4 Luglio 2020

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella quest’oggi era Livorno per rendere omaggio a Carlo Azeglio Ciampi, uno dei livornesi più illustri del novecento. Di Ciampi, ricordo il sorriso ed un breve discorso, pronunciato con tono rassicurante, rivolto ad insegnanti e scolaresche in una assolata mattina di primavera, nell’unica occasione in cui, da bambino, ebbi la fortuna di incontrarlo. Più tardi ho scoperto quanto egli avesse fatto per l’Italia e nel giugno 2018 mi sono laureato con una Tesi in Storia delle Relazioni internazionali dal titolo “Il governo europeista di Carlo Azeglio Ciampi (1993-1994)”. Quest’oggi mi tornano alla mente i mesi immersi nello studio della vita e del metodo di quel governo che, in uno dei momenti più drammatici della storia italiana, ha salvato la nazione dal naufragio.

Prima di essere investito della carica di Presidente della Repubblica, Ciampi è stato un uomo che ha intensamente vissuto e “patito” il Novecento, come scriverebbe Dan Diner. Nato nel 1920, a Livorno, dopo essersi laureato in Lettere alla Normale di Pisa nel 1941, ha prestato servizio come ufficiale durante la Seconda guerra mondiale. Dopo l’8 settembre 1943, ha attraversato in modo fortunoso le linee del fronte per ricongiungersi al regio esercito italiano e proseguire il servizio nelle operazioni belliche contro la Germania nazista ed i fascisti della Repubblica di Salò. Finita la guerra, Ciampi è tornato a Livorno, ha militato brevemente nel Partito d’Azione ed ha stretto un profondo legame con i sindaci comunisti Furio Diaz e Nicola Badaloni. Dopo aver insegnato per qualche tempo in un Liceo, comincerà quella brillante carriera nella Banca d’Italia che lo porterà a diventarne Governatore, dal 1979 al 1993.


Sono state le esperienze di guerra e della resistenza ad imprimergli quella forte coscienza civile, impregnata di ideali antifascisti, democratici ed europeisti, quel profilo di civil servant, quell’indipendenza e quell’autorevolezza, che lo hanno reso il candidato naturale a cui affidare il governo nel maggio 1993. Ciampi, in quell’occasione, fu chiamato a presiedere un governo composto da una compagine di grande competenza, in parte di estrazione politica ed in parte di profilo tecnico-accademico. Il contesto in cui nacque ed operò quel governo fu eccezionale: una doppia crisi, politica ed economica, senza precedenti nella storia della Repubblica, minava le istituzioni e la loro credibilità.

La crisi politica, dovuta all’esplodere dello scandalo di Tangentopoli e alla crisi dei grandi partiti protagonisti della politica nazionale nei decenni precedenti e una recessione economica internazionale, aggravata, in Italia, dalle conseguenze di una crisi valutaria che aveva visto la lira esposta ad una speculazione persistente, costituiscono lo sfondo emergenziale entro il quale il governo fu chiamato ad operare.

Diverse circostanze colpivano il sistema politico ed istituzionale, il tessuto morale e il sistema economico-sociale, gravato da pesanti debolezze strutturali, tra le quali un forte indebitamento pubblico. Nel 1992 una massiccia speculazione finanziaria internazionale si era manifestata in modo così aggressivo da innescare una tempesta monetaria, le cui conseguenze, se non contenute da provvedimenti straordinari, avrebbero potuto portare al default dello Stato.

Le conseguenze dello scandalo delle tangenti condannavano a morte il sistema politico. Le accuse di corruzione si moltiplicavano a causa delle confessioni e delle chiamate in correità da parte degli arrestati, detenuti in regime di carcerazione preventiva. L’opinione pubblica manifestava indignazione e smarrimento di fronte alle dimensioni della rete di corruzione. Dirigenti e tesorieri di partito, ministri, deputati e senatori, imprenditori pubblici e privati, risultavano implicati nel sistema che i media battezzarono “Tangentopoli”. Le conseguenze furono complesse e comportarono la decapitazione e la delegittimazione definitiva del sistema dei partiti che aveva caratterizzato la politica italiana dal 1945.

