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Quando negli anni ’50 del XIX secolo il poeta Théophile Gautier osservò “Il seminatore” di Millet dichiarò che era stato dipinto con la stessa terra su cui stava seminando. L’allusione alla consistenza “argillosa” del contadino non era casuale ma il frutto della constatazione di una realtà, tanto vera per il passato quanto in via di scadenza per l’immediato futuro: l’uomo, da millenni, è stato legato come una bestia da soma al ciclo delle stagioni.

Le stagioni a cui tanto poco noi contemporanei prestiamo attenzione erano, in età preindustriale, determinanti per le sorti dei destini collettivi.
Un esempio fra tutti lo riporta una cronaca veneziana del 1559 la quale è documento di una verità strabiliante: la superiorità turca nella guerra navale sui veneziani (una costante nella metà del XVI secolo) è giustificata non da particolari strategie o apparecchi innovativi utilizzati dal turco ma piuttosto dal fatto che “Li boni tempi usano in quelle parti più a bon hora che in queste”. Nel bacino dell’Egeo, sotto controllo ottomano, la primavera arrivava in anticipo rispetto all’adriatico pertanto le galere del sultano potevano rifornirsi di ingenti quantità di viveri e uscire all’attacco già in marzo; al contrario la flotta della Serenissima, in quel periodo di magra, non poteva resistere a una guerra per mare prolungata.

La stessa influenza sulla vita degli uomini l’avevano le condizioni meteorologiche poiché, in un’Europa prevalentemente agricola, il raccolto è alla mercé degli eventi atmosferici. Se nelle coste del Mediterraneo il vento del Sud soffia alla viglia della mietitura, il grano secca prima di essere completamente maturo oppure, se già maturo, si sgrana; il contadino miete sovente di notte, al fresco, poiché il grano troppo secco cade a terra durante il giorno. Sino all’ultimo momento non si è sicuri della messe, bastano alcuni sbalzi di temperatura perché l’esistenza delle persone sia messa in pericolo. Allora tutto cambia, anche la politica perché se i raccolti sono stati insufficienti nelle città scoppiano le rivolte; gli eserciti non possono essere mantenuti in guerra e i progetti bellici dell’inverno sfumano.

 

Per quanto concerne quella “data di scadenza per l’immediato futuro” citata più sopra si deve intendere la fine del mondo contadino avviatasi con le rivoluzioni industriali e, più specificamente con la seconda, si registrò una lenta ma progressiva diminuzione degli occupati nel settore primario, i quali negli anni ’50 del novecento si ridussero di così tante unità da chiudere un ciclo millenario apertosi nel Neolitico: più del 50% della popolazione mondiale non era più impiegata in agricoltura.

L’inversione di tendenza qui indicata rappresenta forse il più esemplare fra quei mutamenti che per Fernand Braudel avverrebbero solo nella cosiddetta longue durée ossia quella storia quasi immobile, di lento svolgimento, dei rapporti dell’uomo con l’ambiente, di cicli incessantemente ricominciati. Essa si manifesta ai nostri occhi come la struttura della storia; la sua ruota gira con movimenti plurisecolari se non millenari, ma al momento che lo scatto ha risuonato, le mentalità collettive di una civiltà e la sua vita quotidiana ne sono intimamente modificate.

Vi sono altri eventi che avevano pieno diritto di cittadinanza nelle permanenze della lunga durata ma che ad essa si sono ribellati.
Di capitale importanza per la genesi del mondo attuale è stato il passaggio dalle cosiddette economie-mondo al mondo globalizzato. Dove per le prime si intende l’economia di una regione, di una parte circoscritta del nostro pianeta, a condizione che essa formi una totalità, un’insieme più o meno autosufficiente; come poteva esserlo il Mediterraneo in Età Moderna, la Russia prima dell’avvento di Pietro il Grande o la Cina di Mao. Per mondo globalizzato si intende il mondo che tutti noi conosciamo, con tutte le sue interconnessioni informatiche, i suoi sistemi di investimento internazionali, le distanze geografiche annullate, le irradiazioni culturali e tecnologiche.

