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Requiem per un amore – Curve unite contro l’assassinio burocratizzato della Domenica calcistica

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Questo articolo sarebbe dovuto nascere in tutt’altra maniera, ma dopo i più recenti fatti di cronaca si è resa necessaria una premessa.

Mi sono sentita in colpa, dopo Domenica, per la mia “Apologia del tifoso”, per il tentativo di difendere il mio stadio, la mia curva, per il voler andare contro corrente, differenziarmi dalla massa dei media spinti dalla smania conformista di fare di tutta l’erba un fascio e di considerare tutti i tifosi come “banditi di guerra”.

Mi sono sentita in colpa per la mia indignazione, per il parteggiare per le ragioni di chi allo stadio non si è più sentito a casa, ed è stato costretto ad abbandonarlo.

Ci ho pensato a lungo, allora, e mi sono chiesta se avesse senso, se non fosse sbagliato difendere tutto ciò. Poi, però, ho capito che stavo sbagliando nel presupposto.

Stavo compiendo l’errore stesso che accusavo gli altri di fare, ossia massificare. Accomunare gli pseudo-tifosi da manette ai tifosi veri, i primi che ci stanno rimettendo, poiché questa irragionevole, illogica condizione di sorveglianza repressiva della Thinkpol all’Olimpico sta penalizzando tutti, tutti i tifosi.

Perciò ho deciso di parlarne di queste curve, del loro sciopero, e delle loro ragioni.

E di andare a chiederlo proprio a loro, quelli che nessuno ascolta, la parte violenta, malata della società.

Sono andata a chiederlo a coloro che, tra i quasi 20’000 abbonati annuali che stanno disertando lo stadio, abbonati da anni, e fedelissimi in casa quanto nelle più remote trasferte, non si sono mai trovati a corrispondere alla descrizione che la società gli ha addossato.

Per ovvi motivi è stato garantito l’anonimato, ma quello che voglio fare oggi, che spero di riuscire a fare, è far capire che quei demoni da stadio che molti di voi appenderebbero a testa in giù non sono altro che i vostri amici, i vostri figli, i vostri compagni di università.

 

Dunque cerchiamo di capire, per prima cosa, cosa stia succedendo a Roma da un anno a questa parte.

Entrambe le curve, quella della Lazio e quella della Roma, stanno portando avanti uno sciopero a seguito della decisione del Prefetto Franco Gabrielli di portare in scena nell’area stadio una rappresentazione permanente del 1984 orwelliano, con qualche influenza giacobina, giusto per ristabilir l’ordine in questo mare di sregolati dalla lama facile.

Perché? Viene da chiedersi.

La situazione all’interno degli stadi è davvero così pericolosa da giustificare un dispiegamento tale di forze (non solo stewards, ma agenti di polizia, reintrodotti per l’occasione), controlli e misure contenitive all’interno dell’Olimpico?

All’occhio di tutti è chiaro come la situazione sia nettamente migliorata rispetto agli anni di inizio ’00, e molti si chiedono se in realtà le motivazioni della Prefettura non siano invece uno specchietto per le allodole, giustificazioni addotte sulla base di esigenze di sicurezza e ordine pubblico in realtà del tutto eccessive, non più necessarie.

Le tifoserie ribattono che da anni ormai all’interno dello stadio non vi sono episodi eclatanti di violenza, mentre le frange scatenate del tifo si sono riversate negli scontri all’esterno dello stadio.

C’è chi si chiede quindi se queste misure non siano il risultato di pregiudizi radicati – e spesso, va detto, non biasimabili – nei confronti della tifoseria, soprattutto della tifoseria di due squadre, la Lazio e la Roma, sicuramente “attive” nell’ambito del tifo organizzato, e che si sono rese negli anni protagoniste dei più neri episodi di cronaca calcistica.

Ma non si è il pregiudizio spinto troppo oltre?

Non si corre il rischio di massificare e – peggio – mistificare l’“essere ultras”, confondendo il tifoso con l’ultras, e l’ultras con il delinquente?

Ma ultrà non significa delinquente. Delinquente significa delinquente.

 

Tentiamo quindi di andare a guardare alle motivazioni di entrambe le parti, e nel farlo mi scuso, ma ammetto di aver tentato, ma di non essere riuscita a tenere un atteggiamento equidistante.

 

Le ragioni del Prefetto Gabrielli sono facilmente riassumibili in tutto ciò che rientra in una sola parola: sicurezza.

Sicurezza ed incolumità per il cittadino, cittadino perbene, che ha il diritto di essere sicuro allo stadio come in qualsiasi altro luogo.

