27 Maggio 2020

Mimic (1997)

Si cerca un vaccino per debellare una terribile malattia trasmessa dalle piattole che colpisce i bambini nella Grande Mela: una New York cupa, costantemente presa d’assalto da scrosci di pioggia, colma di tubi di scarico sui palazzi che riempiono lo sfondo urbano di fumi e vapori, metropoli che vuole strizzare l’occhio a Seven di David Fincher per la sua estetica sporca e decadente facendole perdere quel fascino cosmopolita da terra delle libertà.


Si muovo in questo ambiente malsano i due protagonisti: l’entomologa Susan Tyler, interpretata da Mira Sorvino, e suo marito Peter Mann (Jeremy Northam, che abbiamo visto negli ultimi anni nelle prime due stagioni di The Crown).

I coniugi prima si vestono del successo per aver trovato un antidoto ricavato dalla mescolanza genetica di due specie di insetti, poi sono costretti a fare i conti con l’aberrazione evolutiva figlia delle migliaia di mutazioni effettuate dai loro prodotti di laboratorio, liberati, una volta serviti allo scopo, perché apparentemente incapaci di sopravvivere ad un ambiente esterno quale può essere il mondo reale.

Siamo sempre su temi ormai cristallizzati, cari all’autore, che rimbalzano da più di un secolo tra cinema e letteratura: l’uomo crea un qualcosa di cui non solo non conosce la natura, ma vede bene di seguirne l’iter biologico dalla nascita alla morte con certosino scrupolo.

Più delicato è, tuttavia, il tocco morale che Guillermo Del Toro vuole conferire alla storia, meno crudele e cinico nel dover giudicare coloro che peccano di tracotanza per un fine “umano” e “necessario”, un po’ come se, tra le righe, si volesse chiudere un occhio su determinate procedure se il fine è quello di salvare vite innocenti.

Fosse l’opera di un mestierante il tutto si ridurrebbe ad un semplice scontro tra specie, ma la figura di Susan Tyler è l’elemento che permette di enfatizzare, cum grano salis, con le creature mutate, vuoi perché sono il prodotto figlio dei suoi esperimenti, vuoi perché esse stesse rappresentano una (nuova) forma della materia dei suoi studi: gli insetti.

Si evita, con intelligenza, il classico scontro per la supremazia dell’uomo quale specie più evoluta e l’intreccio vira su uno scambio tra specie le quali più volte mutano il proprio aspetto e ruolo, scivolando da una posizione di predatori a quella di prede.


E’ sotto il profilo della sceneggiatura e della regia che si trovano gli elementi necessari a permettere a Mimic di camminare sulle proprie gambe: la soluzione narrativa che vede questi insetti essere tra noi e passare inosservati proprio perché hanno imparato a mimetizzare il loro aspetto assumendo le sembianze di un uomo alto e longilineo, il quale può nascondersi negli oscuri tunnel metropolitani di New York; tale escamotage infonde nello spettatore un vago senso di inquietudine e incertezza, vuole farlo sentire ingannato dalla natura, al limite della vulnerabilità, e la sensazione aumenta nel momento in cui viene gli viene rivelato la meccanica dell’inganno stesso. Sono mostruosità che trovano una precisa ragion d’essere non in virtù di ciò che sono, ma in funzione del luogo in cui vivono: cinematograficamente prendono un po’ da Cronenberg e da Alien, senza eccedere nell’emulazione. 

Il finale cede il fianco ai cliché del genere, agli standard made in Hollywood, al lieto fine e ad un’esercizio eroico non necessario. Un peccato, tutto sommato, considerato l’equilibrio di toni che contraddistingue gran parte del girato, il quale spazia dal macabro, all’ironico, dal grottesco all’horror.

Sono proprio le sequenze finali a penalizzare un progetto di ambizioni modeste, ma portato avanti con passione, un’opera che se non contaminata da quel cinema di più scialba fruizione, impacchettato a uso delle masse, avrebbe potuto mutarsi a sua volta in un piccolo cult: d’altronde le voci dicono che fu un inferno girare la pellicola e che Del Toro liquidò l’esperienza come una delle peggiori della sua vita. A conti fatti Mimic riesce dove oggi, sebbene supportati da tecnologie avanzate ed effetti speciali di ultima generazione, molti blockbuster falliscono: nei suoi elementi tecnici ed artistici, ma per godere del vero Guillermo Del Toro bisognerà attendere il suo prossimo progetto, La Spina del Diavolo, o Blade II.

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Claudio Fedele
Claudio Fedele

Nato il 6 Febbraio 1993, residente a Livorno. Appassionato di Libri, Videogiochi, Arte e Film. Sostenitore del progetto Uninfonews e gran seguace della corrente dedita al Bunburysmo. Amante della buona musica e finto conoscitore di dipinti Pre-Raffaelliti.
Grande fan di: Stephen King, J.R.R. Tolkien, Wu Ming, J.K. Rowling, Charles Dickens e Peter Jackson.

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