29 Giugno 2022

Adesione all’eurogruppo S&D. Perché non conviene nè al M5S nè al PD, di Alessandro Palumbo

 

La notizia di maggior rilevanza degli ultimi giorni è stata la manifestazione della volontà dei vertici del M5S di voler aderire al gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici Europei (S&D), l’eurogruppo di centrosinistra al Parlamento Europeo, in cui è presente una forte delegazione del Partito Democratico.


La rivelazione dell’inizio di questo iter è stata lanciata dal Ministro degli Esteri Luigi di Maio (già capo politico del M5S), confermata dall’attuale Presidente del partito Giuseppe Conte (già Primo Ministro), con cui – non è un segreto – i rapporti siano molto tesi da diversi mesi.

L’ex Presidente del Consiglio, visibilmente irritato durante la sua ultima intervista ad “Otto e mezzo”, ha specificato che, al momento, è sì in corso un dialogo con l’eurogruppo S&D, ma che sarà lui a dare l’annuncio qualora l’operazione si concretizzasse.

Questo perché a non essere convinti sull’accoglienza della delegazione italiana a Strasburgo del partito fondato da Beppe Grillo all’interno dell’eurogruppo di centro-sinistra, non sono soltanto diversi eurodeputati del Partito Democratico, ma anche l’ala del M5S, che osteggia da tempo ad un’alleanza organica con il PD.

Senza intromettersi nelle questioni interne dei rispettivi partiti, sono diversi i punti di debolezza di questa operazione che dovranno tenere in considerazione. Primo su tutti: perché  due partiti distinti in Italia dovrebbero sposare lo stesso progetto europeo? Perché alle prossime elezioni europee gli elettori dovrebbero preferire il M5S al PD o viceversa?

Non a caso, i partiti di centrodestra, al Parlamento Europeo, aderiscono a tre diversi eurogruppi: Forza Italia al PPE (Partito Popolare Europeo), Fratelli d’Italia all’ECR (Conservatori e Riformisti Europei) e la Lega all’I&D (Identità & Democrazia).

Questa loro scelta, chiaramente, ha il senso di distinguere la loro offerta politica, non solo in occasione delle elezioni europee.


Infatti, più volte, Antonio Tajani, non ha nascosto l’ambizione di spingere il PPE a formare una maggioranza europea con i liberali di Renew Europe (eurogruppo centrista guidato dal partito del Presidente francese Emmanuel Macron) e con i Conservatori e Riformisti (guidati da Giorgia Meloni), escludendo l’eurogruppo in cui siede la delegazione della Lega e, soprattutto, il Rassemblement National di Marine le Pen e Altrernative fur Deutschland, poiché fortemente indigesti anche ai partiti di centrodestra dei rispettivi Paesi – aderenti al gruppo PPE -, e con cui le distanze sembrano ancora incolmabili.

Il concetto sottinteso è, quindi, quello di rivolgersi ad un elettorato di coalizione di diverse sfumature e di diverse sensibilità, non solo in Italia, ma anche per esportare un modello europeo (ancora incompiuto).

M5S e PD, proponendo la stessa offerta politica europea, rinunciano, automaticamente, entrambi, ad una parte di elettorato, sia per le elezioni nazionali che per il rinnovo dei rappresentanti a Strasburgo e Bruxelles.

Recentemente, Luigi di Maio, intervistato, sempre nel programma pre-serale “8 e mezzo”, rispondendo ad una domanda in merito alla sua personale collocazione politica, ha negato di riconoscersi nei valori di sinistra, ribadendo i caratteri post-ideologici del vecchio M5S. Si è limitato, invece, a rivendicare ideali quali l’ecologismo, la democrazia diretta e il rispetto dei diritti umani.

Viene a questo punto naturale chiedersi: perché il M5S (che riconosce omogeneamente la sostenibilità come valore fondante) non chiede formalmente di aderire al gruppo dei Verdi al Parlamento Europeo?

Certo, la loro collocazione, nella passata legislatura, all’interno del gruppo “Europa della Libertá e della Democrazia Diretta” (EFDD), guidato da Nigel Farage (ultra-conservatore britannico, paladino della Brexit) non è un buon biglietto da visita, visto che i Verdi, da sempre, collaborano con le forze politiche di centro-sinistra.

Tuttavia, dopo due anni e mezzo dall’inizio della nuova legislatura europea, e dopo due anni e mezzo in cui il M5S ha consolidato una collaborazione, quasi a tutti i livelli, con il PD e con tutte le forze di sinistra, potrebbero essere maturi i tempi per una richiesta formale di adesione ad un gruppo in cui, sicuramente, nessuno, tra attivisti, eletti e dirigenti grillini, si sentirebbe in imbarazzo a farne parte.