Una grave minaccia incombeva, inoltre, nel biennio 1992-1993, sulla sicurezza e sulle prospettive politiche: l’accendersi di un attacco allo Stato da parte della criminalità mafiosa. Tra la tarda primavera e l’estate del 1992 erano stati uccisi, a Palermo, in due clamorosi distinti attentati, i due magistrati protagonisti e simbolo della lotta alla mafia: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Dopo l’esperienza Amato, la quale impostò alcune riforme importanti, si aprì una grave crisi di governo. Il Presidente della Repubblica Scalfaro si trovò di fronte le macerie di un sistema politico-partitico delegittimato dalle inchieste giudiziarie. Le coordinate che concorsero ad orientare il Capo dello Stato furono: l’emergenza economica, l’esaurimento delle riserve di credibilità dei partiti, il bisogno di novità, di rassicurazione, di competenza. In quel momento, ciò che ad alcuni poteva apparire un salto nel buio, poteva invece rivelarsi la scelta opportuna. Ciampi era una figura di consolidato prestigio internazionale che nelle tumultuose fasi di crisi aveva rappresentato una risorsa per lo Stato. Inoltre, non aveva avuto ruoli o esperienze di tipo politico, che lo riconducessero ad una specifica matrice partitica.


Convocato il 26 aprile 1993, Ciampi accettò l’incarico che fu di svolta per la Repubblica e per la sua vita: aveva 72 anni ed aveva già maturato l’idea di ritirarsi a vita privata, ma il suo spirito di servizio lo spingeva ad accogliere anche quella nuova prova. Se, come sostiene Massimo Salvadori, la crisi del 1993 segnò un nuovo episodio delle “crisi di regime” della storia italiana, la soluzione “istituzionale” di essa non vide in campo un “uomo forte”, o un “capo carismatico”, come era avvenuto al culmine di altre crisi e come alcune teorie ritengono inevitabile in certe condizioni di dissesto politico-istituzionale, ma un sobrio servitore dello Stato, che si sarebbe presentato, alla Camera, come un “semplice cittadino”.

Il governo – che ebbe la fiducia del Parlamento con un’ampia maggioranza – aveva obiettivi limitati e chiuse la sua esperienza in meno di un anno. L’emergenza dei conti pubblici fuori controllo fu affrontata con tenacia e grazie ad un importante accordo con le parti sociali, si innescò un indispensabile percorso di pace sociale. La fiducia dei mercati crebbe, anche grazie all’avvio del programma di privatizzazioni di alcune grandi banche ed imprese pubbliche. Il credito dell’Italia si consolidò nei contesti politici ed economici internazionali, soprattutto per il contributo che quel governo seppe dare nell’elaborazione di una nuova politica europea, destinata ad evolversi nella direzione di una maggiore integrazione fra i paesi fondatori e di un allargamento della sua influenza continentale.

L’esecutivo Ciampi è stato definito “breve interludio”. Sembra invece possibile sostenere che quel governo abbia avviato un processo – sebbene non lineare – che ha contribuito ad orientare la politica italiana verso obiettivi di lungo termine. Ma il significato distintivo e complessivo dell’esecutivo Ciampi va probabilmente ricercato, oltre che nei risultati del governo e nel successivo ingresso nell’Euro, anche in altre direzioni.

Innanzitutto, va evidenziato il valore delle potenzialità garantite dal sistema istituzionale italiano, perfettibile, migliorabile, ma in grado, nel rispetto delle regole costituzionali, di consentire politiche orientate a superare le difficoltà di un momento critico, interpretando le aspettative dei cittadini. Un esempio che ha contribuito a rigenerare (almeno per un periodo) una visione della vita pubblica e un’idea di una buona politica.

In secondo luogo, quell’esperienza ha consentito di riqualificare il valore della competenza (criterio cardine della composizione di quella compagine governativa), incoraggiando, in ogni campo, l’investimento di fiducia verso persone, istituzioni e soggetti imprenditoriali, associativi, ecc., portatori di tale requisito.

Ma soprattutto, in terzo luogo, il significato duraturo di quell’esperienza può ritrovarsi nella affermazione di una visione delle sorti del nostro paese come strettamente legate a quelle dell’integrazione europea, ai suoi valori civili e democratici, alla sua competitività nell’economia globale. Furono costruite le premesse perché l’Italia fosse nelle condizioni di svolgere il suo ruolo naturale nell’integrazione europea: un ruolo attivo.

Il governo non affrontò il problema della garanzia dei conti pubblici solo con provvedimenti di emergenza, ma innescando interventi (la riduzione e il contenimento strutturale dell’inflazione attraverso l’accordo sul costo del lavoro, le procedure operative per le privatizzazioni e l’inizio dell’uscita dello Stato dalla gestione diretta di attività economiche nel credito, nell’industria e in altri settori, l’inizio di una riforma della Pubblica Amministrazione) di carattere più strutturale, che si ispiravano e si raccordavano agli obiettivi del processo di costruzione dell’Unione Europea avviato nel 1992 dal Trattato di Maastricht e concluso, nella sua prima fase, nel 1999, con l’avvio della terza fase dell’UEM.

