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Intervista al futuro del centrodestra

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Uni Info News intervista Lorenzo Castellani, nato a Fabriano, nelle Marche, laureato alla Luiss di Roma, si ispira a una destra che guardi a modelli molto lontani dai nostri, più precisamente quelli anglosassoni. Egli sembra essere il nuovo volto che il centrodestra sta cercando o di cui comunque ha estremamente bisogno. Castellani non è un neofita della politica. Ha affrontato diverse esperienze politico-culturali di centrodestra: dalla finiana Fondazione FareFuturo al radical-libertario Libertiamo, fino alla meteora di ZeroPositivo. Manca ancora però una militanza concreta in un partito poiché non vi è una formazione politica che lo soddisfi e che comunque rispecchi le proprie idee.
Colui che è stata la leva che lo ha spinto verso azioni sul campo è stato Giorgio Stracquadanio, ex pidiellino poi migrato nel gruppo misto e fondatore de Il Predellino, morto il 31 gennaio 2014, proprio grazie a Stracquadanio e al contributo di Castellani si è data origine a La Cosa Blu, un sito che sulla carta doveva servire per rafforzare l’identità del centrodestra.  Il suo programma è descritto nel libro Pensare per governare.

  1. La destra italiana arranca tra populismi senza programmi politici seri e partiti in crisi di identità, che consci di sparire dal panorama delle poltrone che contano, preferiscono sostenere coloro ai quali invece dovrebbero opporsi. Come si spiega questo fenomeno? La destra, il sistema partitico in generale, ha bisogno per forza di una figura di leader carismatico e forte? Ci sono alternative?

Il centrodestra italiano è in via d’estinzione. L’enorme carisma di Berlusconi è stato il veicolo per una grande forza elettorale ma ha anche soffocato l’emergere di qualsiasi classe dirigente, leadership alternative e metodi per scegliere questi leader post-berlusconiani. Oggi il centrodestra è diviso in mille gruppi e anche molto frastagliato dal punto di vista delle proposte. Rimettere insieme tutto e trovare una leadership condivisa oggi sembra un’utopia. L’area moderata va ricostruita da zero, la classe politica è oggi impresentabile, senza visione e priva di credibilità. Per quanto riguarda i rapporti con la destra nazionalista di Salvini e Meloni andrebbe trovata una sintesi sui programmi ed un metodo, le primarie, per stabilire a chi andrà lo scettro del candidato premier. Ad oggi, comunque, l’ipotesi di due destre, una moderata ed una lepenista, sembra un’opzione sempre più probabile proprio per l’incapacità di vecchi e nuovi leader di trovare sintesi e affermarsi. Per i più giovani l’alternativa è lavorare sulle idee, lanciare provocazioni, superare le varie tribù per costruire una nuova classe politica ed è per questo che Sabato 19 Marzo a Milano lanceremo l’iniziativa “Ritorno al Futuro” con il think tank La Cosa Blu.

 

  1. Cosa prevede possa accadere a Roma? La capitale riuscirà a rialzarsi dalle paludi fosche in cui sembra sempre più affondare? O cadrà come in passato sotto gli attacchi dei barbari invasori?

Difficile dire cosa accadrà a livello elettorale, ma sono certo che Roma non uscirà dal pantano amministrativo in cui è finita in poco tempo, serviranno diversi anni per migliorare la situazione ammesso che dalle urne non esca una classe di amministratori ancora peggiore della precedente e non è del tutto escluso. Lo spettacolo offerto da tutti i partiti in queste prime battute della campagna elettorale è desolante e sul centrodestra, in particolare, va steso un velo pietoso.

  1. Quale sarebbero a suo avviso le misure economiche facilmente attuabili per una ripartenza non dico miracolosa, ma che possa smuovere l’economica italiana dalla “crescita” dell’1%, dato visto addirittura come un grande traguardo?

