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Gabriele Bacci - 30 Aprile 2015

Un Congresso tra luci e ombre

Gabriele Bacci - 30 Aprile 2015

Intervista ad Antonio Moresco

Gabriele Bacci - 30 Aprile 2015
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(Ricordiamo che possiamo trovare a questo link la prima parte di quest’articolo)

Moresco, di fronte alla mia richiesta, si è reso molto disponibile per un’intervista. Con molta sincerità devo confessare che è stato emozionante porre le mie domande ad uno dei più grandi scrittori Italiani contemporanei.
Lo ringrazio perciò molto affettuosamente e ancor di più ringrazio Filippo Conti e Giovanni Balzaretti, per avermi fornito un’opportunità così preziosa.

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Molti temi affrontati da lei nei suoi romanzi riguardano la natura, i processi naturali della sopravvivenza, della disgregazione e della creazione di nuova vita. Questi processi, facendo riferimento, ad esempio, al suo romanzo “La Lucina”, vengono trattati da lei con uno sguardo esistenziale: il protagonista del libro infatti fugge in un borgo abbandonato “per sparire”,  cioè per trovare la pace che non trova fra gli uomini; e invece in quel luogo continua a vedere la morte intorno a sé, la sopraffazione e la lotta, ma non una lotta qualsiasi bensì quella più tremenda: cioè  quella per la sopravvivenza. E’ giusto secondo lei parlare di natura solamente come, riprendendo un’immagine Leopardiana, “Madre maligna” o al contrario “Madre benevola”?

Prima di tutto vorrei dire che questo argomento lo affronto soprattutto in questo libro, la Lucina, gli altri miei libri in genere sono tutti di ambientazione metropolitana, mentre questo è proprio ambientato nel mondo così detto naturale. Io non credo che la natura sia qualcosa di estraneo all’uomo, l’uomo è natura, è parte integrante della natura. Tutto ciò che avviene in questo piccolo romanzo fuori di sé, nel mondo naturale, succede contemporaneamente all’interno del protagonista;  anche la vicenda narrata del rapporto con il bambino, anche con sé stesso, il sé stesso “bambino” del protagonista, è manifestazione di questa lotta ma anche di questo abbraccio naturale che attraversa la natura ma anche i personaggi umani di questo libro.         

In riferimento all’ultima pubblicazione: cosa significa il titolo “Gli increati”?

Quello lì guarda… Io c’ho messo 32 anni per arrivare alla stesura di quel libro, non ce la faccio a dirlo con una frase, se lo facessi banalizzerei il concetto, il concetto a cui arrivo attraverso tutto un percorso narrativo e di pensiero. Quindi bisogna leggerlo, perché sennò io direi due banalità, finirei per fare un bignami di tutto ciò che è il libro, mentre quella è la cosa più complessa del libro e non si può dire in una frase.          

Lei ha affrontato spesso nei suoi scritti il tema della morte. Ma non si è mai limitato a descriverla: ha tentato d’interpretarla, immaginandola e lasciando spesso la sensazione di essere riuscito a sbirciare, mediante la scrittura, oltre il confine della vita. Perché lei nello scrivere ha spesso tentato di gettarsi oltre tale confine?

E’ successo negli ultimi miei libri che attraverso questo confine, è successo negli incendiati, è successo nella lucina, in fiaba d’amore ed è successo in modo ancora più evidente in quest’ultimo libro: Gli increati.
Quei tre piccoli romanzi sono come dei sentieri che mi hanno portato fin li, invece negli Increati prendo di petto questo problema. Da un certo punto in poi mi è sembrato che la morte non fosse più un confine insuperabile, anche narrativamente, anche da scrittore, come dicevo oggi pomeriggio ho rifiutato questo schema rigido “vita-morte” su cui si fonda la nostra visione realistica della realtà. Mi sembra che ci sia molto altro intorno; sia intorno alla vita che alla morte. Quindi non mi fermo, diciamo così, a questo limite e lo varco: per cui nella Lucina c’è questo incontro tra un personaggio vivo e un personaggio morto, con rovesciamento finale. Gli Incendiati e Fiaba d’amore, sono entrambe storie d’amore in cui i due personaggi muoiono ma la loro storia non finisce, la loro storia continua. La spiegazione è il libro “Gli increati”, lì ho riportato una mia intuizione, trasformata in questa narrazione anomala in cui la morte non rappresenta un limite narrativo. Negli increati prendo la prendo petto, rovescio tutto ma, come ho detto prima, è anche difficile sintetizzarlo in poche parole.   

