11 Agosto 2022

 

10014069_10152331576233684_3453868713776156795_oFrancesca Bani è livornese, nata nel 1973, giornalista e scrittrice; grande viaggiatrice e innamorata del Giappone, di Tokyo in particolare, a cui dedica molti poetici scritti. Le sua prime pubblicazioni sono fantasy e vedono come protagonista una bambina, Sibilla, in bilico tra due mondi: il reale e il fatato; i libri sono Sibilla e la piuma dorata (2009) e Sibilla e il mondo perduto (2010)  tutti pubblicati per Alpha libri fantasy, ma, per la gioia dei piccoli, grandi appassionati della storia, Sibilla non ha ancora finito le sue avventure e aspettiamo ancora un altro libro su di lei, il conclusivo: Sibilla e il segreto di luce, che uscirà a Giugno nelle librerie. Cambiando genere, dal fantasy al romanzo, passiamo a Il pianto dei ciliegi – Un amore a Tokyo (Pagliai, 2011) ed a Rockstar – Made in Japan (Pagliai, 2013, sia in italiano che in inglese), libri romantici e poetici. Da poco è uscito Come lama di coltello, un noir ambientato in Giappone di cui parleremo anche qui.

 

A che età hai cominciato a scrivere? Ad essere sincera ho sempre scritto, fin da piccolissima, dalle elementari. Racconti, diari, poesie… Poi ho cominciato a scrivere i “frammenti”, ovvero delle microstorie, con cui ho partecipato a concorsi letterari, ma ero già più grande! Avevo una serie di romanzi nel cassetto. A volte nei cassetti riponevo sogni ed incubi che facevo, fino a realizzare delle storie intere!, e col tempo ho deciso di tirarle fuori.


Dove scrivi di solito? Ho un lato metodico che si sveglia la mattina, si mette lì, davanti al computer o davanti al foglio bianco e scrive; ho altri lati fantasiosi che si sviluppano nei momenti più disparati, di solito quando sono in viaggio, in treno, in macchina, chiaramente quando non guido!, o addirittura quando dormo: mi sveglio la notte di soprassalto, magari alle tre, con un’ispirazione, con un’idea, e scrivo. In questi momenti uso carta e penna; sai, parlavo con un amico tempo fa e dicevamo che noi siamo della vecchia generazione nata senza computer e trascriviamo le nostre ispirazioni ancora con la penna, anche se poi il computer è indispensabile, è molto più comodo. Ogni tanto mi capita di scrivere su cellulare, magari quando sono sprovvista di penna. Se invece sono ad un concerto, per non perdere un’idea sono costretta a ripeterla nella mia testa venti volte per non dimenticarla! Nella scrittura non si butta via niente, tutto è utile!

Il tuo personaggio fantasy, Sibilla, com’è nato? È nata da un sogno, ho sognato nitidamente delle scene del libro, i primi capitoli. Sibilla è una bambina che si sveglia un mattino e trova un regalo inaspettato che darà vita alla storia. Grazie a questo dono inizierà a vedere con gli occhi del suo alter ego maschile. Sibilla abita, tra l’altro, in un luogo ben identificabile, un paesino tra le colline nei pressi di Firenze, va a scuola e conduce una vita normale, mentre il ragazzo vive in un’altra dimensione, in un universo parallelo.

Ci sono altre storie, come, per fare un esempio, Doraemon, in cui è tutto un sogno del protagonista. Anche Sibilla sogna? No, assolutamente, l’altra realtà è concreta, esiste. Lei capirà che i due mondi esistono ma si trovano su due binari paralleli, l’incontro con l’altro non è casuale, ma sarà necessario poi tornare alla vita di tutti i giorni; è un percorso evolutivo e formativo.

Dopo aver sognato Sibilla hai subito pensato di fare in futuro pubblicazioni su di lei? No, inizialmente no. Ho scritto di lei per il bisogno fortissimo di creare, finalmente e per la prima volta nella mia vita, un storia completa, è stato come un fiume in piena che mi ha spinto ad arrivare fino all’ultima pagina, mentre di solito scrivevo piccoli racconti e microstorie. Quando ho finito, a quel punto, mi sono ritrovata con un prodotto concluso e mi sono detta “perché no?, buttiamoci”!

Hai mai avuto la tentazione di eliminare un prodotto concluso? Non mi è mai successo, ho solo accantonato delle bozze, che potrò utilizzare in futuro o che magari non svilupperò mai, messe in stand-by. Vedi, all’inizio c’è in gioco un processo istintivo nello scrivere che poi diventa razionale ed in grado di portarti in discesa, fino alla fine di un libro.

