12 Dicembre 2019

“Vedo crescere la consapevolezza -ha osservatol’ex-ministro- che lo ius sanguinis non e’ più in grado di rispondere alle necessità di una nazione che diventa ogni giorno più varia plurale ma che vuole essere coesa”. Lo ius sanguinis non consente di accogliere i figli degli immigrati che “parlano la nostra lingua, che studiano la nostra storia e letteratura e fanno il tifo per le nostre squadre di calcio”. “Per questo ho suggerito di superare lo ius sanguinis a favore dello ius culturae, per marcare anche normativamente il passaggio fondamentale che e’ la conclusione di un ciclo scolastico, punto di arrivo di un percorso di inclusione e di cittadinanza. Lo dico a titolo personale -ha concluso il ministro della Cooperazione- ma confido che questa esigenza venga presto accolta”.

Ex-Ministro Andrea Riccardi per la cooperazione internazionale e l’integrazione

Il dibattito, per ora sopito, della cittadinanza ha avuto nei mesi scorsi e avrà nei mesi a venire un percorso infuocato.

Da una parte coloro che innalzano barriere agli stranieri extra-comunitari, dall’altra coloro che invece vorrebbero dispensare la cittadinanza a tutti. La cittadinanza italiana segue, in questo momento, le regole dello “ius sanguinis”, anche se non è l’unico modo per poter essere o diventare cittadini italiani. Diversi partiti, tra i quali spicca il PD, hanno proposto di concedere la cittadinanza italiana a coloro che nascono sul territorio italiano, andando così a sostituire al concetto di “ius sanguinis” il concetto di “ius soli”.

Perché dovremmo essere contrari allo “ius soli”?

Innanzitutto SOLO chi nasce sul territorio italiano acquista la cittadinanza, ma c’è un neo.

I genitori? Per logica i genitori stranieri extra-comunitari che stanzino sul territorio italiano non potranno essere rimandati nella loro terra di origine lasciando il loro figlio, cittadino italiano, solo, quindi di conseguenza i genitori rimarrebbero sul territorio italiano, quindi pur non avendo la cittadinanza italiana, pur non essendo cittadini comunitari, pur non avendo alcun tipo di soggiorno, si viene a creare una “scappatoia” che può creare pericolose conseguenze.

Ne cito alcune che avvengono in quei Paesi, seppur pochi, in cui vige lo “ius soli”.

Donne migranti costrette a rimanere incinte contro la propria volontà prima di un viaggio insidioso che metterebbe a rischio la loro e la vita del futuro nascituro solo perché partorendo in territorio italiano sarebbe possibile sia alla donna che all’uomo rimanere sul territorio. In secondo potrebbero aumentare il numero di matrimoni forzati e di stupri. La donna stuprata infatti in molte delle culture che giungono in Italia viene rifiutata dalla famiglia di origine ed è costretta a cercare fortuna proprio con colui che l’ha violentata, questi potrà obbligarla a sposarlo facendone acquistare la cittadinanza. La conseguenza più diretta sarebbe un aumento vertiginoso di matrimoni forzati.

Tralasciando quello che può essere o non essere un costrutto fantasioso o probabile, la trasmissione della cittadinanza a una persona è un atto importante sia per la società che accoglie un nuovo membro, sia per il nuovo cittadino che diviene parte di una società, questa caratterizzata da specifiche peculiarità. E’ un incantesimo quello di nascere su un territorio ed essere come per sempre appartenuto a esso medesimo? Oppure è follia?

