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Origini dei flussi migratori

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Il fenomeno dell’immigrazione è notizia quotidiana, se ne parla ovunque dai notiziari in tv, ai giornali fino alle cene di famiglia. Tutti hanno un’opinione in merito ma indipendentemente che si sia a favore dell’accoglienza o dei salviniani patiti delle ruspe, è di dovere conoscere che cosa sta alle origini dei moti migratori; cioè quali sono i motivi (atavici o coevi) che hanno spinto e tuttora stanno spingendo un numero sempre maggiore di persone a sopportare un viaggio ai limiti dell’umano per raggiungere le coste italiane o greche.

Le cause sono principalmente 4: La prima è la Nemesi storica cioè la vendetta, la pena che la storia oggi ci fa scontare in relazione alle prepotenze dell’imperialismo europeo. Quando, dopo il secondo conflitto mondiale, le colonie ottennero l’indipendenza, i confini dei nuovi stati nazionali non furono decisi dalle popolazioni autoctone ma stabiliti a tavolino dai politici delle ex madrepatrie, i quali nutrivano ancora un sentimento “affettivo” nei confronti dei popoli che avevano sottomesso. I risultati sono quegli strani confini disegnati con il righello di una precisione disgustosa che si possono osservare su ogni carta politica rappresentante l’Africa. Stabilendoli a caso, i potenti del tempo, racchiusero all’interno della medesima linea immaginaria popolazioni ancestralmente ostili che non accettarono mai di cooperare come cittadini di uno stesso stato poiché avevano culture, tradizioni folkloristiche e credenze religiose profondamente diverse. E’ il caso della Ruanda dove al suo interno sono stati costretti a vivere le etnie dei Tutsi e degli Hutu. La rivalità fra questi due gruppi ha avuto la sua espressione più evidente nel genocidio ruandese del 1994; fenomeno il quale, in ultima analisi, ha portato a una emigrazione di massa.                                                              

La seconda causa è riconducibile alla delocalizzazione di fabbriche e capitali dai paesi più sviluppati e potenti verso quelli del terzo mondo. Lo scopo è di abbattere al minimo i costi della manodopera per aumentare i profitti; questo si traduce nello sfruttamento “de facto” di chi abita nelle zone povere del mondo. Non si parla soltanto di fabbriche ma anche di terreni agricoli: le grandi multinazionali, la Chiquita per esempio, compra sterminate aree di terreno dai numerosi contadini locali per pochi spiccioli: gli agricoltori, una volta finiti i soldi, si ritrovano privi di mezzi di autosostentamento e sono costretti a mettersi alle dipendenze delle multinazionali a cui avevano precedentemente venduto la terra. Compreso ben presto che la vita in quelle condizioni è intollerabile questi si svenano pur di acquistare un posto (per i figli almeno) sui barconi della speranza; incrementando ulteriormente i flussi migratori.    

Il terzo motivo è forse il più interessante poiché giustifica le migrazioni provenienti dal Medio Oriente ma, soprattutto, esso, si annovera tra le plausibili cause della nascita del califfato islamico. Il fenomeno prende il nome di Eterogenesi dei fini. Coniata dal filosofo tedesco Wundt e in una più chiara espressione si intendono – conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali -. Tutto è cominciato nel 2003 con l’invasione americana dell’Iraq avente l’obiettivo di deporre Saddam Hussein e instaurare una democrazia. Nonostante lo scopo (al prezzo di non meno di 1 milione di vittime), nel 2005, fosse stato raggiunto con l’elezione dell’Assemblea Nazionale Irachena; il paese subì un aumento generalizzato delle violenze promosso dalla penetrazione del gruppo terroristico di al-Quaida. Fu proprio una cellula impazzita del movimento di Bin Laden che, già dal 2004, combatté proprio in Iraq in funzione antiamericana a divenire (anche grazie ad un notevole approvvigionamento di armi) quello che noi oggi chiamiamo ISIS (Islamic State in Iraq and Siria). Il terrorismo del Daesh in Siria, non occorre dirlo, è la causa di notevoli migrazioni verso le coste dell’Europa.   

L’ultima ragione è la più recente, si parla ovviamente delle Primavere arabe. Tutto è cominciato a Tunisi nel Dicembre 2010 quando l’ambulante Mohamed Bouazizi, logorato dalle continue prepotenze che una polizia sempre più corrotta muoveva verso i più deboli, si dette fuoco in un gesto di protesta estrema. Il fatto funse da cassa di risonanza per tutti i paesi del mondo arabo e del Nord-Africa sottomessi da autoritarismi ultradecennali. Nel 2011, infatti, ben 4 “Capi di Stato” furono costretti alla fuga: Ben Ali dalla Tunisia; Mubarak dall’Egitto; Saleh dallo Yemen mentre il libico Gheddafi fu ucciso dagli insorti mentre tentava di lasciare il paese. La fine del giogo autoritario sulla popolazione lasciò tutta quest’area in un’ampia instabilità geopolitica dovuta soprattutto (oltre che per la straordinaria povertà e la mancanza di lavoro) alle guerre civili combattute dai ribelli contro i difensori degli ex regimi, le quali indussero molti cittadini a emigrare in cerca di una vita più dignitosa.                                                   

Per concludere, le cause dei flussi migratori odierni sono riassumibili ne: l’imperialismo ottocentesco, l’inenarrabile avidità degli imprenditori delle multinazionali, dai moti rivoluzionari delle Primavere arabe e dalla perpetua incapacità degli Stati Uniti di non intromettersi nelle questioni che non li riguardano. Le colpe di questo cataclisma umanitario sono da imputare quasi esclusivamente a noi occidentali che senza troppe reticenze siamo chiamati a risolverle nel modo più pacifico possibile.