Stadio diventato – per il Prefetto – porto franco dell’illegalità, nel quale sono proliferate situazioni di impossibilità di gestione che hanno portato ad un’unica via che escludesse la chiusura dell’impianto: il pugno di ferro.

Reintrodotta dopo anni la polizia all’interno dello stadio.

Stop agli scavalcamenti delle divisioni dei settori.

Stop all’occupazione della “scalinata gialla”, costruita nel 2006 dall’allora Prefetto Serra in divisione delle Curve proprio per agevolare gli interventi di FF.OO. e personale sanitario in caso di necessità, ma che veniva permanentemente occupata dagli spettatori. E per assicurarsene: barriere in acciaio a separare i tifosi.

Stop al libero posto in Curva.

Ricordo che la prima volta che mio padre mi portò all’Olimpico, anni e anni fa, gli feci notare contrariata che i nostri posti erano stati occupati, terrorizzata dal fatto che – sedendomi di conseguenza al posto di un altro – questo venisse poi a reclamarlo, come spesso accade non so..sul treno.

Ricordo che si mise a ridere, che mi disse di non guardare ai numeri dei posti, che ci sedemmo dove capitò e la signora seduta al posto mio mi offrì anche un panino con la mortadella.

Off thread, ma voglio far capire anche a chi non c’è mai stato qual è l’odore che si respira.

Quanta sia stata l’emozione della prima volta, del sentirsi parte del tutto, di una famiglia che non può essere imbrigliata e incatenata negli schemi precostituiti delle istituzioni.

È assolutamente barbaro vedere che Gabrielli, agendo come un moderno Filippo, guardi all’Olimpico come al suo impero, e sia lasciato libero di agire indisturbato con il suo “divide et impera”, piantando barriere che significano molto più dei muri in vetro e acciaio che concretamente dividono in due la curva.

Possono dividere la curva, ma non possono dividere noi”.

È la frase più bella che ho sentito durante l’intervista. La sintesi perfetta di tutta la passione che trasuda dalle parole dette, dal gesticolare, e dai racconti di una vita.

Foto Alfredo Falcone - LaPresse25/05/2015 Roma ( Italia)Sport CalcioLazio - RomaCampionato di Calcio Serie A Tim 2014 2015 - Stadio Olimpico di RomaNella foto:coreografia lazioPhoto Alfredo Falcone - LaPresse25/05/2015 Roma (Italy)Sport SoccerLazio - RomaItalian Football Championship League A Tim 2014 2015 - Olimpico Stadium of RomaIn the pic: choreography

Le barriere riducono la capienza dei settori e permettono un più agevole controllo degli spettatori.

Ma cosa significano realmente queste barriere per chi la curva la vive come una casa?

All’interno del mondo della curva si viene a creare un gruppo portante, attorno al quale si aggrega il resto del tifo, “c’è unità, quindi, non separazione”. Il centro della curva, la parte calda, accoglie attorno a sé tutto il resto dei tifosi e solo chi ha provato almeno una volta in vita sua la gioia dello stadio può capire di cosa si stia parlando.

Non c’è emozione, non c’è spettacolo se si toglie alla squadra il suo dodicesimo uomo.

Ci sono stati momenti in cui le partite non le ho neppure viste, ma le ho vissute insieme alla curva, le ho sentite, respirate con gli altri che erano con me.

Cos’è lo stadio senza l’emozione?

E tutti questi atti sembrano volti non a riportare la gente allo stadio, non a ripopolarlo di famiglie e bambini, ma a svuotare lo stadio dai tifosi.

Riempire l’Olimpico come uno Juventus Stadium qualsiasi, di occasionali in cerca dell’emozione da “stadio-salotto”, dei negozi di merchandising, dei lounge a tema, dei centri commerciali e del ricordino chefafigo.

Una macchina da soldi in cui della bellezza del tifo nostalgico non rimane nulla.

Un modello inglese che non piace, e a cui la curva risponde un deciso “Frangar, non flectar!

 

Fuori non per sciopero o per protesta, ma per tifare senza chinare mai la testa“, si legge su uno striscione della Sud.

I tifosi non vogliono piegarsi ad andare allo stadio alla maniera inglese, a vedere soffocata la propria libertà, snaturando il proprio ruolo, arrivando a situazioni paradossali e vergognose come quella del Febbraio scorso al Parc des Princes, quando la polizia ha spruzzato spray al peperoncino sulla folla per placare l’esultanza.

Faccio giudicare a voi il livello di violenza da placare: https://www.youtube.com/watch?v=u11lQotGo5o

 

In questo momento il buonismo ci impone di considerare il tifo organizzato come un cane a tante teste, che va ammansito e addomesticato.