Fai anche delle scalette? Dall’idea iniziale nasce uno scheletro da riempire con la carne dei capitoli che possono anche venire alla luce casualmente, a volte mi capita di scrivere prima il finale dell’incipit. Altre volte, come è successo per il mio ultimo romanzo, scrivendo arrivano nuove idee per ulteriori storie.


Sei passata da Sibilla a Rina, dal fantasy per l’infanzia alla narrativa per adulti: come mai questo stacco considerevole? Beh, i libri per bambini sono affascinanti e permettono di tornare in contatto con la parte infantile di noi stessi, ma ad un certo punto si fa sentire la necessità di spaziare ed affrontare temi più adulti; in questo senso i libri per ragazzi ti limitano nel linguaggio e nella concezione.

Mi ha incuriosita molto la tecnica de Il pianto dei ciliegi, perché dapprima non si riesce subito ad afferrare il filo del discorso, bisogna proseguire. E’ stata una scelta fatta spontaneamente o studiata per attirare l’attenzione del lettore quella di impostare così il romanzo? Molto spontaneamente, molte cose avvengono per caso, il mio collega qualche giorno fa al Tan (Andrea Falchi, ndr.) mi ha fatto notare che Come lama di coltello si apre e si chiude con lo stesso termine, “lama”, ma non è stato un dettaglio voluto. E’ questione di istinto!

In Rockstar Yuki, la protagonista, ha i capelli naturalmente color miele e tratti orientali; si sente giapponese a tutti gli effetti, nonostante le sue origini non siano subito chiare. Come mai Yuki ha questo aspetto particolare? Da un lato avevo bisogno di una protagonista che non fosse interamente giapponese perché ancora continuo a guardare la realtà del Giappone come una straniera, da gaijin, e sentivo la necessità di trovare maggiori punti di contatto. Da un altro lato mi piaceva questo mix tra cultura occidentale e cultura orientale e questo sentirsi fuori posto ed al contempo a casa, una sensazione che anch’io provo in quei luoghi.

Ho notato che in Rockstar cominciamo ad avvicinarci al giallo: cose non scoperte, misteri, e, come ma più velatamente nel libro precedente, un finale a sorpresa. Si può definire un libro di transizione tra il primo romanzo e questo noir? Sì, ho sempre avuto il desiderio di scrivere un giallo ma mi sentivo inadeguata, incapace perché è un genere, per la verità, piuttosto scientifico, bisogna riuscire a creare una trama complicata, a far incastrare ogni dettaglio. Ho provato, alla fine, il noir, che ti permette di approfondire gli aspetti psicologici. Non è il classico giallo alla Agatha Christie dove nell’ultima pagina viene svelato il mistero e tutto diventa chiaro, anzi il finale rimane sospeso nella nebbia, potremmo dire.

tokyo-nightUna domanda scontata: perché il Giappone in un’Asia così grande? E come mai Tokyo in un paese così vasto? Sono stata in Thailandia e in Cina (ho studiato cinese) e sto imparando a conoscere la cultura orientale. Giappone perché per me contiene l’enigma, l’enigma del tentare continuamente di conciliare Oriente ed Occidente, la spinta estrema verso la modernità e allo stesso tempo lo sguardo alla tradizione; contrasti affascinanti. Tokyo perché, secondo me, è la punta di diamante del Giappone: il resto del Paese è fitto di piccoli paesi e piccole città più conservatrici e in gran parte popolate da anziani, mentre Tokyo è una metropoli sperimentale, avanguardista, piena di giovani, piena di energia e pronta ad “esplodere”.

Forse è anche esagerata… Sì, in alcuni aspetti, ma è un’esagerazione contenuta che s’esprime nella moda e nei colori. Loro hanno, però, un senso della privacy fortissimo, sono una società che vive la contraddizione tra la chiusura e il bisogno estremo di rapportarsi al mondo esterno; la loro cortesia sembra un paravento dietro cui nascondersi, la cortesia e la forma sono indispensabili in tutto: nel disporre il cibo, gli oggetti, i fiori e nell’arte.

Un nostro vecchio galateo? Sì, un estremo galateo che sfocia però in una “sfrenatezza” che noi possiamo vedere nei popoli del nord Europa. La tendenza a bere eccessivamente dopo il lavoro per sfogarsi e per scrollarsi di dosso una società che li opprime con regole molto strette, molto rigide… In Giappone può capitare di vedere i colleghi che escono insieme dall’ufficio per andare nei locali e all’uscita sono devastati, alcuni vengono portati a braccia; per noi andare a bere qualcosa significa fare due chiacchiere con un amico, per loro diventa una valvola di sfogo e possono perdere il senso del limite.

