29 Maggio 2020

La serie di Amazon Prime Video segue le vicende di un gruppo composto da individui eterogenei    – i Cacciatori, appunto – votato all’individuazione e all’eliminazione di nazisti sfuggiti alla giustizia e rifugiatisi, con nuove identità, nell’America di fine anni Settanta. Il regista delle operazioni degli Hunters è Meyer Offerman, interpretato da Al Pacino. Meyer è un uomo anziano, uno dei pochi del gruppo ad aver assaporato in prima persona la persecuzione, la ghettizzazione e infine la prigionia nei campi di sterminio in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale, oltre trent’anni prima. Ciò rende totalizzante la sua adesione alla missione, ossia alla Caccia.

Ma il protagonista principale della storia è il giovane Jonah (impersonato da Logan Lerman), che entra nell’orbita dei Cacciatori in seguito all’assassinio della nonna Ruth – che, ebrea come Meyer, ha alle spalle la medesima esperienza di sopravvivenza alla Shoah – ad opera proprio di un anziano nazista latitante.


Sarà Meyer a salvare il ragazzo dalla stessa fine della sua safta (parola ebraica per “nonna”), intervenendo all’ultimo secondo e uccidendo il nazista con una pugnalata alla nuca.

Da questo punto la serie entra nel vivo, con Jonah che riceve ufficialmente la sua iniziazione alla Caccia, mostrata in tutta la sua violenza. Proprio la necessità di condurre questa autentica guerra senza alcuna pietà per i mostri nazisti darà adito a importanti e non arginabili conflitti morali nell’interiorità del ragazzo.

E da qui prende realmente avvio la nostra recensione, che vuole essere di stampo prettamente filosofico. Per questo motivo si è voluto ripercorrere soltanto a grandi, grandissime linee quella che è la base della trama di Hunters. Ciò che preme a chi scrive è infatti un’analisi più profonda in senso non tanto tecnico – quanto etico e psicologico – della serie. Si vuole cioè entrare nella testa dei Cacciatori, avere una visione della vicenda dalla loro prospettiva individuale.

Perché è questo che i Cacciatori sono, prima di ogni altra cosa: individui, esseri umani. Come chiunque altro. Come noi. E sarà proprio questa parola, come, a costituire un dilemma morale di difficile – e forse impossibile – risoluzione.

Jonah infatti, esaurita l’iniziale e frenetica pulsione violenta, soddisfatto il suo desiderio di vendetta per l’omicidio di Ruth, sente piombargli addosso il bisogno di abbandonare la Caccia. Perché alla sua seconda “missione”, Jonah si trova di fronte un uomo che non ha mai visto prima, con cui non ha avuto nessun contatto diretto né ha questioni in sospeso. Si tratta comunque di un criminale di guerra, certo, un soggetto abominevole che ha compiuto azioni crudeli ed estremamente sadiche nel lager in cui svolgeva il suo “lavoro”. Tuttavia, agli occhi di Jonah egli appare come un uomo qualunque, ormai di mezza età, solo e indifeso, alla completa mercé sua e degli altri componenti della squadra. Una cosa era fare giustizia per la sua safta, ovvero una questione personale e direttamente sentita. Tutt’altra cosa è sposare una causa enorme e impersonale quale è la Caccia. Questa richiede ai suoi addetti una dedizione totale, una gelida e inflessibile spietatezza. È sempre Meyer Offerman, la “mente” degli Hunters, a sottolineare la differenza tra la vendetta soggettiva, bramata e ottenuta da Jonah, e la Vendetta – quella forse mai davvero conseguibile, ma nondimeno dovuta – per i 6 milioni di vittime della Soluzione Finale.