Fu così che, in quelle circostanze storiche, l’europeismo di Ciampi e del suo esecutivo, come ultima testimonianza della generazione che aveva vissuto la fondazione della Repubblica, nutrendosi degli ideali che animarono quella stagione, avvicinò quegli ideali al sentire e alle speranze dei cittadini e dei giovani, con una capacità di attualizzarne il significato ed una marcata sottolineatura dei principi identitari (che in seguito Ciampi sviluppò, soprattutto durante il settennato alla Presidenza della Repubblica 1999-2006.

Nel marzo del 2018, seguendo le orme dell’operato di quell’esperienza di governo, ho avuto il privilegio di poter incontrare e porre alcune domande al Prof. Piero Barucci, economista, ministro del Tesoro con Amato e Ciampi ed autore di un prezioso testo su quelli anni dal titolo esplicito: “L’isola italiana del Tesoro: ricordi di un naufragio evitato: 1992-1994”. Ne riporto un estratto:

Il governo Ciampi è stato definito un esecutivo “di transizione”. Lo stesso Ciampi si definiva “traghettatore”. Visto in prospettiva storica, questo schema riassume adeguatamente quell’esperienza, oppure ne sottovaluta il significato innovativo e gli importanti risultati conseguiti?

Sia il governo Amato, che il governo Ciampi, sono stati governi di grande rottura, in particolare sul versante economico, per le privatizzazioni e per l’attenzione posta alla riduzione del debito pubblico. Quei due governi hanno avuto l’obiettivo della transizione come “giustificazione”, ma sono stati fortemente innovativi, in un certo senso sono stati “rivoluzionari”, se pensiamo a quello che hanno prodotto nella trasformazione degli enti pubblici, nella privatizzazione delle imprese industriali pubbliche, nella riduzione del rapporto tra indebitamento e Pil.

Transizione è un termine, in fondo, banale, che non condivido, perché implica un ritorno ad un sistema analogo a quello preesistente, nel caso in questione al sistema dei partiti che li precedevano. La letteratura successiva è stata caratterizzata da definizioni come “prima” e “seconda Repubblica”. Gli storici hanno spesso bisogno di definire in modo semplificato il passato: anche la transizione dalla prima alla seconda Repubblica è una banalizzazione di un periodo complesso, difficile, ma decisamente ricco di innovazioni.

Nell’autunno 1992, nel periodo della tempesta valutaria che colpì l’Italia con gli attacchi speculativi nei confronti della lira, Lei e l’allora governatore Ciampi coniaste la metafora “Europa dei Curiazi”, per alludere alla debolezza dello SME. Che ricordi e che valutazione dà, oggi, riguardo alle politiche dei diversi partner europei in quel periodo, relativamente alle politiche finanziarie? In particolare, che valutazione dà delle clausole di salvaguardia del marco tedesco volute dalla Bundesbank al momento del negoziato per la nascita dello SME (nel 1978), ma rese note all’Italia solo nel 1992?

Ad oggi bisogna dire che in Europa hanno prevalso, in modo avveduto, motivi aggreganti, piuttosto che disaggreganti. Per esempio, relativamente alla Grecia, un fatto aggregante è stato l’impegno per evitare che la Grecia se ne andasse. All’epoca, invece, i tedeschi, compiendo un grave errore, ritenevano che, a causa della recessione in atto, per la Germania fosse troppo rischioso sostenere la lira. O forse, per motivi più politici volevano dare un messaggio di rigore all’Italia e agli altri paesi europei sotto attacco della speculazione valutaria.

Nella mia esperienza di rapporti europei compiuta allora, ho visto all’opera alcuni grandi europeisti, soprattutto tedeschi, come il Cancelliere Kohl e francesi. Era un’epoca di fortissima fiducia nell’Europa. Anche Ciampi era un leader di quel movimento europeista, perché aveva vissuto sulla pelle la sofferenza della guerra e voleva che l’Europa non la dovesse vedere più. Quanto alle diffidenze della Bundesbank verso l’Italia, bisogna anche comprenderle e ricordare che la lira si era svalutata sette volte rispetto al marco nel decennio precedente.