Le misure economiche capaci di cambiare il destino del Paese non sono facilmente attuabili e per questo non si sono ancora fatte. Il punto è sempre lo stesso: abbiamo una spesa pubblica troppo elevata che blocca la produttività del Paese. Fino a che un governo non avrà il coraggio di ridurla drasticamente non vi sarà alcun serio miglioramento. Ridurre la spesa significa ridurre la tassazione su lavoro e imprese facendo ripartire il Paese. Inoltre, il sistema pensionistico è insostenibile nel medio periodo oltreché illiberale, andrebbero aboliti gli obblighi contributivi per gli autonomi ed incentivata la previdenza complementare. Insomma, via le mani dello Stato dai risparmi dei lavoratori. Vanno inoltre riprese le liberalizzazioni, in particolare quelle dei servizi pubblici locali dove vanno chiuse le municipalizzate e aperti i mercati. Abbiamo un total tax rate sulle imprese del 66%, una pressione fiscale reale del 52%, una crescita vertiginosa delle imposte dirette, il cuneo fiscale più alto d’Europa. Come si può pretendere di far ripartire un Paese senza cambiare drasticamente queste variabili? Chiedendo uno 0,5% in più di deficit e spesa pubblica all’Europa si compra solo tempo e non si risolvono i problemi dell’Italia.

  1. In relazione alla vicenda che vede il TAR contrario a un esame sostenuto da alcuni lavoratori per passare da una P.A a un’altra ritenuto dallo stesso organo “troppo difficile”, esigendo quindi che gli stessi lavoratori venissero assunti dando così “lustro” alla nostra efficiente Pubblica Amministrazione, a Suo avviso questo avvenimento è da relazionarsi a una presenza eccessiva da parte della politica in questo ramo del nostro ordinamento?

Qui c’è un problema di diritto e di diseguaglianza prima che politico. Abbiamo troppe norme, un sistema amministrativo troppo condizionato dalle leggi che aumenta a dismisura il potere dei tribunali amministrativi da un lato ed una eccessiva disparità tra impiego pubblico e privato nelle condizioni legali e contrattuali. E’ un altro degli enormi problemi che stiamo rinviando.

  1. Parlando sempre di Pubblica Amministrazione. L’inefficienza della stessa P.A. genera una grave sfiducia da parte delle imprese e dei cittadini nei confronti di questo organo. Quali sono le misure più urgenti da adottare per limitare questo malcontento generalizzato?

Verso i cittadini: spostare tutte le autorizzazioni e i controlli ex post nell’apertura di qualsiasi attività commerciale e/o produttiva, semplificare drasticamente la legislazione amministrative e quella sul lavoro, inserire in Costituzione il principio per cui i cittadini sono liberi d’intraprendere qualsiasi attività purché questa non sia espressamente vietata dalla legge. Nelle amministrazioni: inserire una valutazione delle performance per dirigenti e pubbliche amministrazioni esterna ed imparziale, premiare i dipendenti pubblici non per anzianità ma per merito, iniettare concorrenza e cooperazione tra pubblico e privato, ridurre il numero dei dirigenti che è il più alto d’Europa, eliminare l’articolo 18 e aumentare la mobilità per i dipendenti pubblici.

  1. L’Italia sembra alzare la voce con l’Europa. Pensa che Renzi cerchi di emulare il “collega” Cameron? Ad oggi l’Italia non ha quel posto che, forse, le spetterebbe; in quale modo potremmo da una parte riconquistare la fiducia e l’influenza nella UE? E come tornare protagonisti nel marcato?

Bisogna fare tutto quello che abbiamo detto fino ad ora. Cameron va a Bruxelles rappresentando il Paese più ricco e che cresce maggiormente nell’Unione Europa e solo per questo riesce a portare a casa dei risultati. Ha fatto riforme serie, tagliato decine di miliardi di sterline di spesa pubblica, ha massima flessibilità del mercato del lavoro ed è il Paese più liberalizzato d’Europa. Noi riformiamo a colpi di tweet e a passo di lumaca, complice anche un’opposizione miope ed impreparata. Se non abbiamo il ruolo che ci spetta è soprattutto colpa nostra perché per anni abbiamo mandato a Bruxelles la peggior classe politica d’Europa che allora disertava il Parlamento Europa e oggi piange e strilla contro l’Europa cattiva. Dov’erano i nostri rappresentanti mentre venivano varate regolamenti per il mercato unico molto discutibili e penalizzanti per l’Italia? Si può anche lottare per aumentare la flessibilità o cambiare i metodi decisionali, ma prima devi aver cambiato tutto ciò in cui sei fermo da oltre vent’anni e lo scambio con la flessibilità non può essere più deficit per le mance elettorali ai diciottenni o ai professori, ma una seria politica fiscale che riduca spesa pubblica, burocrazia e tasse.

Matteo Taccola