Quello che la Prefettura tenta di fare è quindi prendere provvedimenti estremi per dimostrare di aver risolto la “questione ultras” in un luogo in cui non c’era nemmeno più una questione.

Ma così, tarpando le ali allo spettacolo, ci rimettono tutti.

Questo è stato il derby con meno spettatori della storia, 23.000, meno che al Flaminio durante la ristrutturazione dei Mondiali del ’90. E tutto ciò è triste per ogni amante del calcio.

Del calcio vissuto con passione e dedizione, che del modello inglese e dei suoi spalti silenziosi, dei cori programmati, senza bandiere, striscioni o fumogeni, senza coreografie, ne fa volentieri a meno.

E mi ci sono trovata, più volte, ad essere l’unica italiana burina a sbraitare, in piedi, contro Carroll mentre lo stadio in rispettoso silenzio guarda gli Irons prenderne tre nel derby più sentito di Londra.

E non è piacevole.

*(Oltretutto un consiglio: non fatelo quando ci sono i seggiolini a molla).

 

Per questo la protesta deve continuare, per quanto sia dolorosa per tutti, economicamente (ricordo che gli abbonamenti pagati – e manco poco – non sono stati utilizzati) ma soprattutto emotivamente, perché costringe tutti a rinunciare ad una parte importante della propria vita, fatta di cuore e di emozioni da vivere in unità.

Il fatto che le intere curve – e non solo le “sparute minoranze” “ultras” abbiano smesso di andare allo stadio, fa cadere il messaggio che le istituzioni intendevano mandare: non era solo il delinquente che ci avrebbe rimesso con queste indispensabili misure di sicurezza?

L’aumento dei DASPO all’Olimpico del 265% in un anno (68 nell’intero 2015, 255 nei primi tre mesi del 2016) la dice diversamente.

Le multe salate per il non rispetto del proprio posto in gradinata, a chi è stato beccato dalle telecamere invasive dell’occhio del Grande Fratello della Prefettura, la dicono diversamente. (Multa che vale come ammonizione: al secondo giallo scatta il Daspo).

BIG-passione-non-si-divide-striscione

Per Gabrielli c’è una “malattia da debellare”, ma ci stiamo chiedendo quale sia? Se non sia solo questa la mano della sovrastruttura-Stato, lo Stato-dominus che fa le regole che a lui giova che siano rispettate.

E il dualismo tifoso-delinquente è proprio la mistificazione di cui si serve per giustificare i suoi atti repressivi, di chiusura, divisione ai fini dell’imprigionamento negli schemi di un sistema chiuso di chi vive di una mentalità che vive di schemi propri.

Schemi sociali che non possono essere imbrigliati in strutture estranee.

E a pensarla così sono in tanti. Potrei portarvi le testimonianze di sconosciuti quanto di illustri, ma preferisco portare ad esempio la voce di chi nel sistema-istituzione ci vive e ci lavora, come il Giudice delle indagini preliminari Alessandro Arturi, che nella sua ordinanza in cui respinge la legittimità della richiesta del Daspo per un tifoso romanista reo di aver acceso un fumogeno fuori dallo stadio, definisce le proteste come “legittimo dissenso” che esprime il malcontento popolare nei confronti dell’adozione di misure “immotivatamente punitive” che vanno a dividere ciò che la passione ha unito, e che più che coloro che volevano colpire, colpiscono tutti i tifosi: in primo luogo quelli colpiti materialmente dalla divisione delle curve in quanto, avvenuta ad abbonamenti venduti, ha reso necessaria una redistribuzione dei posti, in secondo luogo la tifoseria tutta, che ha quindi il diritto – costituzionalmente garantito – di esprimere liberamente il proprio dissenso in qualsiasi modo che non comporti l’uso della forza.

 

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Adesso la tensione dell’attesa, delle coreografie, del momento in cui avremmo attraversato i tornelli e sentito il fischio d’inizio, dell’incertezza della gioia o delle lacrime, è tutto svanito. Quella tensione si è trasformata in una tensione diversa, nella rabbia e nell’indignazione che ha unito le due ali opposte di Roma in un duello ad armi impari con le istituzioni.

 

Se da una parte le ragioni di alcune delle misure possono essere condivise, soprattutto in ragione del delicato momento globale attuale, in cui l’interesse primo è – e deve essere – preservare l’incolumità del cittadino da pericoli ben più grandi di una curva aggressiva; dall’altro mi pare ingiusto che tali misure siano così invasive da andare a colpire gli stessi soggetti che si prefiggono di tutelare, minandoli nella propria libertà di espressione, sopprimendo ogni residuo di democrazia sotto il pretesto di ripristinare l’assetto d’ordine sovvertito da anni di autogestione criminale.