Qualcuno dirà, ma i neonati italiani assumono magicamente la cittadinanza italiana, con questo ragionamento anche loro non dovrebbero averla. Innanzitutto c’è da chiarire che chi viene qui una cittadinanza ce l’ha, un luogo, una patria, una casa, uno Stato, che poi sia ostile, pericoloso, sono elementi che in questo discorso diventano secondari, la cittadinanza italiana è solo un aggiunta per loro, mentre per coloro che nascono non c’è altra via, apolidi di certo per motivi meramente pragmatici non possono rimanere. C’è però da chiarire che la ventata di giovani menti aliene della nostra cultura o comunque che portano un bagaglio culturale diverso può essere un arricchimento per la comunità tutta. Credo che il miglior strumento si trovi “in media res”. Non dare la cittadinanza esclusivamente attraverso lo ius sanguinis o seguendo le varie possibilità elencate dalla Legge Bossi-Fini, ma aprire la possibilità di conseguire la cittadinanza italiana a coloro che hanno frequentato le scuole medie superiori e conseguito il diploma. Questo rispetterebbe le richieste dei più intransigenti, la conoscenza dell’italiano, che sarebbe superiore agli stessi cittadini originari, la conoscenza della storia, delle ragioni, dei motivi dell’esistenza dell’Italia stessa, incentiverebbe gli stranieri a conseguire un titolo di studio che in un secondo momento lì porterebbe a trovare un lavoro.

Perché non fino all’università? 001036-1140x395[1]

Innanzitutto perché i costi dell’università talvolta sono elevati e spesso le borse di studio non bastano per tutti creando quindi una situazione discriminatoria. Inoltre l’università non è una scelta obbligata come invece lo è la scuola media superiore.

Favorevole quindi ad aprirci a uno “ius culturae” che possa premiare coloro che studiano in Italia, anche perché è paradossale che chi consegue dopo cinque anni superiori un diploma concesso dallo Stato italiano non riconosca italiano chi l’ha conseguito. Inoltre credo che possa apparire un buon compresso politico tra le forze politiche più conservatrice e quelle che vogliono una concessione più “libera” della cittadinanza.

Premiare in questo modo la conoscenza e lo studio che diventano reali fonti di liberazione da uno status per raggiungerne un altro, un modo per valorizzare quei cittadini stranieri che possono essere un elemento di ricchezza incomparabile, ma allo stesso tempo preservare la nostra cultura da rotture o fratture fortissime, favorendo l’armonizzazione graduale tra i vari patrimoni di conoscenze. La scuola quindi, proprio in questo momento di decadenza culturale, tornerebbe fulcro prezioso di una società che deve essere risanata, uno spazio che ritorna ad essere capace di unire e trasformare. Chi non conosce ragazzi stranieri, che hanno terminato gli studi, magari talvolta dandoci anche qualche lezione di italiano o di storia, di cultura generale, che quindi sono italiani in tutto fuorché nel passaporto? Non solo dovrebbero conseguire un foglio di carta, ma avere un riconoscimento giuridico di quella cittadinanza italiana che hanno già conosciuto fra i banchi di scuola, nel bene o nel male.

Non solo un atto dovuto, ma un ottimo investimento, se tendiamo l’orecchio e ascoltiamo gli echi delle grandi aziende americane proprio adesso cercano di alzare la voce riconoscendo la necessità ad accogliere persone straniere, ovviamente preparate tecnicamente. Anche se la situazione italiana è certamente diversa sotto tutti i profili, uno straniero tecnicamente preparato, che sappia come muoversi nella società italiana,(perché la scuola è questo che dovrebbe insegnare come obiettivo principale), non può che essere una risorsa importante, anzi indispensabile, per una società che vuole ripartire dalle macerie lasciate dalla crisi che ancora oggi ci attanaglia.

Mi vorrei ricollegare alla frase celeberrima “Fatta l’Italia dobbiamo fare gli italiani”, di risorgimentale memoria, il compito che si prospettava all’Italia non è certamente esaurito anzi maggiori sfide l’attendono.