Lei ha svolto un’intensa attività internazionale da ministro, anche nel governo del Presidente Ciampi. Quali erano, su questo fronte, le vostre priorità? Quali furono i vostri principali interlocutori in Europa (la Francia e, soprattutto, la Germania di Helmut Kohl) e a livello globale (gli Usa di Bill Clinton)?

Le attività internazionali sono importanti per i risultati che determinano in seguito, più che per quello che si immagina in quel momento. L’importante è ciò che determinano. Per esempio, il G7 di Tokyo aveva come obiettivo essenzialmente, da parte europea e americana, quello di salvare il Presidente russo Eltsin. La Russia rischiava di frantumarsi in venti repubbliche. Le misure adottate ebbero però molte altre conseguenze. Nelle politiche internazionali il significato si ricava solo ex-post e non ex-ante. Dei rapporti con la Germania del Cancelliere Kohl ho già detto. Anche il positivo rapporto con gli Usa fu molto importante e l’Amministrazione Clinton fu un interlocutore che emerse soprattutto nella parte finale (mi riferisco al periodo della mia permanenza all’interno del governo).

La decisa ispirazione europeista del Governo Ciampi è nota. Lei ritiene che questa ispirazione europeista sia stata effettivamente centrale nell’azione del governo nel periodo ’93-’94 ed in che modo?

Sì, Ciampi sentì che l’aggancio europeo rappresentava l’unica vera speranza per l’Italia. Ciampi era un europeista convinto, non lo era solo a parole. D’altra parte, l’europeismo è una conquista faticosa, che si rinnova ogni giorno. Carli, avendo firmato il Trattato di Maastricht, pensava che il più fosse fatto. Ciampi pensava si fosse appena cominciato. Aveva un’idea realistica dell’economia. Voleva trovare forme di aggregazione, realizzare accordi con i tedeschi e i francesi. Immaginava il futuro di un’Europa unita. Era preoccupato dei focolai di tensione nel campo europeo. Sulla Jugoslavia, per esempio, in quell’epoca segnata dalla lunga guerra civile che dilaniò quel paese, diceva che, frantumandosi, poteva diventare una pentola esplosiva e anche io ne fui convinto. Anche noi e forse l’Europa intera potevamo essere travolti dalla frammentazione della Jugoslavia. Lo temeva.

Le privatizzazioni erano solo un tassello fondamentale per il risanamento dei conti pubblici e la riduzione del debito pubblico o avevano anche l’obiettivo di una nuova collocazione dell’Italia nell’economia internazionale? “Arriva Ciampi: finalmente si privatizza” è il titolo di un capitolo del suo libro. A che cosa si deve questa capacità realizzativa: a circostanze favorevoli e/o anche al suo “metodo” di lavoro? 

Quella strategia, che teneva insieme la disciplina di bilancio e le privatizzazioni, fu decisa da un ristretto gruppo di ministri economici, oltre a me, Gallo e Spaventa. Da parte sua, Ciampi trasmetteva nel lavoro del governo un senso di dignità ferma, ma non orgogliosa. Tipica, direi, di un uomo pratico. C’era tra noi l’idea, che avevo anche io, che l’Italia dovesse e potesse, anche e soprattutto attraverso quella via, riconquistare il suo posto con dignità. Il compito era difficile, ma necessario per riconquistare la fiducia dei mercati e dei paesi nostri principali partner. Come ho già detto, se c’era diffidenza era comprensibile, considerando il solo fatto che l’Italia aveva svalutato sette volte nel decennio precedente.

Ho usato l’avverbio “finalmente” in questo senso. Non so se sia esistito un “metodo Ciampi”. Se è esistito, è stato un metodo concreto e realista. Realismo in quelle circostanze che si erano venute a determinare voleva dire non discutere più se la privatizzazione di Credit o Nuova Pignone fosse giusta o non giusta, ma farla con senso concreto. Ciampi era un uomo delle cose reali. Mi dispiace leggere a volte assurdità come “Ciampi uomo delle banche” o altre sciocchezze simili. Era molto attento ai problemi reali, a volte persino troppo legato ai temi dell’occupazione e delle condizioni socioeconomiche delle famiglie. In fondo, nella politica non ci sono idee astratte, c’è solo da lottare.

Lamberto Frontera

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Classe 1995, laureato in Scienze Politiche (Studi internazionali), frequento il Corso di Laurea Magistrale in Relazioni internazionali presso l'Università "Cesare Alfieri" di Firenze.
Scrivo per Uni Info News da marzo 2015.

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