Siamo in un momento in cui si è reso ormai necessario perquisire i bambini e i disabili, togliere i tappi alle bottigliette, sequestrare gli accendini (misure ridicole, certe volte), i deodoranti, le monete, i tamburi, i megafoni, i fumogeni.

Ok telecamere dunque, ok controlli. Ma il problema vero si pone quando lo Stato identifica il nemico da abbattere nel tifoso stesso, all’interno della sua casa.

Il tifoso viene visto dallo Stato come un antagonista, e non come possibile alleato. E allora i controlli diventano folli, e si viene convocati a dover dare spiegazione in questura per uno striscione innocuo, in un clima di Terrore in cui la libertà di parola è cancellata, stuprata da chi cerca di controllare le menti invece che le mani.

Da chi decide di eliminare il “turpiloquio” dagli spalti, oltre che le mazze, gli striscioni di protesta ormai, oltre a quelli “contro l’ordine e la sicurezza pubblica”.

(Per capirci: la determinazione nr. 14 dell’8 marzo 2007 dell’ONMS sull’introduzione degli striscioni negli impianti sportivi parla di “striscioni dal contenuto violento, ingiurioso o, comunque espressione di razzismo, di antisemitismo, di vilipendio etc.”, quindi dovete spiegarmi come le domande a Lotito, o “La curva non si divide” possano violare tali requisiti).

Di alzare le barriere tra i tifosi nel luogo in cui di solito si buttano giù, in controtendenza rispetto al resto dell’Europa e alle direttive Uefa. (Perché ricordiamo che le barriere sono amovibili in appena tre ore proprio per permetterne la rimozione in ambito europeo, paradossalmente).

E lo fa sperando così di ripopolare lo stadio di famigliole felici in cerca del brivido della Domenica, emarginando chi lo stadio lo vive a modo suo, e così lo ha sempre vissuto. E a modo suo non vuol dire con violenza, ma con passione. Passione che non può più permettersi di esternare da quando è tornata la censura al potere.

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Una lotta impari quindi, perché il tifo dovrebbe capire che sta (stiamo) lottando contro chi da perdere non ha nulla, al contrario nostro: non pare il vero alla prefettura di non avere problemi la Domenica, a nessuno importa della protesta silenziosa di chi non c’è.

Ancora meno importa alla Lega Serie A dei presidenti che preferiscono gli spettatori ai tifosi.

E proprio per questo dovremmo aprire al dialogo. Non riesco a rassegnarmi a questo sciopero a oltranza, che prima o poi dovremo per forza finire, e che non avrà portato a nulla, se non sofferenza, a se stessi e alla squadra.

Mi dispiace che i tifosi non vadano a vedere la partita. Se si immaginano che la soluzione del problema sia il muro contro muro in cui debbano cedere le istituzioni, mi sembra un po’ improbabile (Franco Gabrielli)

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Oltretutto perché il Prefetto – più o meno realisticamente – ha prospettato possibilità di aperture, di smorzature, di concessioni: a Febbraio è stato firmato un protocollo di Intesa alla Prefettura di Roma tra la Questura, la Lazio, la Roma e il Coni.

Meno polizia e più steward negli stadi, creazioni di sportelli ad hoc per l’autorizzazione degli striscioni e il dialogo con i tifosi, la promessa di rimuovere le barriere se non si verificheranno episodi.

Perciò quali sono le strade percorribili? Scioperare a vita, lasciare la squadra sola per un altro anno, e per chissà quanto, o chinare il capo davanti a chi pretende di trasformarci in automi all’inglese, seduti composti, mani sulle ginocchia, in stadi in cui l’unica possibilità di denunciare il disagio è con qualche sommesso “ooh” di disappunto, con il risultato che la contestazione – come accade, appunto – si sposta all’esterno, creando ancora più problemi.

 

Hanno cercato di strapparci il cuore, ma cosa succede a un corpo quando gli viene tolto il cuore? Muore.

Quindi ci pensi signor Prefetto. Ho letto il suo curriculum eccellente, ma non so Lei che squadra tifi.

Non so se ha capito che non si può trattare il calcio come un’emergenza qualsiasi, con i metodi da analista che lei ha, con il raziocinio che la risoluzione dei problemi le ha sempre richiesto.

Ma le voglio dire solo una cosa, signor Prefetto. Non ci tolga il cuore.

Se non avessi avuto cuore, avrei tifato un’altra squadra.


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