22 Ottobre 2020

“Che cos’è il teatro?

Una delle testimonianze più certe del bisogno dell’uomo di provare in una sola volta più emozioni possibili”

Eugène Delacroix

Credo che tra le numerose riflessioni sul teatro, questa di Delacroix sia la più calzante nel definire la sensazione provata davanti allo spettacolo Il silenzio grande, un testo di Maurizio de Giovanni per la regia di Alessandro Gassmann, presentato al Teatro Verdi di Pisa, l’1 e il 2 febbraio scorsi.


L’inedita commedia in due atti racconta una storia familiare come molte: le incomprensioni causate da quei “tanti piccoli silenzi che poi diventano un silenzio grande”. Questa è la teoria che la cameriera Bettina, una frizzante Monica Nappo, espone a Valerio Primic, padrone di casa e scrittore di successo con tre Premi Strega alle spalle, interpretato da uno straordinario Massimiliano Gallo.

Foto di Manuela Giusto

LA STORIA

Nello studio di una casa borghese Valerio Primic, con il famigerato “blocco dello scrittore”, sistema i suoi amati libri cercando l’ispirazione.

“Ognuno ha il suo criterio. Se volete capire com’è il carattere di qualcuno, che sentimenti abbia, come la pensi, be’ dovete vedere come tieni i libri”.

Sempre rinchiuso nel suo studio non si è mai occupato della gestione della casa né di quella dei figli, divenuti ormai grandi. L’unica persona che con estrema umanità e sincerità cerca di riportarlo nelle dinamiche familiari è la fedele domestica Bettina, donna “pragmatica e non utopica”.

Tra i due si instaurano fin da subito continui battibecchi, aforismi, citazioni e divertenti gag facendo emergere due tipologie di saggezza, l’una colta e intellettuale e l’altra di origine popolare con sfumature dialettali napoletane.

Dalla porta che immette nel cuore della casa, uno dopo l’altro entrano i familiari di Valerio e, come forse non è mai successo prima, si confidano liberando tutti le emozioni e sentimenti, senza però trovare conforto.

La moglie di Primic, Rose, interpretata da una magistrale Stefania Rocca, è una donna rassegnata dalla vita e dalla situazione economica. La solitudine che caratterizza questo personaggio è tangibile, come anche il grande affetto che prova per Valerio, nonostante tutte le difficoltà e i silenzi.


Foto di Manuela Giusto

Nei panni del figlio Massimiliano è un convincete Jacopo Sorbini, che mostra tutte le fragilità del suo personaggio, insicuro a causa del complesso di inferiorità verso il padre.

Al contrario della sorella Adele, interpretata da una guizzante Paola Senatore, cinica e senza pudore. Tiene relazioni con uomini più anziani di lei solo perché le ricordano il padre così ammirato.

Entrambi accomunati dall’essere ancora immaturi e ingenui di fronte ai vari imprevisti della vita.

“Il silenzio è una brutta malattia”

Il colpo di scena finale è forse il momento più toccante della storia: il disvelamento dell’essere ormai impotenti di fronte agli sbagli. È come un novello Scrooge di Dickens con una sostanziale differenza: dopo aver conosciuto i tre spiriti, non può cambiare il corso della vicenda, ma solo lasciar andare con dolcezza e un velo di malinconia.

Foto di Salvatore Pastore

Cattura l’emozione la messa in scena di Alessandro Gassmann, dinamica e complementare al racconto dei personaggi: un velo sopra il quale sono proiettate immagini del passato, creando un riuscito connubio tra tecniche cinematografiche e teatrali.

Un dramma familiare di grande attualità con una drammaturgia pienamente riuscita, che in sole due ore ha saputo far commuovere, riflettere, emozionare e ridere. Applausi e standing ovation per Il silenzio grande sicuramente da vedere e rivedere.

 

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Marta Sbranti

Marta Sbranti, classe 1989. Dopo il Diploma presso l'Istituto d'Arte Franco Russoli di Pisa mi sono laureata in Scienze dei Beni Culturali curricula storico-artistico. Ho conseguito la Laurea Magistrale in Storia delle Arti Visive, dello Spettacolo e dei Nuovi Media, presso l'Università di Pisa. La mia tesi di laurea "Musei e Danza" unisce le mie due grandi passioni la danza e l'arte, che coltivo fin da piccola.
"Toccare, commuovere, ispirare: è questo il vero dono della danza".
(Aubrey Lynch)

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