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Chiamatemi fascista. Ma io non piango Piazza Alimonda.

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Emanuele d’Angelo tra Verdi e Piave

Luca Fialdini - 19 Luglio 2016
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FILE PHOTO FILE - October 7, 2013: On October 9th or 10th, 2013 it will be 200 Years since the birth of celebrated Italian Romantic composer, Giuseppe Verdi. Famed for his operas, Verdi is considered to be, along with Wagner, the most influential composer of the nineteenth century. Giuseppe Verdi (1813 - 1901) the Italian composer. Original Publication: People Disc - HO0202 (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

Il compositore Giuseppe Verdi

Quando vediamo sugli scaffali di una libreria un nuovo saggio su Giuseppe Verdi, le sue opere e i personaggi che hanno riempito la sua vita, tutti noi non possiamo fare a meno che pensare: «Un altro?!». Effettivamente la letteratura dedicata all’universo di questo personaggio è vastissima e – talvolta – ridondante, tanto che io stesso accolgo sempre con molte riserve i nuovi studi sull’argomento, le stesse riserve che ho avuto quando Emanuele d’Angelo mi ha proposto di leggere il suo saggio, fresco di stampa, sul librettista Piave. Dopo un’attenta lettura (e riletture), posso dire che le mie riserve erano ingiuste: Invita Minerva – Francesco Maria Piave librettista con Verdi, pubblicato da Claudio Grenzi Editore, è un testo assolutamente valido e, seppur accostandosi alla materia con umiltà, riesce a gettare sul suo protagonista una luce nuova. Molti studiosi, anche di altissimo lignaggio, hanno indebolito le proprie tesi partendo da errati presupposti, viziati da pregiudizi storici o eccessiva voglia di andare controcorrente, considerando Piave ora un disgraziato imbrattafogli ora un genio letterario angariato da Verdi.

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Emanuele d’Angelo: Invita Minerva – Francesco Maria Piave librettista con Verdi

L’intelligenza del libro di d’Angelo sta proprio nel superare queste posizioni, che ormai hanno viziato l’aria degli studi verdiani, e nell’attenersi a una base scientifica: tutto ciò che è riportato nelle pagine di Invita Minerva è scrupolosamente documentato, tratto da fonti inoppugnabili, in primis il carteggio Piave-Verdi, ma anche recensioni dell’epoca e diversi studi in merito, sia storici sia contemporanei. Nulla è quindi lasciato al caso, senza avvallare congetture altrui o voci più o meno inattendibili. In sostanza, un ottimo esempio di come si debbano condurre studi critici e di come ci si debba correttamente documentare. Con questo non voglio santificare questo saggio su Piave, ma apprezzo molto il suo occhio critico lucido e acuto che non si accontenta della spiegazione tradizionale o più comoda, ma cerca sempre di arrivare a quella che i fatti ci presentano come realtà. Naturalmente, come lo stesso autore sottolinea, su molti aspetti non possiamo avere la totale certezza di sapere la verità, a causa del fatto che alcune lettere sicuramente sono andate perse e che non abbiamo la misura di quanto Piave, Verdi ed altri si siano detti a voce, senza lasciar nulla di scritto, ed è proprio per sopperire a queste lacune che Emanuele d’Angelo si è tanto prodigato nel seguire la sicura traccia lasciata dai fatti, concreti e comprovabili.

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Il librettista Francesco Maria Piave

In questo modo, l’autore è in grado di ridare al povero Piave la sua effettiva dimensione storica, quindi non un eccelso librettista ma un vero artigiano del libretto (o, come Piave stesso si definiva, «librettaro»!), capace di fornire a Verdi esattamente ciò di cui aveva bisogno, ricostruendo le vicissitudini di libretti dalla gestazione particolarmente complicata (Macbeth Simon Boccanegra, ad esempio), e mostrando come spesso i versi dei libretti di Verdi venivano aspramente criticati solo perché come autore figurava Piave, una situazione davvero paradossale perché solitamente Piave lavorava su una prima stesura in prosa del testo redatta proprio dal Maestro, mentre altre volte il “librettaro” di Murano non era l’unico autore del testo letterario del melodramma (un esempio su tutti, molti dei criticatissimi versi del Macbeth erano del poeta Andrea Maffei).
Da ultimo, questo libro ha anche un altro pregio, che di certo sarebbe stato apprezzato da Verdi: la concisione (difatti era solito affermare che «non bisogna mai dire con due parole quel che si può dire in una»). Nonostante sia un avido e “onnivoro” lettore, quando mi sottopongono un saggio di dimensioni ciclopiche storgo immediatamente il naso, talvolta a torto, dato che poi molti di questi testi voluminosi il apprezzo di vero cuore; ad ogni buon conto la concisione e la chiarezza trovo siano due caratteristiche imprescindibili di un buon saggio e quando un libro, come questo, ne è tanto generosamente provvisto non ho alcuna remora a consigliarlo anche a chi non è un musicista o uno studioso del settore, anzi trovo che anche un semplice appassionato dell’argomento possa trovare tra queste pagine una lettura davvero interessante e piacevole.

Luca Fialdini
luca.fialdini@uninfonews.it