10 Dicembre 2019

Per un’eredità misteriosa due ragazzi partono per un viaggio avventuroso. Ecco un’altra della nostra rubrica settimanale “Storie brevi”, una raccolta di piccole storie con vari temi e stili, ma sempre brevi e dirette al lettore. Questa settimana ecco l’ottava e ultima parte del nostro racconto a puntate. Buona lettura!

 

Per leggere la puntata precedente cliccate qui , mentre per leggere tutta la storia dall’inizio cliccate qui.

 

A cura di Simone Bacci

 

“Dove sta la croce sulla mappa c’è una roccia che punta a sud verso il vuoto, fatti tre passi indietro verso la punta del monte, e dodici ben larghi a sinistra si vedrà qualche sasso, e più avanti ci sarà un piccolo spiazzo di Stelle Alpine. Scavate in mezzo allo spiazzo, stando attenti a non guardare sotto di voi. Là sta il nostro tesoro, è per voi: per mettervi a conoscenza della verità e guidarvi più consapevolmente a ciò che verrà. In quel tesoro sta il mistero dell’esistenza. L’ho trovato grazie a Maria e a lei, Padre.”

 

I tre avevano dormito a pochi passi dalla vetta del Montagnone consumando l’unico pasto rimasto, che consisteva in una minestra imbustata e due fette di pancarré a testa, era avanzato solo un mezzo pacco di biscotti, che si erano tenuti per colazione. Il piano doveva essere semplice: arrivare in vetta già al mattino, iniziare a scendere per il lato che portava al rifugio, e poi continuare a piedi lungo il sentiero fino al paesino di Pendice. Era un piano semplice, frutto della volontà di porre fine alla stanchezza fisica e mentale della loro prima arrampicata. Ma la loro incognita era il tesoro che fino a poco prima non erano certi di trovare, e che invece sembrava sempre più reale.

Se ci fossero dei soldi cosa ci facciamo? Chiese Tommaso mentre camminavano verso la vetta.

Cosa ci farò, semmai. Rispose ironico Francesco.

Secondo me non saranno soldi, disse Beatrice.

Il cielo era azzurro e luminoso, come i migliori filtri di Instagram, il sole batteva forte, il vento era leggero e la cima del Montagnone era sempre più vicina, passo dopo passo. Man mano che salivano il giorno si faceva sempre più limpido, come i monti d’intorno e le vallate vicine, si riusciva a scorgere persino il rifugio non molto lontano, ma quando arrivarono in vetta si accorsero che davanti a loro c’era un precipizio di almeno 3-400 metri nel vuoto.

Francesco e Beatrice lasciarono i loro zaini a terra, e si sedettero sul masso più grande per guardare il panorama davanti ai loro occhi, sulla cima del masso, in mezzo a loro due, c’era una piccola croce, sotto, incisa sempre sulla pietra, stava una rosa dei venti.

Non ci sono massi che puntano verso sud, disse Francesco leggendo le istruzioni del nonno.

Questo masso indica anche il sud, forse si riferiva a questo, rispose Beatrice.

Francesco fece tre passi indietro, poi altri dodici a sinistra, seguendo le indicazioni fin dove il terreno finiva. Guardò giù verso il precipizio e per la prima volta vide lo spiazzo pieno di stelle alpine. Chiamò i due amici, che si accorsero subito di quanto fosse pericoloso quel posto: c’era molta erba liscia che scendeva dritta fino a un piccolo spiazzo largo appena due o tre metri, ma oltre il pratino si apriva il precipizio.

Scendere non dovrebbe essere un problema, disse Beatrice, se volete scendo io legata alla corda e voi mi tenete.

No, devo andare io, rispose Francesco.

Si fece legare la corda ben stretta da Beatrice, e girando i piedi di lato scese lentamente tra i piccoli arbusti fino allo spiazzo, con in mano solo il martelletto di Beatrice. Accanto a lui c’era un precipizio che finiva in un bosco d’abeti, Francesco si sporse per un attimo a guardar giù e sentì subito la testa girargli, così si tirò indietro vicino alla parete, e inginocchiandosi rivolto verso il centro dello spiazzo iniziò a scavare con il martelletto. Francesco scavò, e scavò ancora per una mezzora abbondante, finché il suo martello non urtò qualcosa di metallico. I due tenevano la corda lenta e di tanto in tanto si spingevano oltre per sbirciare lo stato dei lavori.

