Recensione di Inside Out

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Si #selfie chi può

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Mentre facciamo una scienza del contouring, può essere che ci sia sfuggito qualcosa. L’arte del selfie, per esempio, si sta facendo sempre più sopraffina e, considerata l’era del twerking, c’è poco da stare tranquilli.

Già l’estate 2013 ha inaugurato la moda delle hot dog legs, cioè gambe più o meno abbronzate, puntate in direzione mare e fotografate dal proprietario in panciolle. A parte la tentazione di cospargerle di maionese (o ketchup, a seconda dei gusti), la comparsa di due wurstel da spiaggia sulla bacheca Instagram non è di per sé inquietante.

hot dog legs

Peccato che per il 2014 ci siamo spinti più in basso –e non parlo delle punte dei piedi: quest’anno l’ultimo grido (ahimè in stile Hitchcock) è il bikini bridge. Condito di bolle di sapone in vasca da bagno, incorniciato da spiagge più o meno esotiche e firmato con tatuaggi che scendono fin dove il pensiero ceretta darebbe i brividabadibidi, ha fatto esplodere profili di Facebook e Twitter già al primo sole di maggio.

 

Il pubblico, in bilico tra tolleranza e defollow, si schifa fino alla prossima moda, poi muore lì. Non vale la pena chiedersi perché passiamo le vacanze a fotografarci l’ombelico, si fa e basta, c’è pure l’hashtag dell’autoaffermazione imperativa #ècosì. Siamo passati dal cogito al selfie, e il rasoio di Ockham pare essere sceso in punti dove non batte il sole.

bikini bridgeE se la maggior parte degli anti-mainstream si scaglia contro il tight gap, altra piaga di Facebook che oscilla incessantemente tra fitness e bulimia, l’ideologia del selfie viene liquidata con l’understatement psicologico del ‘non fa male a nessuno’. Così, fioriscono teorie di assoluzione di massa: fai il selfie perché sei timido, ti metti in posa, scatti, scegli i tuoi filtri e decidi quale parte di te dare in pasto al web, mentre le foto classiche, rischiando di beccarti in stile cammello mente ti giri parlando a occhi chiusi, nell’era dell’epic fail, quelle sì ti mettono a nudo. Balle.

 

La verità è che fa fatica uscire dalla propria testa. Va bene che non siamo più vincolati al rullino: perché fermarci al buona la prima se si possono fare selfie autoironici, selfie con amici, selfie di gatti o col Papa (anche se poi ricadiamo nell’inevitabile duck face). Ma guardiamoci intorno, piuttosto, che poi finiamo come James Franco a grattarci il sottopanza nelle mutande del nonno e i capelli in hangover.

james-franco-selfie

 

Insomma, chi non ha fatto un selfie, scagli la prima pietra. Però il selfie sistematico è sconcertante almeno quanto il fondamentalismo alimentare pro anoressia. Il detto mens sana in corpore sano, se permettete il latinorum, non è da buttare. Cos’è questa regressione embrionale del fotografarci da soli? A chiedere ‘ciao scusa, mi faresti una foto?’ non ti esplodono le sopracciglia, prova. Al massimo hai detto sei parole fuori dalla tastiera e hai socializzato fuori dal social. Cosa rischi, di perdere un retweet? O di uscire dall’anoressia sentimentale?