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“La fiducia non basta: ci vuole un atto di fede”

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Le parole sopra riportate sono del fu Indro Montanelli, riferendosi alla credibilità dei politici italiani (la citazione completa è “I nostri uomini politici non fanno che chiederci a ogni scadenza di legislatura un atto di fiducia. Ma qui la fiducia non basta: ci vuole l’atto di fede”), ma può essere perfettamente applicata agli eventi degli ultimi giorni. Gli eventi in questione riguardano la richiesta della fiducia posta dal governo sulla nuova legge elettorale, l’Italicum. Nelle aule parlamentari e fuori infatti ha suscitato molto scalpore questa manovra del governo. Non a caso, le critiche prevalenti all’esecutivo gestito da Matteo Renzi riguardano proprio il “metodo” e non i contenuti, ossia il “come fa” anzichè il “cosa fa”.

In questo caso però lo smacco sembra essere grave, tanto che le opposizioni, sul piede di guerra, invocano l’incostituzionalità di questo atto ai sensi dell’articolo 72, IV comma, della Costituzione (la procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi), sebbene la presidente della camera Laura Boldrini si appelli, in sua difesa, all’articolo 116, IV comma, del Regolamento della Camera che definisce, in via residuale, le materie sulle quali si può porre la questione di fiducia (la questione di fiducia non può essere posta su proposte di inchieste parlamentari, modificazioni del Regolamento e relative interpretazioni o richiami, autorizzazioni a procedere e verifica delle elezioni, nomine, fatti personali, sanzioni disciplinari ed in generale su quanto attenga alle condizioni di funzionamento interno della Camera e su tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive votazioni per alzata di mano o per scrutinio segreto).

Comunque la fiducia è stata posta ed è stata espressa durante la votazione di mercoledì e le due di giovedì. Il voto finale sarà lunedì, ma intanto l’aria è tesissima. Fin dalla prima fiducia 38 deputati PD hanno deciso di non votare per protesta, ma ciò non ha comunque impedito la vittoria dei Sì, replicatasi poi alle successive due votazioni, sebbene con cifre ridimensionate. Tra le opposizioni esterne al PD, i deputati SEL si fasciano le braccia a lutto, il M5S chiede l’intervento del presidente Mattarella e Brunetta, in qualità di capogruppo FI alla Camera, attacca la deriva autoritaria alla quale va incontro questa legge. Sempre dal Movimento 5 Stelle arriva la proposta di un referendum abrogativo, accolta anche da SEL. E così, mentre Civati (ri)lancia la possibilità di lasciare il PD, le difese del premier le prende Alfano sostenendo che il ricorso alla fiducia è stato indotto dall’abuso del voto segreto.

Ciò che va riportata alla luce però, a prescindere dalle esternazioni dei vari politicanti, è la questione centrale, ossia “l’atto di fede” che è stato chiesto al parlamento. Non parlo di fiducia, ma di atto di fede perchè ai parlamentari è stato chiesto di credere ciecamente nel premier su una delle leggi più importanti di uno stato democratico, ossia quella elettorale. Non è improprio parlarne in questi termini perchè, chi conosce la storia lo sa, questo fatto si è verificato solo due volte nell’Italia unita e una di queste due ha indirettamente portato al ventennio fascista. Va posta, più che la fiducia, l’attenzione, da parte dell’opinione pubblica, sulle dinamiche della politica, sul come questa si svolge. Questo perchè, ed entro così anche nel merito dell’Italicum, è bene capire fin dove si può sacrificare la democrazia a vantaggio della governabilità. Ora infatti il capo del governo è Renzi, un uomo che, almeno nelle parole, dovrebbe essere un moderato, ma domani non si sa. E soprattutto non dimentichiamo che il governo più forte che ha visto il nostro paese è durato vent’anni e non so come la possa pensare chi mi leggerà, ma credo che sia meglio evitare il bis.