Parli giapponese? Sto imparando!

Ti documenti molto con Internet? Certo, tantissimo, Internet ti permette di accedere a migliaia di informazioni, di discutere con gli appassionati e vedere video. Uso la fantasia perché un libro deve permetterti di evadere e di inventare, quindi la base è sviluppata in Giappone. L’ambientazione è importante, ma dentro c’è la mia storia; potrei descrivere i sentimenti dei miei personaggi, che sono universali, anche in altri luoghi, per esempio potrei sostituire Tokyo con Los Angeles perché il fondo e l’essenza delle megalopoli è sotto sotto sempre lo stesso, anche per quanto riguarda i meccanismi con cui agisce la criminalità.

Francesca, sei livornese, toscana e italiana: dal tuo punto di vista c’è qualcosa in comune tra Italia e Giappone? Forse un particolare sentimento? Paradossalmente hanno dei punti di contatto nonostante la distanza enorme; ormai c’è una globalizzazione generale, per cui i modelli di riferimento sono diffusi ovunque e sono sempre gli stessi. Ma se vogliamo paragonare la mentalità livornese con quella giapponese, ci sono delle somiglianze perché anche noi guardiamo sempre all’America, siamo stati una delle prime città dove è stato aperto il McDonald’s, abbiamo il Mercato Americano, amiamo i telefilm e la musica degli Stati Uniti, i ragazzi di qui come loro adorano il surf, il mare e la pesca. Un’altra cosa comune è il senso della famiglia, il rapporto molto forte con i nonni: i ragazzi giapponesi spesso vengono cresciuti dai nonni quando i genitori lavorano. Cose che non accadono in Usa dove a sedici anni vai via di casa e rivedi tua madre magari solo per la festa del Ringraziamento.

Ed in Giappone quando vanno via di casa? Più o meno quando vanno all’Università, ma mantengono dei rapporti con la famiglia molto forti; per esempio quando tornano a casa i familiari li riempiono di cose da mangiare, da portare via… anche loro come noi hanno una fissazione per il cibo! Tra l’altro la televisione giapponese somiglia molto alla nostra: è invasa da programmi di cucina che iniziano alle otto di mattina e vanno avanti fino alla sera! Poi ci sono questi “salotti” pieni di personaggi improbabili che parlano di qualunque argomento, un po’ come da noi!

Queste somiglianze tra Giappone e Italia ti hanno spinta a creare il personaggio di Rina nel Pianto dei Ciliegi? Magari inserendo una parte di te in rapporto con un giapponese, Akito, e col Giappone… Ho inserito il mio sguardo esterno, estraneo… In realtà Rina mi assomiglia solo in poche e piccole cose. Differisco dai miei personaggi, ma in ognuno di loro c’è una parte di me.

Come in una tela: ogni pennellata viene dalla mano del pittore. Sì, esatto. Io preferisco, però, non mischiare la mia vita con quella dei miei personaggi.

I nomi dei tuoi personaggi sono “casuali” o li scegli con accuratezza? Forse anche il loro significato è importante.. Li scelgo con attenzione, ma ogni tanto vengono fuori delle casualità interessanti: per esempio, il nome del mio ultimo personaggio Ryu è stato pensato a lungo, mi piaceva l’idea del drago, ma la scelta del cognome è stata casuale, semplicemente Hayashi suonava bene… Poi ho scoperto che significa foresta! “Drago della foresta” può funzionare!

Ryu è l’eroe del tuo noir? Mi piaceva creare un eroe un po’ vecchio stampo, tutto istinto e pugni, non indaga in maniera molto scientifica e razionale! Lo vedo anche come un cavaliere antico, un uomo d’altri tempi e al contempo molto moderno, sensibile e combattuto.

Tra l’altro Ryu, Drago, è un elemento positivo. Certo, in linea di massima – nonostante ci siano anche i Draghi demoni – i Draghi sono elementi positivi, spesso personificazioni di fiumi, montagne, laghi… Anche lo stesso Giappone si può identificare in un drago per via della forma delle sue isole distese nel mare. Ryu è un nome che rispecchiando l’ideale di forza e bontà viene dato a molti bambini.

Credono molto nella fortuna! I cinesi sono superstiziosissimi, i giapponesi un pochino meno, sono più influenzati dalla modernità, ma credono molto sia nelle preghiere sia negli amuleti: prima di un esame o prima di un’operazione vanno al tempio, pur non essendo molto religiosi, e comprano un amuleto e lo conservano.