Interessanti le parole del cardiale Scola rilasciate ad Avvenire: «Parlare di “meticciato” significa riconoscere l’altro come decisivo per la costruzione del “noi”: la concezione rigida e aprioristica dell’identità deve lasciare il posto alla concezione dell’identità come un fattore dinamico». “L’Italia è e sarà sempre più la risultante dello sforzo di tanti, basato su un storico e comune giacimento di umanesimo, di valori, di esperienze, e capace di sviluppare una ricca e inedita estroversione.” A confermare come la stessa Chiesa, strutturalmente conservatrice, veda in maniera lungimirante l’apporto di identità diverse, ma non per questo non complementari.

Analizzando invece le parole di chi si pone contro lo Ius Culturae, non possiamo non notare la durezza, spesso ingiustificata, di uomini, come Vincenzo Intermite, contrario a questo tipo di apertura. Parole che urlano rabbiose sulle pagine di CgilModena, diffuse probabilmente in certi ambienti della sinistra. Parole meramente ideologiche, poco pragmatiche, sostanzialmente inutili.

Se guardiamo al nostro Paese, riesce difficile individuare una identità culturale italiana unica ed esclusiva, non solo perché è una nazione giovane, ma soprattutto perché è stata, nel corso della sua storia, luogo di incontro e scontro fra le più disparate civiltà, culture, religioni e continua oggi ad essere un coacervo di tradizioni, stili di vita, credenze, valori che ne fanno una realtà estremamente ricca e complessa

Non posso certamente ribattere a ogni deleteria affermazione con una soddisfacente spiegazione, altrimenti servirebbero pagine e pagine, l’Intermite cerca di attaccare il criterio dello ius culturae con un primo semplice affondo che vuole mettere in evidenza la non univocità storica dell’Italia, scordandosi o per ignoranza o per malafede, propendo per la seconda, che nelle scuole si insegnano periodi storici assai risalenti in cui in effetti la penisola italica era unita, (e riunita sarà più volte), inoltre sembra che un insieme di civiltà, culture, religioni(su questo in realtà la penisola italica fu assai unita) non possano essere figlie di un’unica pianta.

…ciò che, però si chiede realmente allo straniero, al di là delle dichiarazioni di intenti, non è tanto che assimili la cultura dello Stato che lo accoglie, quanto che si lasci assimilare dalla cultura dello Stato che lo accoglie, che cioè rinunci alla propria peculiarità, che si lasci fagocitare e si uniformi a una totalità che non gli appartiene, finendo con l’essere doppiamente straniero: relativamente al paese in cui risiede e relativamente a se stesso.”

integrazione[1]Questa affermazione, ma ve ne sono molte altre terribili, lascia stupefatti. Si ha qui una costruzione più che fantasiosa delle reali intenzioni del legislatore, nessuno chiede allo straniero di rinunciare alla propria cultura, cosa che anche fosse pretesa sarebbe impossibile ottenerla. Uno straniero è una persona, ha una memoria, in questa risiede il suo bagaglio di ricordi, di emozioni, qui giace il lontano luogo di appartenenza, è impossibile pur volendolo cancellare la cultura che è insita dentro di lui, non si chiede questo abominio, assolutamente, innegabilmente! Si chiede di porre al fianco della cultura propria e identitaria dello straniero, quella del Paese che lo ospita. Nessuno vuole la sua uniformazione, ma la conoscenza, l’informazione. Che giudizio limitante viene applicato a uno straniero, come se fosse incapace di comprendere una cultura diversa dalla originaria e non potesse conoscerne un’altra e questa tenerla ben distante, ma pur comprendendola, dalla propria. Quasi pensasse lo scrittore che lo straniero non sia capace.

Non è forse questo il vero razzismo? Nella speranza che non lo sia.

Matteo Taccola

matteo.taccola92@gmail.com

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Matteo Taccola

Sono uno studente della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, curioso, estroverso, mi piace scrivere.
Ho voluto accettare la sfida postami da “Uni Info News”, mettermi alla prova e scrivere quello che penso con l’intenzione di potermi confrontare con tutti quelli che ci leggono.

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