30 Settembre 2020
Scala:Prima di Fidelio è social,in streaming anche backstage
Una scena del “Fidelio”

Il 7 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, a Milano ci sono due importanti eventi: la festa del patrono cittadino e la “prima” del Teatro alla Scala, che segna l’apertura della stagione operistica. Quest’anno il direttore stabile del Piermarini, Daniel Barenboim, ha scelto di presentare un’opera poco nota al grande pubblico: Fidelio o l’amor coniugale, unico lavoro operistico di Ludwig van Beethoven.
La trama dell’opera è abbastanza semplice. XVII secolo, una prigione di Stato poco fuori Siviglia. Don Pizarro, governatore della prigione, ha fatto rinchiudere ingiustamente Florestan, per ragioni personali. La moglie di Florestan, Leonore, è decisa a ritrovarlo e, per raggiungere lo scopo, si traveste da uomo e prende il nome di Fidelio: le sue ricerche la conducono alla prigione di Don Pizarro. Per entrarci, cerca di guadagnarsi la simpatia del carceriere Rocco (ed ottiene, involontariamente, l’amore della figlia di lui, Marzelline). Mentre Fidelio tenta di entrare nella prigione, arriva Don Pizarro: una lettera lo informa dell’arrivo del ministro Don Fernando. Il ministro giunge perché è venuto a sapere che molti carcerati sono stati arrestati illegalmente e vuole appurare quale sia la verità. Per sbarazzarsi di Florestan, Don Pizarro ordina a Rocco di ucciderlo, tuttavia questi rifiuta. Allora Pizarro decide di uccidere egli stesso Florestan, mentre Rocco scava la fossa. Fidelio, nel frattempo, cerca di individuare il marito e per farlo convince Rocco a far uscire i prigionieri all’aperto, ma Florestan non c’è. Fidelio, rassegnato, segue Rocco nelle segrete per aiutarlo a scavare la fossa per il “condannato”. Florestan, infatti, è incatenato nelle segrete. Fidelio non conosce l’identità del prigioniero da seppellire, ma appena sente Florestan invocare il nome “Leonore!”, lo riconosce immediatamente. Arriva Don Pizarro e a questo punto Fidelio lo affronta apertamente e gli rivela la propria identità, ma il governatore delle carceri è intenzionato ad uccidere entrambi. Nell’attimo più drammatico dell’opera, in cui tutto sembra perduto, si ode lo squillo di una tromba che annuncia l’arrivo del ministro, Don Fernando. Il suono fa fuggire Don Pizarro dalle segrete, mentre il ministro, nella piazza del carcere, dà ordine di liberare i prigionieri e riceve da Rocco il resoconto di quanto accaduto. Leonore libera il marito e si leva un coro di lode per la coraggiosa eroina.
Come molti sanno, questa è stata l’ultima prima scaligera di Barenboim, che a partire dalla prossima stagione sarà sostituito da Riccardo Chailly, quindi è lecito chiedersi perché abbia voluto dire addio alla Scala con un’opera “minore”. Probabilmente perché, dopo aver messo alla prova gli spettatori con opere concettualmente impegnative (basti pensare alla tetralogia wagneriana), vuole regalare un’opera che rappresenti una sintesi del proprio pensiero musicale: Fidelio «è  l’opera di un uomo di una moralità assoluta, che con la sua musica ha voluto elevare l’uomo», spiega il Maestro Barenboim e, personalmente, mi sembra un bel pensiero per presentare la conclusione di una serie di avventure dell’anima, da Verdi a Mozart, da Wagner a Bizet. Senza contare che un “wagneriano di ferro” come Daniel Barenboim non può non apprezzareArgentinian-born conductor Daniel Barenb un’opera che contiene in nuce molti aspetti della musica di Richard Wagner. Partendo da questa considerazione, è facile comprendere le scelte operate dal Maestro israeliano; difatti questa versione del Fidelio si distingue sotto molti punti di vista da quella tradizionale, fatto che rispecchia la genesi travagliata dell’opera (Beethoven ne trasse numerose versioni e compose per esse ben quattro overture): per questo allestimento, Daniel Barenboim ha scelto la terza versione, quella del 1814, la più “matura”, e ha scelto di eseguire come overture la Leonore n.2 op. 72a, invece dell’overture Fidelio op. 72c, che solitamente si esegue per l’opera. Il Maestro ha ritenuto opportuno eseguire la Leonore n.2 poiché questa overture contiene tutti gli aspetti dell’opera e molti temi che poi vengono ripresi nello svolgimento dell’azione (come la tromba che annuncia l’arrivo di Don Ferdinando), una specie di riassunto dell’opera stessa, mentre l’overture Fidelio è di stampo più settecentesco, non contenendo alcun tema di quelli presenti nell’opera.