Durante l’Ancien Régime le crisi economiche si generavano dall’agricoltura seguendo la dinamica del sistema malthusiano. Ossia crisi cicliche che si palesavano quando lo sviluppo demografico procedeva più rapidamente di quello economico. Quando le campagne, a seguito di una carestia, non riuscivano a produrre abbastanza risorse per soddisfare la domanda di beni alimentari della città, il prezzo di questi cominciava ad aumentare impossibilitando gli strati sociali più poveri ad acquistarli; ne conseguiva un processo terribile di malnutrizione, scoppio di epidemie e morti. Questo tipo di “selezione economica” proseguiva fino a quando gli uomini non tornavano al di sotto della della disponibilità di risorse che la terra poteva loro offrire. Riaprendo così una fase di florido incremento demografico che sarebbe perdurato fino alla successiva frenata.
La rivoluzione del 1848 a Parigi sarà, almeno in Europa, l’ultima crisi generata da una fenomenologia di questo genere.
Difatti, soltanto l’industrializzazione, dal fine del XVIII secolo in poi, è riuscita a dare all’uomo, anche quando numericamente sovrabbondante, la possibilità di vivere e lavorare: rotte le catene del vincolo malthusiano le depressioni economiche si genereranno solo a seguito di crisi da sovrapproduzione.
Da questa tesi, abbassandosi al livello della vita quotidiana, è possibile osservare un ulteriore mutamento che si svincola dalla lunga durata. Almeno inizialmente, la possibilità di produrre materiale tessile a profusione, non portò a crisi ma si tradusse in un beneficio per i ceti più bassi della popolazione. Essendo calati i prezzi, infatti, milioni di acquirenti, poveracci che non compravano mai nulla, cominciarono a muoversi, e si vide che formidabile consumatore era il popolo quando ci si mette. I magazzini furono svuotati da un giorno all’altro, la macchine si rimisero al lavoro con gran furia. Fu una rivoluzione, e grande, anche se passò quasi inosservata; rivoluzione nella pulizia e nelle case dei poveri che improvvisamente si abbellirono: biancheria personale, lenzuola, tovaglie e tendaggi erano arrivati alla portata di intere classi, che dalle origini del mondo non ne avevano mai avuti.

Per concludere è necessario fare ancora qualche passo in avanti sulla linea del tempo avvicinandoci ulteriormente al presente. Utile a questo proposito è mettere in gioco il postulato dell’irradiamento culturale. Il fatto che lo spazio saldamente occupato da una civiltà sia racchiuso tra frontiere immobili non esclude la permeabilità di queste frontiere ai beni culturali che di continuo le attraversano in tutti i sensi.
Ogni civiltà esporta e importa beni culturali, che si tratti di una particolare tecnica di fusione, della bussola, di un sistema filosofico: una civiltà che non agisse in questo modo sarebbe inimmaginabile.

Secondo Pier Paolo Pasolini il capitalismo avrebbe violentato in modo irreparabile l’osmosi delle frontiere rendendole permeabili non più o, non solamente, ai beni culturali ma anche ai beni di consumo che, al contrario di un sistema elettorale o di un’interpretazione storiografica, non possono essere messi in discussione. Una merce è consumata passivamente e con le stesse modalità in ogni angolo del mondo, sia che si tratti di un paio di jeans che di un pacchetto di sigarette. Tutto ciò per Pasolini ha portato all’omologazione culturale di tutte le classi sociali, in tutti i paesi industrializzati almeno, con un conseguente contesto sociale modificato nel senso di essersi estremamente unificato.
Inoltre il pensiero pasoliniano sulla situazione italiana a lui coeva è una tesi potenzialmente estensibile (con l’esclusione degli Stati Uniti) alle vicende del secondo dopoguerra di tutti i paesi industrializzati. Egli ritiene che il boom economico abbia favorito la nascita della cultura di massa la quale è l’agente teratogeno della cosiddetta “mutazione antropologica” avvenuta negli italiani. Essendo tale cultura direttamente legata al consumo, che ha delle sue leggi interne e una sua autosufficienza ideologica, crea automaticamente un potere che non sa più che farsene della chiesa, dei dialetti o del folklore di una festa popolare. Tutti elementi a cui il popolo italiano era legato rendendolo particolare nei confronti degli altri e, alle volte, anche nei confronti di se stesso. L’omologazione alla cultura di massa si manifesta nel vissuto, nei modi di comportarsi e vestirsi; tutto ciò risulta tanto angosciante perché, per usare le parole di Pasolini:”Chi ha manipolato e mutato antropologicamente le grandi masse contadine e operaie italiane è un nuovo potere che mi è difficile definire: ma di cui sono certo è il più violento e totalitario che ci sia mai stato: esso cambia la natura della gente, entra nel più profondo delle coscienze. Dunque, sotto le scelte coscienti, c’è la scelta coatta, ormai comune a tutti gli italiani: la quale ultima non può che deformare le prime.”.