anche se con un piede nella post-modernità.

Del complesso allestimento, forte di nuovi espedienti multimediali e particolarmente ricco di inserimenti e spunti tratti dalla attualità politica internazionale, ciò che resta maggiormente impresso non è dato dall’impegno di traslare il dramma storico di Shakespeare in uno scenario contemporaneo o addirittura giornalistico. Ciò che dà valore alla “versione di Rigola” è l’approfondimento delle tensioni psicologiche dei protagonisti, i tormenti, i labirinti dei sensi di colpa e l’inestricabile contraddizione tra le pur sincere motivazioni dei congiurati e le catastrofiche conseguenze delle loro azioni. Spunti che rimandano alla complessità del tema della responsabilità nell’azione politica, soprattutto verso i più deboli e gli indifesi, troppo spesso ridotti a subire un inaccettabile carico di sofferenze e di esclusioni.

L’apporto degli attori, in particolare delle magistrali interpretazioni di Maria Grazia Mandruzzato (Giulio Cesare), Margherita Mannino (Cassio) e Leda Kreider (Porzia), è particolarmente efficace nel coinvolgere lo spettatore in questo complesso gioco di specchi fra atto politico, lotta per il potere e sofferenza delle vittime.

Forse però non tutto fila liscio nel difficile tentativo di attualizzare non tanto il messaggio shakespeariano, che come già detto è attuale di per sé, quanto lo scenario ed il contesto in cui viene proposto. L’impulso a presentare sovrapposizioni ad effetto, talvolta a semplificare e a tagliare con l’accetta i nodi complessi della politica contemporanea, rischia di spingere in un vicolo cieco il pur generoso tentativo di rendere vivo e coinvolgente il dramma shakespeariano.

Potrebbe accadere, per esempio, se si dovesse leggere il potere come sinonimo di male sempre e comunque. Potrebbe accadere, per esempio, se si dovesse confondere i terroristi con le vittime innocenti della guerra. Stona, a tale riguardo, la superficialità con cui viene raffigurato Barack Obama, giusto e responsabile leader democratico, non per sua scelta impegnato in una drammatica lotta al terrorismo, proposto in apertura dello spettacolo come un carnefice, mentre scorrono su uno schermo le immagini della situation room della Casa Bianca, da cui veniva seguita l’azione che portò all’uccisione di Osama Bin Laden. Poi viene proiettata una domanda: voi l’avreste fatto?

Se avessero potuto rispondere, molti spettatori avrebbero certamente detto di .

Lamberto Frontera