Il M5S nei Verdi e il PD nell’S&D, avrebbero modo di continuare a costruire e a proporre un’offerta politica alternativa a quella del centrodestra, sia in Italia che in Europa, sul modello della nascente “coalizione semaforo“ (Verdi-liberali-socialdemocratici) alla guida del prossimo Governo tedesco post-Merkel.

Al contrario, entrambi nell’S&D, condannerebbero uno dei due ad essere “di troppo”, allontanando rispettivamente l’elettorato (ed eletti) più ortodosso del fu M5S, e quello più riformista del Partito Democratico, portandolo a valutare – quantomeno – nuove offerte politiche, ad esempio quella di Alessandro Di Battista (in procinto di costituire un nuovo movimento, sulla linea ortodossa del vecchio M5S) o quella di Carlo Calenda (appena passato a Renew Europe) il quale da tempo lavora per allargare lo spazio dei liberali europeisti, alternativo – secondo lui – al populismo grillino e al sovranismo delle destre.

Alessandro Palumbo

Due obiettivi diversi, ma paralleli, di Giulio Profeta

 

Il possibile ingresso del Movimento Cinque Stelle nella famiglia politica europea dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici deve essere letto quale una tessera di due disegni distinti a cui, da tempo, stanno lavorando i vertici del Partito Democratico e dello stesso Movimento.

In altri termini, e volendo semplificare, l’entrata rappresenta un punto di caduta comune per due logiche convergenti, ma ben diverse.

Per il Movimento Cinque Stelle, la scelta risponde alla logica da un lato di rassicurare il cosiddetto “vincolo esterno “europeo ai fini della sua permanenza al Governo, esigenza paradossalmente ben avvertita anche da esponenti leghisti del precedente partner del governo Conte I come Giorgetti, dall’altro di fornire un’identità più marcata ad un soggetto politico che nacque, per definizione, su temi politici trasversali, quale l’onestà, la lotta alla corruzione, gli sprechi della politica e via dicendo.

D’altro canto, per il Partito Democratico questo passaggio può diventare l’occasione di dimostrare, ancora una volta, che “la romanizzazione dei barbari” ha avuto successo, uscendo dall’isolamento che l’ha condotto nel 2018 alla peggiore sconfitta elettorale di sempre nella storia della Repubblica Italiana.

Certo, l’operazione non è esente da rischi.

Per il Movimento, questa linea, fortemente voluta dall’ex Premier Giuseppe Conte, rischia di accentuare quel processo di istituzionalizzazione che non sempre, ad oggi, ha trovato riscontro nelle urne elettorali. La vera domanda che dovrebbe porsi, oggi, Conte è: siamo sicuri che un elettorato disposto a darmi fiducia su temi “movimentisti” e apertamente in contrasto con il Palazzo della politica sia comunque favorevole a questa svolta governista?

Inoltre, il Movimento Cinque Stelle non rischia sempre più di divenire la costola del Partito Democratico, schiacciata su temi certo più sociali ma senza la sua organizzazione interna e il suo radicamento territoriale? Con l’eventualità di finire quale junior partner di una coalizione a trazione democratica?

Quesiti questi ben compresi da Alessandro Di Battista, che non a caso in più situazioni ha messo in guardia da uno schiacciamento sul Governo del Movimento (in realtà già avvenuto per paura degli stessi Onorevoli oggi eletti di perdere il proprio posto).

Tutt’altra partita, più tattica, si gioca il Partito Democratico.

Letta è incastrato su un duplice equilibrio: internamente, deve aspettare le prossime politiche per mettere mano alle liste elettorali e tagliare fuori ciò che resta del renzismo, oggi ben presente nei gruppi parlamentari, esternamente ha la necessità di ricostruire uno schieramento “progressista” (d’altri tempi avremmo detto di sinistra) alternativo alle destre, che nonostante una netta avversione mediatica e del vincolo esterno sono ancora maggioranza elettorale nel Paese.

Il rischio, per il Segretario, è di non riuscire a tenere insieme questo puzzle, ad un tempo non gestendo totalmente l’istituzionalizzazione del Movimento, ad altro comunque di non creare un raggruppamento competitivo alle elezioni.

In ogni caso, è sicuro un dato.

L’abbraccio è stato più propizio per il Partito Democratico che per il Movimento, che alle ultime amministrative ha perso praticamente qualsiasi città conquistata durante il regno renziano.

Giulio Profeta

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