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Recensione di 12 Anni Schiavo

Claudio Fedele - 20 Gennaio 2014
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Recensione di 12 Anni Schiavo

2FF_12AnniSchiavo_definitivoQuando in poco meno di dieci anni riesci a portare alla luce due lavori come Hunger e Shame, pellicole apprezzate dalla critica mondiale e considerate dei veri e propri capolavori, sembra quasi naturale che Hollywood reclami il tuo talento e che ti voglia affidare un film su misura. Steve McQueen, il cui nome, per chi non lo sapesse, è identico a quello del noto attore sebbene i due non siano assolutamente imparentati, ha subìto questa precisa sorte. Inglese e poco conosciuto fino ad una decina d’anni or sono, grazie alla Palma d’Oro per la miglior opera prima si è conquistato un trampolino di lancio che l’America non ha voluto perdere ed obbiettare. Alla sua terza fatica, dopo il capolavoro di Hunger (tragica biografia su Bobby Sands e sull’amaro capitolo che riguarda i prigioni dell’I.R.A. in Inghilterra nell’era Thatcheriana) e l’eccezionale Shame ( una pellicola che affronta con coraggio e cosciente oscenità la dipendenza sessuale dell’uomo odierno), McQueen si dedica a 12 Years a Slave, tratto dall’omonimo libro di memorie di Solomon Northup, protagonista dell’intera vicenda.

1841, Saratoga. Solomon è un talentuoso violinista che vive con la propria famiglia in una modesta casa, nella contea di Saratoga a New York; un giorno viene tratto in inganno da dei falsi agenti di spettacolo, trasferito a Washington e da lì deportato in Luisiana dove assieme ad altri di colore verrà venduto al mercato degli schiavi. La pellicola descrive l’odissea che Northup ha dovuto affrontare prima di ritornare dalla sua famiglia, ripercorre i 12 anni passati da quest’ultimo in schiavitù tra la povertà e gli orrori subiti da parte della gente bianca.

2556814-12_anni_schiavoBasato sulla sceneggiatura di John Ridley che a sua volta prende come base le vere memorie di Northup, 12 Anni Schiavo appare fin da subito un film molto più quadrato e limitato rispetto ai due precedenti realizzati da McQueen; non mancano ovviamente , durante la pellicola, alcune scene ricche di quel realismo o pathos estremo messo a nudo in modo perfetto come in Shame, dove si riusciva a dare in modo eccellente la sensazione di disagio e tragedia che portava il protagonista sempre più a fondo e sempre più all’interno della sua dipendenza sessuale fino a quasi farlo diventare un essere senza volontà; eppure, dietro ad alcune sequenze che hanno la giusta grinta che si può riconoscere nel cinema di McQueen, un tipo di cinema che è ancora in continuo mutamento e miglioramento sotto certi aspetti, questi comunque decide, con 12 Anni Schiavo, di fare un lungometraggio un po’ troppo privo di coraggio e che si allinea con gli stan dar del genere storico. Non a caso non mancano le scene di violenza e i momenti dove i signori terrieri bianchi maltrattano, fino ad ucciderli, i lavoratori di colore, inoltre non sono messe da parte le conseguenze che hanno portato i vari mercati di schiavi né gli effetti nefasti della schiavitù, ma alla fine tutto questo non riesce a brillare di una propria originalità né tanto meno a sorprendere più di tanto. Se, forse, un anno fa Tarantino non avesse deliziato i nostri occhi con quel Django Unchained adesso potremmo dire che avremmo tra le mani un inedito lavoro onesto su cui fare qualche speculazione, ma sta di fatto che a distanza di così poco tempo vedere un prodotto che prende ancora una volta in causa queste tematiche porta necessariamente il pubblico a farne, istintivamente, un confronto con quella che è stata l’ultima fatica del regista di Pulp Fiction. Alla fine tutto ciò sarebbe tuttavia un grave errore, poiché 12 Years a Slave non vuole né pretende di essere paragonato a Django né attribuirsi il merito di definirsi migliore ad esso, ma con la sua moderazione ed i suoi limiti preferisce che venga visto come un altro lavoro incentrato su un preciso momento della storia degli Stati Uniti.

Rimane l’opera minore di McQueen, quella forse più influenzata da produttori e agenti esterni che ne hanno moderato la brutalità ed il realismo, ben girata e curata sotto l’aspetto estetico, 12 Anni Schiavo risulta essere tuttavia un film troppo stereotipato che offre allo spettatore esattamente quello che spera di vedere con tanto di (semi scontato) lieto fine. Al di là dell’epopea che vede il disgraziato Northup passare da violinista ad essere considerato come una bestia e a ricevere frustate notte e giorno dai propri padroni, la pellicola sembra quasi il manifesto di quel senso di colpa e vergogna che ancora oggi i (alcuni) bianchi nutrono e così appare fin troppo evidente ed altrettanto ovvia la metafora che vede il TWELVE YEARS A SLAVEpersonaggio interpretato da Brad Pitt come l’uomo del ventunesimo secolo, colui che ha capito fin dal principio ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e che si oppone a questo abuso di potere con tanto di religione chiamata in causa.

