20 Gennaio 2022

Lo scorso 3 maggio la Commissione Europea ha dato il via libera all’allevamento e alla commercializzazione a scopi alimentari della tarma della farina. Più recentemente, il 12 novembre, è stato il turno della locusta migratoria. L’apertura all’entomofagia (alimentazione a base di insetti) ci pone degli interrogativi pungenti: dato il basso impatto ambientale potrà essere il cibo del futuro? Per quale motivo dovremmo mangiare insetti? Come vincere il senso del disgusto?


Mangiare gli insetti in Occidente: storia e religione

Nel 1363, un’imponente invasione di grilli colpì le campagne abruzzesi, distruggendone numerosi raccolti. Buccio di Ranello e Niccolò da Borbona nelle loro cronache (rispettivamente «Cronaca Aquilana» e «Cronaca delle cose dell’Aquila dall’anno 1363 all’anno 1424») raccontano che, per risolvere il doppio problema della scarsità di cibo e dell’invasione, i contadini trovarono una soluzione ingegnosa: nutrirsi degli insetti.


La storia è ricca di episodi simili. A ben vedere, lo sviluppo delle varie civiltà umane ha sempre avuto un certo legame con il mondo degli insetti. Un’eccezione significativa e tuttavia, come vedremo a breve, non assoluta sembra però essere stata la nostra cultura europea. Quali sono le cause di questa avversione più prettamente occidentale per gli insetti? Potrebbe aver origini di natura religiose? Sembrerebbe di no.

Nel Levitico (cap. 11), Mosè inserisce gli insetti che volano e che saltano nella lista dei cibi puri di cui è permesso nutrirsi. Gli insetti che camminano e che strisciano vengono considerati impuri, ma dal momento che viene posto questo divieto è ragionevole pensare che il motivo fosse l’abitudine che molti avevano di nutrirsene.

Nel Nuovo Testamento si dice che Giovanni Battista si nutrisse abitualmente di locuste, alimento perfetto per chi conduce una vita eremitica nel deserto. Nell’Islam pare che alcuni detti (Hadith) del Profeta Muhammad ammettano l’alimentazione a base di cavallette, affermando che «le locuste sono le truppe di Allah, [e quindi] si possono mangiare». Facendo eco al motto di Gesù «Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi» (Luca, 10, 8) Paolo di Tarso nella Lettera ai Romani invita a non farsi troppi problemi sull’alimentazione: «Chi mangia non giudichi chi non mangia, cioè non lo disprezzi, e chi non mangia non giudichi chi mangia».

Mangiare insetti nell’antica Grecia

Lo storico greco Erodoto descrive i popoli che si nutrono di locuste come barbari e distanti dalla civiltà greca, più raffinata. Tuttavia esistono indizi che lasciano intendere che in Grecia si mangiassero insetti. Aristotele loda il sapore della larva di cicala allo stadio avanzato di maturazione, e quello della cicala femmina adulta dopo l’accoppiamento, quando è ricca di uova.

Il commediografo Aristofane (V Secolo a.C.) fa dire a un suo personaggio ateniese di gradire molto cicale e cavallette. Inoltre, lo stesso autore, in un altro testo, riferisce che nell’Atene del suo tempo si vendevano economicamente piccoli «volatili a quattro ali» che molti interpreti hanno considerato cavallette. Il fatto che questo alimento fosse molto economico ci illumina su una possibile ragione della scarsa fortuna che gli insetti hanno avuto nelle cucine dell’Occidente: è sempre stato considerato un cibo povero, e soprattutto un cibo destinato ai meno abbienti.

Lo stigma sociale dell’entomofagia

Nel 1716 il vescovo Pompeo Sarnelli definì gli insetti come un «cibo vile, e da’ poveri» [P. Sarnelli, «Del flagello delle locuste, e della loro adjurazione», in «Lettere ecclesiastiche», tomo quarto, Venezia, 1716, p. 50]. La controprova di questo stigma sociale che attanaglia l’entomofagia sembra essere questa traccia di presenza-assenza che gli insetti hanno nella nostra cucina. Nella nostra storia ci sono testimonianze dell’uso di entomi nell’alimentazione, ma sono quasi nascoste, dimenticate, probabilmente per vergogna. Pare che fino ai primi decenni dello scorso secolo gli italiani, soprattutto i più poveri, mangiassero insetti con una certa frequenza.


Con l’avanzamento economico del secondo dopoguerra gli insetti sono completamente (o quasi) scomparsi dalle cucine italiane. Sembra che, forse inconsciamente, ancora oggi il senso del disgusto che colleghiamo agli insetti sia dovuto in parte alla memoria della miseria e della fame. Abbiamo anche un esempio inverso: i crostacei, geneticamente e esteticamente vicini agli insetti, sono considerati leccornie, perché associati al benessere economico (l’aragosta è tutt’oggi un simbolo di agio).

Mangiare gli insetti in Italia: ieri e oggi

Secondo Maurizio Paoletti, professore di ecologia e biologia presso l’Università di Padova, gli insetti sono sempre stati presenti nelle diete tradizionali italiane. Ne è un esempio la cucina del Friuli  alla quale il professor Paoletti ha dedicato uno studio approfondito che accompagnava alle piante selvatiche i bombi e le cavallette. O il famoso caso martzu, il formaggio sardo con i vermi; nonché il l’equivalente abruzzese: il pecorino marcetto.

