All you Need is Cinema: I Film da Vedere nella Vita (#26-30)

Fabrizia Capanna - 16 Febbraio 2016

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Fabrizia Capanna - 16 Febbraio 2016

Il figlio di Saul. La relativizzazione del “male assoluto” della Shoah.

Fabrizia Capanna - 16 Febbraio 2016
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“Come ti chiami?”

“Ausländer. Saul.”

Sono Saul. Lo straniero.

 

Ausländer non sembra il classico cognome ungherese, ma è evocativo come chi lo porta. Saul ha un viso indecifrabile, non quello sofferente di un deportato, porta i segni della sofferenza, ma negli occhi non ne ha.

È inespressivo, lo sguardo è quello di un uomo assente, un uomo che ha un compito terribile che ha reso necessaria e indispensabile la sua estraneazione dalla realtà.

Saul è un Sonderkommander, accompagna gli eliminati alle docce, li inganna, perché altro non può fare. Il suo compito è quello ripetitivo, automatico, dell’operaio nella catena di montaggio: li accompagna, li fa spogliare, poi attende in silenzio, con l’orecchio contro il muro, di poter andare a raccogliere i “pezzi” – gli stücke – e ripulire il sangue, i fluidi rilasciati per la paura, per far entrare la nuova schiera.

Ispeziona i loro averi, raccoglie gli oggetti di valore per gli ufficiali, gli è permesso tenere il cibo trovato nei vestiti di chi pensava di poterlo finire. Di chi è entrato con la consapevolezza di riavere le proprie cose, una volta finito. Di chi non poteva aspettarsi che l’uomo potesse arrivare a tanto.

 

Sarebbe mai possibile guardare con occhio esterno alla Shoah?

Parlo di escludere i sentimenti, chiudere il cuore, aprire gli occhi, le orecchie, i palmi e pensare di avere davanti amici, parenti, estranei, vicini di casa. Dottori, insegnanti, mamme, bambini, bambini che avrebbero potuto giocare nel tuo cortile, una volta, che magari hai sgridato per un pallone tirato troppo in alto.

Tutti in fila, vi spogliate, ripiegate gli abiti con ordine, magari, ed entrate in doccia. “Sai dopo quel viaggio infernale quante malattie potrebbero diffondersi?

E la porta si chiude, ed è chiaro che non ci sarà nessuna doccia.

E siete lì, tutti insieme, nudi e coscienti, a graffiare quel muro, piangendo, urlando, battendo i pugni contro quella porta, come se accortisi dell’errore potesse qualcuno tirarvi fuori di lì.

 

No, non si può pensare. Lo disse Adorno, il mondo è cambiato dopo Auschwitz e niente potrebbe mai riprodurre l’orrore di quel massacro che non conobbe pietà.

E Nemes non ce lo fa vedere infatti. Noi vediamo solo Saul, il suo orecchio contro la parete, il suo sguardo che non volge all’urlo di una donna, o al pianto di un ragazzo.

Saul è un estraneo, vive nel campo perché qualcuno ce lo ha condotto, lavora nel commando perché qualcuno lo ha scelto per questo. Ma lui non è lì, e chissà dov’è Saul nella sua testa, chissà dove volge i suoi occhi. Forse a casa, a sua moglie, ai figli che da lei non ha avuto.

Ma poi mentre i “pezzi” vengono raccolti uno di questi ha un rantolo, un sussulto, è vivo. Chissà quante volte sarà successo che qualcuno più forte non abbia voluto morire. Ma nel campo non c’è grazia per chi resiste, e il ragazzo viene finito dalla mano del medico, che lo soffoca.

E chissà cosa scatta in Saul quando vede quel ragazzo, poco più che un bambino, uno fra troppi e non diverso da loro, ma non un “pezzo” come gli altri per lui. Si rifiuta di vederlo come un pezzo, e da questo momento comincerà la missione dell’uomo, il motore di tutto il film: dare una umana sepoltura a uno dei tanti cui è stata negata una umana fine.

Quando il dottore chiede a Saul perché non dovrebbe operare l’autopsia, bruciarlo come gli altri pezzi, gli chiede se sia un parente, e lui non risponde.

E forse è in quel momento che capiamo che il ragazzo non è suo figlio, che forse un figlio Saul non lo ha mai avuto, ma chi può sapere cosa gli ricorda quel ragazzo. Forse uno di quei bambini che giocavano con il pallone per le strade prima della guerra. Non sappiamo se cerchi qualcuno, perché controlli freneticamente ogni passaporto che trova nelle tasche degli eliminati, perché chieda incessantemente se ogni nuova “partita” provenga dall’Ungheria. Forse sono solo i gesti di un folle, che non si rende conto di non avere alcun controllo sulla situazione, o sulla vita di nessuno.

La missione del regista e quella di Saul quindi vanno a coincidere: il fine ultimo è ridare dignità all’uomo. Tutto ciò che succede a Birkenau, tutto ciò che succede nell’intera Polonia, e Germania, e nel mondo, è solo sfondo sfocato. La dimensione è quella personale, e non quella collettiva: non c’è il dramma degli ebrei, solo la vita di Saul.