Ma le novità non sono finite: il Maestro Barenboim (qui a destra) ha – deprecabilmente – deciso di attualizzare l’opera rendendo i dialoghi più moderni, intervenendo quindi sul testo del libretto assieme alla regista Deborah Warner (sotto). Quindi abbiamo un netto contrasto tra il testo delle parti cantate (scritto in stile ottocentesco) e quello dei dialoghi recitati, molto più moderni.
L’esecuzione è stata impeccabile, d’altro canto Barenboim è un eccellente esecutore di Beethoven e dei romantici in generale (mentre annaspa parecchio sui classici), anche questa volta le infinite cure prestate a cantanti ed orchestra hanno regalato al pubblico un’interpretazione intensa e coinvolgente, come testimonia un curioso e toccante episodio accaduto alla fine del primo atto quando, nel silenzio più totale, uno spettatore ha gridato: «Grandissimo, Maestro!». Particolarmente convincenti le interpretazioni di Falk Struckmann (Don Pizarro), Klaus Florian Vogt (Florestan) e Anja Kampe (Leonore/Fidelio).
L’allestimento, invece, è tutto un altro paio di maniche. Vi ricordate il mio vecchio articolo Mettere in scena un’opera (per negati)? Ecco, questo Fidelio è l’esatto contrario di quello che ho detto. Andiamo con ordine: si tratta di un’opera ambientata nel 1600, quindi Beethoven l’ha pensata come opera “in costume”, mentre nella regia di Deborah Warner l’azione è stata trasportata ai nostri giorni, non si svolge in un carcere ma in una specie di cantiere abbandonato (i secondini hanno addirittura il casco arancione da operaio), naturalmente non si capisce che siamo in Spagna e il senso generale dell’opera è totalmente travisato. Non è giusto allestire un’opera in un modo che non ha nulla a che vedere con le intenzioni degli autori, compositore e librettista. La cosa che mi lascia ancor più amareggiato sono le parole dello stesso Daniel Barenboim, che deprecava i registi moderni che leggono quest’opera soltanto come un lavoro politico, ponendo l’attenzione sulla libertà (e, a tal proposito, cita un particolare allestimento in cui il carcere è tramutato in un lager nazista), mentre si tratta di un’opera sull’amore. Ed infatti è giusto, perché Leonore decide di imbarcarsi nell’impresa non per brama di libertà o chissà quale strampalata ideologia, ma per amore del marito Florestan, da cui il sottotitolo dell’opera (L’amor coniugale). Tante belle parole e poi quel che viene proposto agli spettatori è una confusa accozzaglia di idee finto-progressiste che confondono il significato dell’opera, invece di chiarirlo! Altra questione, abbiamo detto che l’opera è ambientata in Spagna. Non trovo una motivazione accettabile per giustificare il fatto che il carceriere Rocco sia interpretato dal Coreano Kwangchul Youn. Non fraintendetemi, non ho nulla contro i Coreani e il signor Youn ha interpretato magnificamente il proprio ruolo, ma non ha il minimo senso che un Coreano interpreti uno Spagnolo. Se in un film ambientato nella Spagna del 1680 trovaste un funzionario statale con gli occhi a mandorla, downloadcome reagireste? Non troppo bene, giusto? Invece nell’opera si fa, ma tanto queste cose vengono fatte passare per “spirito culturale europeo”. Sono stufo, mortalmente stufo di questi allestimenti pseudo-intellettuali che da alcuni anni infangano il buon nome del Teatro alla Scala, il più grande teatro lirico esistente al mondo. Allestimenti che hanno parecchio proliferato in questi anni in cui Barenboim è stato direttore stabile della Scala, come ha trionfalmente dichiarato lo staff del teatro stesso. Speravo che, dopo la tremenda figura fatta lo scorso anno con quell’improponibile Traviata, l’apertura di quest’anno sarebbe avvenuta sotto il segno dell’assennatezza, ma evidentemente c’è un errore di fondo: forse essere un grande direttore d’orchestra non implica essere anche un buon direttore stabile d’un teatro d’opera. Spero che l’avvicendamento di Riccardo Chailly risollevi il buon nome del Teatro alla Scala dalla sozzura degli allestimenti di questi ultimi anni.

Luca Fialdini
luca.fialdini@uninfonews.it


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Luca Fialdini

Luca Fialdini, classe '93: studente di Giurisprudenza all'Università di Pisa e di pianoforte e composizione alla SCM di Massa e sì, se ve lo state chiedendo, sono una di quelle noiose persone che prende il the alle cinque del pomeriggio. Per "Uni Info News" mi occupo principalmente di critica musicale.

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