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True Detective 2×01 : The Western Book of the Dead

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True Detective (2×01) 

The Western Book of the Dead 

Iniziare da dove si era chiuso il cerchio investigativo della prima stagione con protagonisti i detective Rust Cohle e Marty Hart, più di un anno fa, non è semplice, sia per il pubblico che per la produzione dietro alla nuova serie della HBO. True Detective nel 2014 aveva convinto gran parte degli spettatori, i quali avevano vissuto gli orrori della Luisiana quasi come se avessero tra le mani un oggetto prezioso, un cult televisivo come da anni non se ne vedeva; allo stesso modo la stampa vince-vaughn-true-detective-season-2-posterspecializzata aveva osannato il cast, la regia, la sceneggiatura e l’idea di fondo, ma soprattutto quella originalità nella scelta dei luoghi che rendeva il tutto affascinante, oscuro, esoterico e primitivo.

L’attesa per il primo episodio della seconda stagione è stata incontenibile nei mesi passati, e la scorsa notte, quando la premier ha finalmente visto la luce, mandata in contemporanea con gli Stati Uniti anche qui in Italia grazie a Sky Atlantic con i sottotitoli, un moto di soddisfazione e nostalgia ha afferrato il cuore di ogni fans di True Detective. Almeno per qualche secondo…

Fin dalla sigla di apertura, che prende in prestito, in modo più che azzeccato, il brano di Leonard Cohen, “Nevermind”, inscenando dei titoli di testa a cui già Pizzolato e compagnia ci avevano abituati fatti di dissolvenze e sfumature sui volti dei personaggi principali, si avverte tuttavia un profondo senso di distacco, magari anche logico e giustificabile, percepibile persino dalla cromatura dei colori e dalle tinte usate, stavolta non bluastre o verdognole che ricordavano tanto gli acquitrini della Luisiana, ma gialle o rosse accese come le scritte dei casino di Los Angeles.

Il titolo del primo episodio è The Western Book of the Dead, e possiamo dire fin da adesso che in esso abbiamo riscontrato una certa lentezza nella descrizione degli eventi e analisi non solo dei fatti narrati, ma anche dei numerosi personaggi. Eppure le differenze non finiscono qui, perché se un anno fa Rust e Marty erano gli assoluti protagonisti, capaci di catturare anche con una sola inquadratura o con due righe di dialogo, tanto che a volte la storia stessa veniva messa da parte per sottolineare sfumature profonde del loro rapporto basato su una rivalità e fiducia reciproca, ora Nic Pizzolato ha messo sulla carta ben quattro personaggi principali, tra i quali spicca la detective Antigone “Ani” Bezzerides, interpretata da Rachel McAdams, una importante componente femminile che assieme a Kelly Reilly, nel ruolo della moglie del criminale Frank Semyon, danno un tocco di finto rosa necessario, che amplia considerevolmente il campionario dei partecipanti a questo turno di indagini.

Come di consueto ci sono alcuni dettagli che contraddistinguono il telefilm, come la ricerca dei luoghi sporchi, nonché depravati, della provincia americana, anche se ora, per il momento, questa non affascina come in passato, magari per il suo lato più mainstream e poco personale, ed assieme ad essi è la miseria dell’animo umano a farla costantemente da padrone, accompagnata non solo da uno sguardo oggettivo, ma anche da quello soggettivo dei quattro protagonisti: turbati, alcolizzati, drogati, burberi o violenti.

Sia Ray Velcoro, un baffuto e ingrassato Colin Farrell, che Paul Woodrugh godono di un alone di mistero interessante e dai forti contenuti ancora non espressi, sono delle bombe cariche di potenziale che potrebbero padroneggiare la scena così come pochi altri, magari non ai livelli di Harrelson e McConaughey, certo, ma rimarcando al pubblico di sapere il fatto loro e non essere pedine messe nella storia a caso. La lenta successione dei fatti, in questi iniziali sessanta minuti, tuttavia, ne limita la dinamicità, sebbene non si faccia scrupoli ad accennare la loro natura, dimostrando quanto in essi viva un demonio pronto a innalzarsi nel cielo e sul piccolo schermo. Nell’analizzare l’interpretazione di gran parte dei nuovi componenti del cast, pur restando lontani anni luce dai loro predecessori, l’unico elemento debole rimane Taylor Kitsch, true-detective-collin-farrellil quale forse per il poco spazio a lui datogli non riesce né a sfruttare al meglio le sequenze dove appare protagonista, né a catturare appieno l’attenzione dello spettatore se non per qualche accenno al suo oscuro passato.

Questo episodio, fa strano dirlo, che si colora di quella fotografia che strizza l’occhio ai deserti di quelle città simili a Las Vegas, ad al contempo alle coste di Malibu, si rivela essere più un vero e propri0 incipit, che termina con il ritrovamento del corpo di Ben Caspere, un pezzo grosso dell’amministrazione e socio di Semyon (Vince Vaughn), la quale scoperta, a sua volta, chiamerà all’appello, proprio sulla scena del crimine, Velcoro, Antigone e Woodrugh, i quali, finalmente messi l’uno di fronte all’altro, si squadreranno tra le luci degli abbaglianti delle macchine di passaggio ed i lampeggianti della polizia. Con una lenta e leggermente prolissa introduzione, una presentazione eccessiva sorretta da un montaggio confuso in alcuni frangenti, la quale tecnicamente ci fa rimpiangere la regia attenta e personale di Cary Fukunaga, cercando persino di imitarlo maldestramente in alcuni momenti, si chiude il primo dei due episodi diretti da Justin Li (Fast and Furious), il quale lascerà poi il testimone ad altri film-maker, facendoci onestamente rimpiangere la prima stagione, ma al contempo non dando nulla per scontato, rimanendo fedele, seppur con tutti i numerosi cambiamenti, ad un registro a cui True Detective ci ha abituato un anno fa. Chissà se anche con la stagione due Pizzolato riesca, in un qualche modo, a convincere con i prossimi episodi, anche se, va detto, replicare i discorsi filosofici di Rust sarà quasi impossibile. Dato che siamo di fronte ad un solo episodio non ci sbilanciamo troppo, fiduciosi che si possa fare di meglio, ma al contempo si resta spaventati che lo show prenda una piega inaspettata e tutt’altro che piacevole.

Voto: 7 (Su 10)