Ho trovato qualcosa, disse ai due continuando a scavare a mani nude.

Man mano che toglieva pezzi di terra emergeva sempre più nitida quella che doveva essere una vecchia scatola di bottoni o qualcosa di simile, rivestita con strati di plastica trasparente per non farla rovinare dalle intemperie. Francesco la tirò su con tutta la forza che gli era rimasta, era così piccola e leggera che si poteva tranquillamente tenere sospesa con una mano. Frugò veloce nella sua tasca e tirò fuori la chiave che avevano trovato nella piccola grotta. La serratura era un po’ arrugginita, e la chiave non entrava bene, tuttavia Francesco insistette ancora, cercando di pulire al meglio la piccola serratura. Quando la chiave scattò il cuore gli si fermò in gola.

Cosa c’è dentro? Chiese Tommaso sbirciando l’amico sotto di lui.

Sembra una lettera, disse Francesco.

Magari è un assegno, continuò Tommaso ironico ricevendo una spallata da Beatrice.

Invece non c’era solo una lettera, ma anche un’altra foto e una piccola icona di legno. Francesco scartò tutto, la foto era parzialmente rovinata, ma la lettera e l’icona erano completamente integre. La foto ritraeva suo nonno in cima al Montagnone, con una data: 1 settembre 2002, mentre l’icona era un quadro della Madonna che teneva in braccio Gesù bambino, sullo sfondo c’era un piccolo monte, era un’icona semplice, senza oro o vestiti sfarzosi.

Francesco aprì la lettera, e leggendo la prima riga bagnò il centro con una piccola lacrima.

“Amore di nonno, tu mi hai conosciuto e lo sai quanto, pur essendo una persona buona, spesso provi delle difficoltà nell’esternare in maniera chiara i miei sentimenti. Ti ho visto nascere facendo a due a due le scale dell’ospedale, ti ho cresciuto giorno dopo giorno finché non sei diventato abbastanza grande da prendere il bus da solo, però quello che non ti ho mai detto è quanto il mio amore per te sia eterno e sconfinato. Sono sicuro che se stai leggendo queste parole è perché il mio momento è giunto: spero di avervi lasciati in modo sereno e gioioso, e spero che tu capisca il motivo per cui me ne sono dovuto andare. Se ho organizzato questo viaggio a cui tu inconsapevolmente hai scelto di partecipare, è perché non credo nelle lezioncine ma nell’esperienza, quindi perdonami per le preoccupazioni o per le sfide che ti ho messo davanti, ma ci sono alcune cose su cui adesso vorrei farti riflettere.

Durante questo viaggio avrai potuto sicuramente affrontare te stesso e tutti i tuoi limiti, ti sarai spinto oltre, ti sarai adoperato per raggiungere un obiettivo, e nel farlo, nonostante la grande fatica, adesso ti sentirai realizzato. Vedi, la montagna è un po’ una metafora della vita: perché ci spinge a fare del nostro meglio per affrontarci, nel bene così come nel male. Tu hai scelto di vivere, di affrontarti, di mettere la tua vita in pericolo, e se lo hai fatto è stato per amore, perché volevi delle risposte. Questo è il mio vero testamento, la lezione più grande che ti potessi dare rispetto alla nostra esistenza.

Non esiste nessuna Maria, ma come hai ben visto esiste Padre Felice, è lui che mi ha portato per la prima volta sulla cima del Montagnone, e sono contento che lui abbia accettato di accompagnarti fin quassù quando andrai a bussare alla sua porta. Sono sicuro che adesso state ridendo insieme del percorso fatto, e spero che lui possa averti aiutato durante la strada a capire chi sei e cosa vuoi dalla tua vita.

