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L’altro elemento comune a pressoché tutto il Medio Oriente è la presenza dell’Islam come religione maggioritaria. Fin dal XIII secolo, i sultani ottomani hanno propugnato l’unificazione di tutti i popoli islamici nella Dar al-Islam, la “Casa dell’Islam”, per giustificare le loro politiche espansioniste, ma il panislamismo, inteso nella sua accezione moderna, ha avuto origine nel primo dopoguerra. Nel 1928, in particolare, venne fondata al Cairo l’organizzazione della Fratellanza Musulmana, il cui scopo principale era applicare in modo concreto l’Islam alla politica, coniugando, almeno a livello programmatico, tradizione e modernità. Al di là delle alterne vicende di tale partito, attualmente fuorilegge in molti Paesi, tra cui l’Arabia Saudita e lo stesso Egitto, dove i suoi membri avevano preso il potere nel 2011, venendo poi deposti e messi al bando dal generale Al-Sisi, l’idea di creare un unico Stato musulmano si è infranta sugli scogli dell’irrealizzabilità.

L’Islam, infatti, è diviso in due da millequattrocento anni e vede contrapporsi con ostilità una maggioranza sunnita, la cui leadership è sempre più contesa tra Arabia Saudita e Turchia, ed una minoranza sciita polarizzata intorno all’Iran. L’inimicizia tra queste due grandi “branche” è paragonabile solo a quella che separava cattolicesimo e protestantesimo nel XVI secolo, la quale, non a caso, ha determinato l’insorgere di un secolo di guerre. Nell’ultimo quinquennio, l’astio è sfociato nel conflitto aperto e, al giorno d’oggi, le due opposte fazioni si fronteggiano in Yemen e, soprattutto, in Iraq e in Siria, dove, non a caso, è nato uno Stato che si è autoproclamato “Islamico”. Tale denominazione, tuttavia, non deve trarre in inganno. I tagliagole di Al-Baghdadi propugnano, infatti, come risulta evidente dalla loro martellante propaganda, l’instaurazione di un unico Califfato islamico, ma sottintendendo a quest’ultimo aggettivo l’attributo “sunnita” e mettendo in atto, a tal fine, lo sterminio degli sciiti, dipinti come apostati e come eretici, oltre che di tutte le altre minoranze.

Fin troppo chiara è, pertanto, la motivazione principale per cui il panislamismo non si presti ad una applicazione concreta, se si pensa che l’unico Stato Islamico ad emergere nell’ultimo millennio sia stato un’organizzazione terroristica! Il tutto, senza menzionare la presenza nella regione di altre confessioni religiose quali il cristianesimo e, soprattutto, l’ebraismo. Le prospettive future, poi, sono tutt’altro che rosee, vista e considerata la pressoché totale mancanza di dialogo tra Riyad e Teheran, rivali non solo in campo religioso, ma anche e soprattutto in ambito economico.

 

L’unica vera forma di cooperazione tra i Paesi dell’area, dunque, arabi o islamici che siano, è oggi rappresentata dal commercio di petrolio e di gas naturale ed è santificata dalle periodiche riunioni dell’OPEC, cui aderiscono, a testimonianza della rilevanza prettamente utilitaristica ed economica di quest’ultimo organo, Paesi come il Venezuela, che con il Medio Oriente hanno ben poco a che vedere. Tanto il panarabismo quanto il panislamismo, a dispetto delle dichiarazioni di facciata e come tutte le altre grandi ideologie del Novecento, non sono (stati) altro che una scusa per spingere le masse ad assecondare gli interessi di chi li sbandierava.

Il destino di questa immensa regione, strategicamente decisiva per l’Occidente, sembra essere, in conclusione, quello della divisione.

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