L’eredità (parte 5) – Le storie brevi di Uni Info News

Lamberto Frontera - 24 Ottobre 2019

Emozioni liquide

Lamberto Frontera - 24 Ottobre 2019

Suor Angelica e Cavalleria rusticana aprono la stagione del Teatro Goldoni di Livorno

Lamberto Frontera - 24 Ottobre 2019
empty image
Share

“Sublime. Adesso, vorrei parlarvi del sublime. Il sublime è la meraviglia e l’angoscia, è la bellezza ed il terribile; il sublime è l’ebbrezza della mente, il brivido, il baratro della follia, l’allucinazione febbrile, ma soave.

Le due opere che hanno aperto la stagione 2019/20 del Teatro Goldoni altro non provocano se non un completo stravolgimento degli animi spettatori, che trascinati via via verso lo stupore e via via verso un’inquietudine straziante, migrano con le menti in scenari ignoti. Ciò, non riguarda chiaramente solo l’opera più edita fra le due, ossia quella della Cavalleria rusticana, della quale, immagino, tutti conosciamo l’incanto dell’intermezzo musicale che ci accompagna ogni volta con passo leggero ad oscillare fra le stelle, bensì anche quella, in un certo senso, più pura e vergine dello sguardo delle platee: suor Angelica.

Suor Angelica (opera di Giacomo Puccini) è un melodramma che racconta la triste vita di Angelica, dapprima nobile, divenuta poi monaca per espiare la colpa di aver macchiato il nome della famiglia avendo messo al mondo un figlio illegittimo. Il personaggio di Angelica è uno spirito celestiale e malinconico, che attende per sette lunghi anni notizie del suo bambino. L’intera opera si svolge all’interno di un convento di clausura, luogo di severo silenzio, penitenze e preghiere. Lo stesso convento provoca una forte suggestione del sacro nello spettatore che mira. Le vicissitudini si concludono con l’incontro tra il terreno ed il divino, tra l’angoscia d’un peccato ormai compiuto e la speranza di una salvezza da parte della Vergine Maria… fra il Thanatos corporeo e l’Eros etereo.

Avendo delineato a grandi linee quella che è la trama del dramma, sento ora di dover spendere qualche parola sulla magnifica performance delle attrici (ed in particolare, della nostra protagonista) che ieri sera hanno calcato il palco rendendo possibile la sensazione, come spiegavo prima, del sublime, che con tutta la sua forza, ha attanagliato i curiosi animi. Non voglio annoiarvi con banali complimenti riguardo le nostre teatranti, voglio piuttosto far focalizzare la vostra attenzione su quella che è stata la capacità, a dir poco sbalorditiva, di sollecitare la commozione negli sguardi, propria dell’interprete di suor Angelica. Codesta, infatti, in umili panni di Monaca, è riuscita a trapassare, con punte di dardo, il cuore d’ogni presente in sala, rivelando con grande passione le inquietudini e le spine che tribolano la mente del personaggio di Angelica.

Il dittico si dirama poi nella presentazione della celebre opera Cavalleria rusticana di Mascagni, la quale è realizzata dal regista in un’accezione olistica con la precedente opera. I due melodrammi, infatti, oltre ad essere in stretta relazione su di un piano prettamente cronologico-temporale (parrebbe che Cavalleria rusticana anteceda le vicende avvenute sette anni dopo in Suor Angelica), presentano altri elementi comuni: la Cavalleria apre il suo sipario, presentando la medesima cerimonia religiosa che chiude l’altra opera. In un panorama d’amori, di delusioni, di tradimenti, troviamo le figure di Santuzza, Turiddu e Lola. Santuzza, spirito vacillante che crede nei nobili sentimenti e nelle grandi emozioni, si ritrova, ahimè, gettata in un’esistenza labile, poiché vittima dell’adulterio di Turiddu e Lola (sposata con Alfio). Ci troviamo, dunque, a confrontarci con i dolori della sventurata Santuzza, che altro non vorrebbe essere se non nuovamente musa ispiratrice del cuore di Turiddu, che adesso, non solo non pare più battere per lei, ma che anzi, reagisce con ostilità verso i canti disperati ed imploranti d’affetto della donna. La vicenda si conclude tragicamente con l’assassino di Turiddu, vittima dell’ira di Alfio, il quale, una volta uditi gli angusti sospiri di Santuzza, brama e compie vendetta.

Fra la commozione scatenata dall’intermezzo di Mascagni, gli occhi del pubblico brillano di luce quando le voci dei nostri attori si innalzano:

ed il teatro diviene improvvisamente volta celeste che pullula di stelle danzanti e gaudenti del seducente canto lirico”.

 

Carlotta Vannucci