Francesco, spero che tu possa sentirti una persona valida, significativa, buona e cortese, e che tu proprio come me non tema più la morte, quanto l’immobilismo. Ci ho pensato per anni alla morte, sai? Specie in vecchiaia: mi sono logorato il fegato a suon di paure e domande difficili, ma grazie all’incontro con Padre Felice ho capito che la morte fa parte della vita, e che non dobbiamo averne paura. La vita si muove tra due condizioni di esistenza necessarie che sono la nascita e la morte, al loro interno ci è permesso tutto, io questo l’ho capito troppo tardi, se solo avessi avuto l’opportunità di fare certi incontri prima sono sicuro che avrei vissuto i miei anni dandovi ancora più amore, standovi accanto con maggiore passione. Però lo sai come si dice: meglio tardi che mai.

Non dobbiamo temere la morte, credimi, dobbiamo tenere l’immobilismo, l’assenza di stimoli, di passioni e di amore. Molti ti verranno a proporre una felicità finta, che si fonda sulle cose materiali, sul fare fino a se stesso o sulla mercificazione delle passioni, tu non li ascoltare, questi sono dei moderni ciarlatani. Piuttosto fatti sempre delle domande, vivi i tuoi sentimenti fino a fondo, stando male fino a dubitare della vita stessa, se necessario, oppure sentendoti leggero come una piuma, ma cerca di non accontentarti mai o di scappare da quello che senti dentro. Non credere a chi ti dirà che nella vita il lato spirituale o religioso non conta niente, questo è quello che la nostra società ti propone quando cerca di riempire la nostra inquietudine con dei prodotti, con il marketing puro. Tu sii sempre in costante ricerca spirituale, e tieni gli occhi aperti, perché la verità ci passa davanti e noi spesso non ce ne accorgiamo.

Eccoci, siamo arrivati al momento dei saluti finali, non so se ci rivedremo mai e come ci rivedremo, su questo anche la mia scelta religiosa mi pone davanti a un salto di fede. Io per natura sono portato a dare fiducia agli altri, specie se parliamo di Colui che ha dato la vita al mondo, però chissà… Sappi però che il mio amore per te, per tua nonna, tua madre e tutti quanti i nostri cari, è sconfinato e così eterno da vivere ancora dentro di voi. Spero che riuscirai a perdonarmi se ti ho lasciato un’eredità così complicata.

 Con gli auguri di un’esistenza significativa piena di progetti concreti ti abbraccio,

Nonno.”

 

Francesco chiuse la lettera e si asciugò le lacrime con la maglietta sporca, avrebbe avuto il suo tempo per riflettere sulle parole del nonno.

Quindi? Cos’era? Chiese Tommaso nel tirarlo su.

Francesco mostrò lo scrigno agli amici, che lessero la lettera tutto d’un fiato, proprio come aveva fatto lui. Rimasero sulla cima del Montagnone ancora due ore per riposarsi e discutere del contenuto della lettera.

Poi tornarono giù perché le forze li stavano abbandonando definitivamente, fecero la discesa senza dirsi neppure una parola, e verso metà pomeriggio arrivarono al rifugio. I tre mangiarono e si fermarono a dormire in una stanzetta al suo interno per una cifra accettabile. Prima di dormire si sdraiarono fuori, per guardare le stelle un’ultima volta in quella notte senza nubi in alta quota. Conversarono a lungo sulla lettera, sul senso di quello che aveva scritto il nonno di Francesco, e sul senso delle loro esistenze. A un certo punto Francesco si alzò per andare a fare la pipì in fondo al prato, quasi all’inizio del bosco.

Camminò fino al primo tronco di abete, e aprendo la zip non fece caso alla piccola scritta incisa sulla corteccia poco sopra ai suoi occhi: “Il vero tesoro sta in te”.

Si tirò su di nuovo la zip e raggiunse i suoi compagni di viaggio sdraiandosi in mezzo tra i due.

E ora che farai France? Chiese Tommaso a Francesco.

Continuerò a camminare, rispose Francesco, d’altra parte siamo partiti per cercare delle risposte e torniamo a casa pieni di domande, ma forse è giusto così: nessuno può permettersi mai di smettere di camminare.

 

La rubrica Storie brevi è a cura di Simone Bacci, per leggere i suoi libri cliccate qui

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