I personaggio sono il vero anello debole dell’intera produzione poiché appaiono troppo piatti, poco approfonditi e mettono in luce la visione manichea del regista. Eccezion fatta per William Ford (un quasi dimenticabile Benedict Comberbatch) ogni uomo o donna presente in 12 Anni Schiavo è fin da subito schierato dalla parte dei giusti e oppressi o degli schiavisti portando la pellicola a sentire la mancanza di quella ambiguità umana realistica e che alla fine avrebbe giovato al film. Ci sono, di conseguenza, buoni e cattivi e quest’ultimi sono principalmente tutti coloro che non sono di colore. Anche qui Tarantino era riuscito a fare una separazione con il suo lavoro molto meno scontata, facendo entrare in scena, per esempio, l’enigmatico personaggio di Samuel L. Jackson, maggiordomo nella tenuta di Candyland, a cui non importa nulla del colore della propria pelle e che offre i suoi servigi e la sua totale fedeltà al padrone. Quel che ne consegue è che 12 Anni Schiavo sia un film a cui mancano i giusti eccessi per considerarlo un vero capolavoro, sebbene offra alcune sequenze (come la fustigazione della povera Patsey interpretata in modo convincente da Lupita Nyong’o) drammatiche degne di nota e rimanga tecnicamente valido, dove ancora una volta la telecamera di McQueen mostra il talento che quest’ultimo possiede e mette in mostra.

12-anni-schiavo-critics-choice-awards12 Years a Slave, potremmo dire, sta al popolo Americano come Schindler’s List stava all’Europa, dimostrando di essere un lavoro fatto quasi ed unicamente per rappresentare in modo abbastanza realistico (quasi come un documentario) l’orrore della schiavitù e delle persecuzioni degli abitanti di colore negli Stati Uniti. Eppure, se il nome sulla locandina non fosse quello di McQueen l’opera potrebbe essere concepita come un grandissimo lungometraggio degno dei più sinceri encomi, ma dato che è proprio il regista di Shame e Hunger a mettere mano a questa pellicola il dispiacere con cui si arriva ai titoli di coda è davvero considerevole. Mettiamo in chiaro una cosa: 12 Anni Schiavo è oggettivamente un buon film, diretto in modo impeccabile e curato sotto ogni singolo dettaglio, che gode di un cast in forma smagliante (inutile menzionare l’insuperabile Fassbender o la bravura dell’inglese Chiwetel Ejiofor nel ruolo del protagonista) e riesce farsi, in modo convincente, manifesto di quell’onta che affligge ancora l’America, ma non è un film del tutto libero (e qui sta il paradosso!). E’ un lungometraggio con dei limiti, un film quadrato, fatto per i critici e le persone che necessitavano di un opera che mostrasse loro l’orrore e gli errori del proprio popolo ma non mettesse completamente a nudo il dramma e la tragedia riguardo alla schiavitù. E’, potremmo dire, una pellicola abbastanza furba, che gode di una regia perfetta, ma che non va mai oltre il consentito (se non per due o tre sequenze), mettendo in luce tutto quanto ormai immaginiamo di vedere (o che presupponiamo) rimanendo nel complesso un prodotto quadrato, con personaggi stereotipati e privi di quel fascino e quell’ambiguità psicologica che aveva caratterizzato i lavori precedenti del cineasta.

Critics’-Choice-Movie-Awards-2014-vincitori-12-anni-schiavo-miglior-film-7-premi-a-Gravity-620x341In definitiva 12 Anni Schiavo è un prodotto da cui ci si aspettava molto di più, sebbene non sia assolutamente scadente o mal diretto, rimane troppo ordinario poiché quando un uomo ha il coraggio di raccontare gli ultimi giorni di agonia di un carcerato o di pretendere da un attore un nudo completo per un terzo del film è chiaro che questa volta, vedere McQueen al guinzaglio e messo a fare un lungometraggio che serva a manifestare la vergogna di un popolo è davvero deludente per chi aveva amato i precedenti lavori e si aspettava tanto dalla sua terza prova da regista. Privo di quella carica e quell’eccessiva cattiveria (ma mai abusata) di Hunger e Shame, 12 Anni Schiavo rimane un film godibile ed interessante, dietro al quale si cela un grandissimo autore la cui fantasia stavolta viene limitata probabilmente dai produttori.  Peccato.

Claudio Fedele

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