Quindi daranno anche importanza ai sogni… E’ difficile generalizzare. Da un altro lato il contatto con la modernità e la tecnica li ha portati ad essere più razionali e scientifici. Molti tendono a mantenere un certo distacco, anche se a volte è solo apparente: è difficile cancellare le profonde radici animiste e la fede nella potenza della Natura.

Pensavo al nome di Sakura, fiore di ciliegio, ciliegio.. C’è spesso nei tuoi libri, ha un valore particolare? Se penso al Giappone penso ai ciliegi. hanami6Quando ho scritto il primo libro non immaginavo la profusione dei ciliegi giapponesi bellissimi quando sono in fiore. I fiori di ciliegio sono fragili e delicati, perfetti ma destinati a svanire pur essendo persistenti (la fioritura dura settimane). In loro vedo la forza e la caducità del samurai, ma anche il senso della bellezza e della perfezione che i giapponesi sembrano cercare. In Rockstar il personaggio maschile è “botulinizzato” e palestrato, cerca la perfezione a tutti i costi… E’ l’estremizzazione del desiderio di vivere per sempre e per sempre giovani.

Pensavo anche ad Umi, prima, il cagnolino di questo ultimo personaggio. Umi significa mare: parola che ritorna spesso nei tuoi libri! Passione labronica? Io sono innamorata del mare! Beh, come i giapponesi… Il mare è nel loro DNA, sono circondati dal mare vivendo in un arcipelago. Anche chi abita nell’entroterra più roccioso nutre il desiderio del mare.

A loro piacerebbe Livorno? Chissà, forse sì.

Abituandosi ai baci e agli abbracci… E’ un problema! Loro amano l’Italia, ma non amano molto gli italiani: a loro non piace il nostro modo di vivere e il disordine. Noi ad esempio in un treno vuoto tendiamo a sederci gli uni vicini gli altri, loro cercano di sedersi il più lontano possibile. In Italia se c’è una spiaggia deserta e ti sdrai una persona che arriva corre a mettersi accanto a te! Diciamo che abbiamo un senso della socialità molto forte!

Ma ci litighiamo spesso, soprattutto con l’avvento di Internet. E loro come lo vivono? Usano Facebook, Twitter e i vari canali che anche noi conosciamo ma sono più silenziosi, in tutti i sensi. Negli autobus, metropolitane e mezzi di trasporto sono vietate le suonerie. Stanno seduti con la testa immersa nel telefonino.

Noi siamo anche molto violenti, non ci facciamo problemi ad insultare o augurare le peggio disgrazie nascondendoci dietro lo schermo. Loro? Non ho la padronanza del giapponese adatta per capire questo, però ho notato delle prese di posizione contro dei personaggi dello spettacolo che mettendosi in evidenza si rendono bersaglio. A volte la cattiveria scaturisce dall’invidia o dalla gelosia. Sentimenti a base umana.

Tornando al noir: so che continuerà con un altro libro, ma ci puoi dire se c’è un messaggio che vuoi trasmetterci, un po’ tipico del genere.. Non ho in mente un messaggio da trasmettere, io descrivo umori, sentimenti, emozioni, psicologie, situazioni…1900234_10152371076358684_9133407746433563282_o

E ti piace la fotografia? Oh, sì! Fotografare, dipingere, raccontare…

Ci dai una piccola anticipazione?A volte in un noir non c’è nemmeno la soluzione del caso. Ce la darai? Sì, sì, sì! Il secondo libro è già concluso, pochi mesi ed uscirà e sto scrivendo il terzo. Lo devo un finale ai miei lettori! Non voglio tenerli troppo sulla corda! Con i primi tre libri Ryu completerà il suo percorso. Ma ho già in mente altre avventure sempre con il mio investigatore come protagonista.

E c’è un finale anche per i piccoli lettori? Certo, l’ultimo capitolo di Sibilla uscirà a fine Giugno!

Sai che ho visto anche i tuoi dipinti? Sono rimasta molto colpita! Come hai scoperto questa passione? E’ il mio desiderio di esprimermi, di raccontare che passa anche dal pennello e dalla tela, ma sono proprio agli inizi! C’è molto “umi” nei miei dipinti, mi appassionano paesaggi marini e frutti di mare!

Grazie Francesca, abbiamo finito!

 

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Sveva Balzini

Come comincio? Effettivamente scrivere una biografia, anche piccola, è impegnativo. Insomma, che si deve dire di preciso di noi stessi? E' un po' come il blocco dello scrittore, solo che a me è venuto già all'inizio di questo scritto. Ah, già, qualcosa c'è. Sono una studente classe '99, con molti interessi: politica, cultura, società, storia... Adoro scrivere, ma questo sicuramente lo avete capito. Se no non sarei qui ad "allietarvi". O no?

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