Quella contro i nazisti dev’essere pertanto una lotta senza quartiere, densa di morte e sangue. Sangue. È questa una parola cara al vecchio Meyer. Questi, in un altro dei suoi numerosi dialoghi con Jonah – che sa essere appassionato di fumetti a tema supereroistico – afferma che i veri eroi sono fatti di sangue, non d’inchiostro. Sterminare i nazisti è una sorta di imperativo categorico, lo si deve fare e basta. È giusto farlo. Ma allora perché è così difficile? Sì, Jonah finisce progressivamente con l’accettare il suo dovere, i dogmi trasmessi da Meyer vengono introiettati dal ragazzo, che agisce con via via maggior determinazione nelle successive battute di caccia. Ciononostante, uccidere i mostri per lui non diventa una semplice routine, una cosa “normale” a cui ci si può abituare in breve tempo. L’istanza etica traspare costantemente dallo sguardo di Jonah. Ciò che atterrisce e terrorizza è la consapevolezza – tenacemente respinta eppure ineliminabile – della sconcertante somiglianza tra noi e loro. Tra nazisti assassini di ebrei ed ebrei assassini di nazisti. Il confine è più che mai labile, e l’ovvia premessa «Hanno cominciato loro» non è sufficiente a placare il dubbio morale del neo-cacciatore. Il dubbio che, con la loro Caccia, i Cacciatori si siano trasformati nell’esatta, speculare copia delle loro orribili prede. Che le vittime divengano totalmente indistinguibili dai mostri. Che i vecchi mostri divengano vittime di nuove aberrazioni, da loro stessi messi in moto e ben presto resesi autonome.


Chi lotta contro il Male, può non essere il Bene? Se non è Nero, è necessariamente Bianco? Oppure esiste la possibilità che a scontrarsi con il grande Male possa – o debba? – essere un altro male, scaturito originariamente da una volontà buona?

I Cacciatori sono esseri umani, con le loro debolezze e mancanze, con passioni e qualità peculiari. Sono uomini e donne che eseguono, compiono il loro dovere. Sono come noi. E i gerarchi e funzionari nazisti mostrati nella serie? Semplici esseri umani. Che hanno compiuto gesta disumane e disumanizzanti, indubbiamente – chi con sadico piacere, chi solo perché quelli erano gli ordini. Ma comunque umani. Come noi. E questa similitudine Jonah (e, forse, anche qualche spettatore), non riesce a proprio a ignorarla.

 

Appendice SPOILER

E la quasi-identificazione tra vittime e carnefici giunge col finale di stagione a toccare il parossismo nel personaggio dello stesso Meyer che – attraverso uno dei vari colpi di scena della serie – si rivela essere in realtà il Lupo, alias Wilhelm Zuchs, uno dei principali obiettivi sulla lista dei Cacciatori, il medico nazista che ad Auschwitz aveva tentato di corrompere Ruth e poi seviziato e torturato il vero Meyer Offerman. Una volta giunti i sovietici a liberare i prigionieri del campo, Zuchs uccise Meyer, rubandogli l’identità per riuscire a fuggire (ricorrendo in seguito ad una plastica facciale e impegnandosi nell’apprendere tutto ciò che attiene alla cultura ed alla religione ebraica).

Meyer, o meglio Zuchs, dichiara di essere col tempo diventato a tutti gli effetti un ebreo, e che la Caccia costituisce la sua unica ragione di vita. Non come mezzo di redenzione o espiazione, no. Queste non le merita, sa di non meritarle. La Caccia è la sua Penitenza.

Asserisce di non aver mai aderito ideologicamente al nazismo. Ha solo voluto sfruttare le libertà che esso gli conferiva in ambito scientifico. Nondimeno, Zuchs è stato artefice di atti tremendamente crudeli. Ha operato da nazista. È convinto di non esserlo. Lo è invece per Jonah, che ha scoperto il suo ultratrentennale segreto. E che, pur dovendo combattere con l’ennesimo scrupolo di coscienza

– potenziato ulteriormente dall’affetto personale sviluppato nei confronti dell’anziano, sorta di nonno adottivo oltre che saggio mentore – decide di sparargli al petto, uccidendolo.

 

di Nicolò Mazzi

 

 

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