E parlare di morte oggi è considerato sempre un tabù?

Parlarne in questo modo  si, è visto come una sorta di scandalo della ragione. Invece certe volte bisogna tentare di mettere in cortocircuito il nostro sapere razionale per strappare un qualcosa di più. Io credo che sia considerata un tabù in questo senso e negata; negata nel suo senso profondo, perché è negata  la vita nel suo senso profondo. Sono due facce della stessa medaglia.            

Alla luce della sua esperienza e della sua passione, cosa significa e cosa ha significato per lei essere uno scrittore?

Non so cosa dire. Diciamo che fin quando ero ragazzo, dai dodici-tredici anni, ho incominciato a scrivere, ma forse affidando alle cose che scrivevo di più di quello che in genere uno pensa di affidare alla letteratura. Anche se poi ho impiegato tantissimo tempo per capire la mia passione: quando avevo diciannove anni l’ho piantata lì, ho smesso ed ho ripreso a scrivere a trent’anni:  ho riconquistato questa dimensione dopo averla abbandonata e tradita per molti anni della mia vita. E non lo so come rispondere a questa domanda.
Per me scrivere… io non mi sento una figura sociale, “lo scrittore” non è come “il professore”, “il preside”,
“il bidello”.
Il mio scrivere addirittura è fuori e contro la società. Sta in una dimensione diversa, dove siamo noi tutti anche se non sappiamo di esserci. A me interessa scrivere in questa maniera, io non mi sento uno a cui è stato dato il permesso di scrivere; “basta che scriva delle cose normalizzate”, che non portano a nessuna parte; cose già previste in partenza. Per me lo scrittore è la figura di un ribelle, un ribelle a “trecentosessanta gradi” .           

Viviamo in un mondo segnato da un processo apparentemente inarrestabile di enorme sviluppo tecnico e scientifico. Questo processo tutt’ora attivo ha apportato grandi stravolgimenti sia nell’ambito dei mezzi di comunicazione che della comunicazione stessa. Tutto ciò, unito alla crisi umanitaria ed economica che stiamo attraversando si riflette sulla letteratura e non può che influenzarla in modo più o meno evidente: Secondo lei occorre dunque chiederci quale sia il ruolo della letteratura e dello scrittore oggi?

Lo scrittore, in questo  che io chiamo: “passaggio di specie”, di cui non sappiamo se sarà una fine, se sarà un inizio, cosa ci sarà etc.. deve essere una figura non semplicemente che ti descrive quello che sembra essere “l’apparenza della realtà”, tra l’altro un’apparenza “terminale” della realtà, ma deve essere dentro qualcosa di prefigurativo, di qualcosa che non c’è, di qualcosa di impensato. Io immagino così il ruolo, la funzione, dello scrittore, se ne ha uno, sennò è un ruolo del quale non mi interessa, di cui non me ne frega proprio niente.

Che consigli darebbe ad un giovane scrittore?

È sempre difficile dare consigli, perché quello che può essere risultato dalla mia esperienza non è detto che sia quella di un altro, che vada bene o che serva a quella di un altro. L’unica cosa che io vedo è non aver paura di volare alto, non avere paura dei propri sogni, della propria grandezza, difenderli con intransigenza, non scendere a patti e non arrendersi alla rappresentazione della vita e del mondo che viene imposta, non solo agli scrittori ma a tutti gli esseri umani in questa epoca.

“Prossimamente verrà pubblicato l’articolo sullo spettacolo “la lucina” della compagnia teatrale “il teatro agricolo” “

Gabriele Bacci