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Generazione Trainspotting

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Siamo noi.

La generazione politicamente scorretta. Quella che voleva essere anticonformista e alla fine si è riprodotta in serie. Quella di chi voleva battere il sentiero e poi ha percorso quello già tracciato.

Quelli che finalmente avevano capito che scegliere la vita non significa scegliere un lavoro, una macchina e un maxi televisore del cazzo.

Quelli cresciuti con le ambizioni dei genitori, quelli che avrebbero dovuto essere dottori, avvocati, ingegneri, forse preti. E che magari lo saranno.

Quelli che invece hanno deviato per sempre e hanno scelto di vivere alle proprie regole, e che probabilmente un giorno lo rimpiangeranno.

Quelli drogati, di amore, di conoscenza, di gente e di curiosità.

Quelli che non hanno la minima intenzione di fermarsi a guardare i treni, ma saltano sempre su quello che sta passando.

Quelli che del buonismo degli adulti non vogliono saperne, che vedono la brutalità della vita, ma che hanno sempre il culo parato in qualche modo.

Quelli che sono “nati sfuggenti”, solo non lo sapevano.

Quelli che rifiutano i valori borghesi, che vivono ai margini ideologici di “ciò che è bene”, ma la sera tornano a casa da mamma e papà a guardare SKY sulla poltrona in salotto.

Le vittime di un sistema che ti imprigiona con un nodo alla cravatta e una gonna al ginocchio, che ti dice cosa sei e cosa devi diventare. Che dà per scontato che tu voglia vivere dentro i confini, perché è impossibile sopravvivere fuori.

Quelli delle domande retoriche, dello squallore borghese, quelli che sono sempre pettinati, ma il disagio ce l’hanno dentro.

Quelli al di sopra dei giudizi morali che empatizzano con quattro eroinomani, che si rivedono nell’aria grigia della Edimburgo degli anni ’80. Quelli che se vedessero Mark Renton, le sue vene gonfie e le sue Converse sporche di merda per la strada si coprirebbero la bocca e lo scanserebbero con i piedi. Quelli che poi sono schiavi di droghe ugualmente pericolose. Droghe domestiche e socialmente accettabili. L’approvazione, la sicurezza, la storia che si ripete,  “sperando che a qualcuno, da qualche parte, interessi”. Il terrore di vivere una vita morta senza altre gratificazioni che quello che riesci comprarti, la pacca sulla spalla del capo, un buon nome e una buona reputazione.

Quelli che alzano il pugno fino ai 25, e poi ci mettono l’orologio al polso.

Quelli che rivendicavano la libertà sessuale e si sono rassegnati al sesso clerical-borghese. Quelli che l’orgasmo è giusto solo quando è lecito. Che lo trasformeranno nell’atto meccanico della soddisfazione personale, sacrificando l’eccitazione della mente, smettendo di istigarsi al piacere, affogati nell’ipocrisia puritana in cui a ogni stimolo corrisponde una colpa.

Che si sono coagulati nello stereotipo del perfetto cittadino. Quelli che poi si fanno la settimana in Argentina, i safari a Malindi, giusto per raccontarsi di stare vivendo come vorrebbero e di non essere finiti imbalsamati su una mensola come i vecchi compagni di Università. Un ultimo schizzo per ritrovare un po’ di adrenalina, come i bambini sulle montagne russe prima di vomitare lo zucchero filato. Quelli rassegnati al fatto che una botta vera non ce l’avranno mai più.

Che forse per evitare l’autodistruzione si sono buttati in pasto ai leoni. Che si sono disintossicati dalla vita per sceglierne una migliore di cui diventare schiavi, ma non ammetteranno mai di avere rimpianti.

Che sono cresciuti con troppi modelli, che volevano essere astronauti e rock star, che volevano salvare il mondo e guadagnare i milioni in Serie A.

Quelli che fanno i giovani, che si sganciano dal perbenismo di classe ma si sono dimenticati l’alienazione di quando credevano che potesse anche esserci altro, che hanno accettato le proprie frustrazioni e ci hanno fondato la propria vita.

Perché nessuno vuole vivere fuori dal sistema. Ci racconteremo di esserlo mentre ne facciamo parte, faremo i comunisti a 20 anni e i pidiellini a 40, accetteremo il consumismo e ci adatteremo alle dipendenze che sponsorizza la società. Saremo atei a 22, e in Chiesa a sposarci a 30.

Ci racconteremo cazzate una vita intera, e ne racconteremo ai nostri figli per non farli cadere negli stessi dubbi che abbiamo avuto noi, perché l’età adulta porta consiglio.

Perché nessuno ha mai le palle di mollare tutto davvero. Tutti hanno bisogno di una carriera, di una prima casa, e magari una seconda, delle valigie in tinta e del pranzo della domenica.

Di buona salute, colesterolo basso, polizza vita, figli, orario d’ufficio, l’auto lavata, tanti maglioni, Natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.

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