Il casu martzu sardo

La cocciniglia, oggi, viene ampiamente usata come colorante alimentare (con il nome industriale di E120) per succhi, yogurt, caramelle e dolci; ma se ci riflettiamo un attimo sono molti i prodotti che traggono origine dagli insetti. Esempi banali? Il miele, che altro non è che una secrezione della api. O la seta: una fibra proteica prodotta dal “baco da sera” (espressione comune per intendere la larva della falena Bombys Mori).

Gli insetti vengono già piamente impiegati nella nostra quotidianità. E, secondo uno studio, pare che ogni anno se ne mangi inavvertitamente circa mezzo chilo. Un tempo, quando l’uso di pesticidi nell’agroindustria era minore o nullo, probabilmente ne mangiava una quantità ancora maggiore attraverso la frutta e la verdura.

Impatto ambientale

Dal punto di vista ecologico, l’impatto ambientale della produzione degli insetti (o entomi) è scarsissimo rispetto alla carne derivante da mammiferi d’allevamento. Per esempio, questi piccoli animali hanno un’eccellente capacità di convertire la massa del cibo di cui si nutrono in massa corporea, riducendo al minimo gli scarti. Ciò si verifica soprattutto perché, essendo animali a sangue freddo, impiegano meno energie per mantenere in equilibrio il loro metabolismo. Questo significa che, facendo le giuste proporzioni rispetto alle grandezze, le locuste e le termiti, pur mangiando meno di un maiale o di un manzo, possono raggiungere la stessa massa corporea.

«Del maiale non si butta via niente» si diceva un tempo. Ma di fatto degli animali d’allevamento spesso mangiamo solo alcune parti, soprattutto i muscoli, gettando una gran quantità di scarti. Per gli entomi non è così. Infatti, ad esclusione delle ali e di alcuni esoscheletri, dell’insetto si mangia tutto. Inoltre, gli insetti possono nutrirsi di cibo meno raffinato dei mammiferi d’allevamento, senza per questo produrre carne di peggior qualità nutrizionale. Infine, gli entomi, sempre facendo le giuste proporzioni, producono meno gas di scarto rispetto agli ordinari animali che si allevano, oltre al fatto che occupano meno spazio (sempre rapportando le grandezze in modo proporzionato). Per tutti questi motivi mangiare gli insetti potrebbe veramente essere una delle soluzioni ad alcuni problemi di ordine ambientale che si stanno ponendo con l’aumento del consumo di carne.

Non solo ecofriendly, ma anche più sani e sicuri

Oltre alla questione del minore impatto ambientale, mangiare gli insetti ci porterebbe anche altri vantaggi. Per esempio, gli entomi hanno in generale un eccellente valore nutrizionale: molte proteine di qualità, vitamine e minerali (potassio, calcio, ferro e magnesio) e grassi insaturi (meno pericolosi per la salute), oltre a un alto valore energetico, pari solo a quello della carne di maiale. L’esoscheletro in chitina non viene digerito dagli occidentali, tuttavia pare che possa favorire il transito intestinale.

Gli insetti non sono solo meno inquinanti e più nutrienti, ma anche meno rischiosi di altri animali per quanto riguarda la trasmissione di virus pericolosi. Questo perché, essendo filogeneticamente più distanti dall’uomo rispetto ai mammiferi, la probabilità che certi virus compiano il così detto “salto di specie” è più bassa. Infine, essendo appunto animali molto distanti da noi, con strutture cerebrali più semplici e comportamenti più “alieni”, la loro soppressione per alcuni può porre meno problemi etici rispetto a quella dei mammiferi.

Al netto di tutto ciò, possiamo e dobbiamo chiederci: l’alimentazione a base di insetti è veramente perfetta? Ovviamente no, poiché possono sorgere alcune problematiche, come la possibilità che alcune persone possano esserne allergiche. Infatti, essendo geneticamente “più vicini” ai crostacei, potrebbero essere pericolosi per persone allergiche a questi ultimi. Tuttavia, il problema più grande è certamente la sensazione di disgusto che a molti occidentali dà l’idea di nutrirsi di una larva o di una cavalletta. Come risolvere questo problema?

Quale futuro per l’entomofagia?

Alla luce di tutto ciò sembra opportuno porsi un’ultima domanda: perché non impegnarsi individualmente e collettivamente a vincere il senso di disgusto che si accompagna all’entomofagia? Se è vero, come alcuni indizi ci suggeriscono, che tale sensazione di repulsione sia un fatto (non solo, ma anche) culturale, legato in particolare allo stigma economico-sociale, certamente varrebbe la pena tentare di vincere questo ostacolo.

Secondo numerosi esperti, una soluzione al problema del disgusto potrebbe essere quella di commercializzare gli insetti in forma lavorata, per esempio come farina. A questo punto, una volta macinati, si potrebbero aggiungere ad altri tipi di farine, per esempio di origine vegetale, per la produzione di vari alimenti.

Su internet si possono già trovare ricette a base di farina di grilli, locuste o tarme per cucinare biscotti, polpette, pizza, pasta e persino dolci. In passato abbiamo già mangiato insetti, e in modo inconsapevole stiamo continuando a mangiarli. Perché non cominciare a farlo con coscienza e consapevolezza, magari in un piatto di gnocchi di patate o di spaghetti alla carbonara?

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Francesco Rau
Francesco Rau

Livornese ma nato in Tanzania, classe '97. Capo-scout Agesci, cattolico, laureato in Scienze del Servizio Sociale, educatore. Appassionato di scienze sociali, recitazione e filosofia.

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