E anche Saul, come il Re, è stato abbandonato dal Signore. Ed è finito all’Inferno.

In quello sfondo sfocato, la rivolta dei prigionieri del “Sonderkommando”, uomini che hanno la coscienza di stare per morire, di dover essere a loro volta eliminati come coloro che hanno contribuito ad eliminare, perché non raccontino, e nessuno sappia mai dell’orrore che l’uomo è stato capace di disegnare.

Nessuno sembra voler accompagnare Saul nella sua delirante follia, ma noi lo facciamo, e frenetici ci spostiamo tra i commandi, tra i reparti della catena di montaggio perfetta e brillante che è quella del campo: chi accoglie i morituri, chi li spoglia, chi ne raccoglie i corpi, chi spala il carbone che alimenta i forni, chi li getta nel fuoco, chi trasporta le ceneri, e chi le dissolve nel fiume.

Niente scoraggia Saul, e cosa può rendere un uomo tanto cieco e tanto imprudente se non la follia? Incrollabile. Irragionevole. Irrazionale. Dissennata.

 

Rabbi. Rabbi.” Dove trovare un Rabbino che si assuma il rischio di seppellire un corpo?

I corpi lasciati indietro, il rischio per la vita dei compagni non sono variabili che rientrano nel calcolo.

Chi “tradirebbe i vivi per i morti”, se non un folle?

E Saul va incontro alla morte come Antigone, per dare compimento alle leggi divine, per riportare l’ordine della giustizia nel caos conseguenza delle leggi dell’uomo.

 

L’assolutezza del male è relativizzata dal regista, il “male assoluto” che è l’Olocausto prende significato solo attraverso l’azione di Saul. E allora lo seguiamo nel suo viaggio quest’uomo, con la cinepresa a mano, da vicino, da dietro le spalle, e sembra quasi di portarla noi, quella camera, e seguendo il protagonista ci focalizziamo su di lui, e lo sfondo non sembra avere necessità di dignità.

Seguire Saul vuol dire non andare oltre la sua presenza e il suo campo visivo e uditivo, la cinepresa è la sua compagna e lo affianca in questo inferno.”

 

In questo inferno dantesco di urla e fuoco Saul mischia i vivi e i morti, assurge a Creatore e condanna a morte un uomo sfregiato, mentre salva dal plotone un “ladro, con la barba del rabbino”.

E si torcono le budella davanti a quell’inferno. Soprattutto perché non lo vediamo.

Percepiamo il fuoco, i bagliori delle fiamme, sentiamo gli spari, sentiamo le grida, sentiamo il calore, la paura, che avanza con lo scorrere della fila davanti alle fosse e vorremmo tanto parlare con Saul e dirgli di smetterla, di andarsene da lì, lui che poteva essere vivo. Ma lui è deciso, e pur di trovare un uomo che lo aiuti si toglie la giacca, quella con la “X” dei privilegiati, con il segno di chi – per il momento – non può essere toccato.

E spogliato viene preso e portato al massacro, e aspetta in fila il suo turno di morire, finché viene ripescato da chi lo riconosce. E lui sommessamente, timidamente, con poca convinzione “Sonderkommando”, ripete.

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Con i dialoghi ridotti all’osso, Nemes nel suo primo lungometraggio ci parla attraverso le immagini, e ci racconta la storia di un uomo che si estranea dalla realtà, si disumanizza per non impazzire, si assenta dal mondo per non vederne le atrocità.

E quell’uomo a un certo punto respira, come se fino a quel momento avesse vissuto sott’acqua, prende aria e si aggrappa alla realtà della inutile contingenza con le unghie, per non impazzire.

Non c’è emozione, coinvolgimento o empatia per Saul, non ci importa che a quel bambino sia data o meno una sepoltura, speriamo solo che lui si renda conto del rischio che va correndo e a cui espone gli altri, che capisca che sta togliendo la speranza alla vita per chi una vita, o una speranza, non l’ha ormai più.

Forse è proprio questo che Adorno intendeva. Non possiamo empatizzare una cosa come la Shoah.

Possiamo guardare, da fuori, da dietro, ma non possiamo vivere sulla nostra pelle il dolore, possiamo solo coglierlo nello sfondo, dietro le spalle di un uomo che a sua volta non è coinvolto nel dramma, non se ne importa. Non vediamo le sue sofferenze, e neanche lui le sente.

Non contano le vite che lascerà per strada, né quelle che farà scampare alla morte, e neanche quando muore lo vediamo, Saul.

L’ultima cosa che vediamo di lui è il suo sorriso che si allarga, alla vista di un bambino, stavolta vivo.

E allora la mente va a Oshima, al suo Sergente Hara.

Entrambi in trappola, condannati, scelgono di farsi ricordare con un sorriso, come se capissero, e fossero in pace e pronti davanti alla morte che li attende.

 

La morte, con l’assassinio burocratico di milioni di persone, è diventata qualcosa che non era mai stata tanto da temere.

Non c’è più alcuna possibilità che essa entri nella vita vissuta dei singoli come un qualcosa che concordi con il suo corso.

L’individuo viene spossessato dell’ultima e più misera cosa che gli era rimasta.